La Commissione europea ha adottato il 3 luglio 2026 due atti delegati che riscrivono le regole sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese europee. Il primo rivede gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), vale a dire le norme tecniche che stabiliscono cosa e come le aziende devono rendicontare su clima, biodiversità, diritti umani e altri temi ambientali, sociali e di governance. Il secondo introduce uno standard di rendicontazione volontario per le imprese più piccole. Il provvedimento chiude, almeno sul piano tecnico, un dossier aperto più di un anno fa nell’ambito del pacchetto di semplificazione normativa Omnibus I.

Gli ESRS sono lo strumento con cui investitori, banche e autorità di vigilanza valutano i rischi di sostenibilità di decine di migliaia di imprese europee. La qualità di questi dati incide direttamente sulla capacità che hanno i mercati finanziari di orientare i capitali verso la transizione verde. Per questo motivo, la misura in cui si riducono queste informazioni può avere effetti significativi: una riduzione troppo ampia rischia di lasciare investitori e regolatori con un quadro incompleto. Una riduzione insufficiente, al contrario, lascerebbe intatto il peso amministrativo che la Commissione si è impegnata a tagliare per rilanciare la competitività delle imprese europee.

La revisione è prevista dall’attuazione della direttiva (UE) 2026/470, il testo che ha recepito il pacchetto Omnibus I. Il Parlamento europeo l’aveva approvata a dicembre 2025, mentre il Consiglio dell’UE ne aveva dato il via libera definitivo il 24 febbraio 2026, sancendo così la sua entrata in vigore in data 18 marzo 2026, come ricostruito da Il Sole 24 Ore. La direttiva ha avuto come effetto diretto il restringimento del perimetro della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) alle sole imprese con più di 1.000 dipendenti e aventi oltre 450 milioni di euro di fatturato netto: una quota rilevante delle aziende inizialmente coinvolte è stata, in questo modo, esentata dall’obbligo di rendicontazione. Il testo ha inoltre imposto alla Commissione di adottare, entro sei mesi, un atto delegato che riducesse in modo sostanziale gli obblighi informativi degli ESRS.

Il testo adottato il 3 luglio si basa sul parere tecnico che l’EFRAG — l’organismo indipendente che redige in prima battuta gli standard — aveva consegnato il 2 dicembre 2025. Questo parere era giunto a seguito di una consultazione che aveva raccolto oltre 700 risposte da parte degli stakeholder, secondo quanto ricostruito da Etifor.

Meno dati, meno costi

I due atti delegati — secondo quanto indicato nel dettaglio dalla Commissione europea — riducono i requisiti informativi specifici obbligatori di oltre il 60% e, più in generale, il numero complessivo dei requisiti informativi specifici di oltre il 70%, se paragonato alla prima versione degli ESRS adottata nel 2023. Il risparmio atteso per le imprese, secondo le stime della Commissione, corrispondere a oltre il 30% sui costi di rendicontazione. Un’analisi legale dello studio Morrison Foerster quantifica un risparmio complessivo di circa 3,7 miliardi di euro nell’arco di cinque anni, che salgono a 4,7 miliardi se si considerano anche gli effetti sulla catena del valore.

Il secondo atto delegato istituisce invece lo standard di rendicontazione volontario per le imprese di minori dimensioni. Questo standard ha lo scopo di fungere da limite alle richieste di informazioni lungo la catena: le aziende soggette alla CSRD, a seguito di questa misura, non potranno più chiedere, ai propri fornitori con meno di 1.000 dipendenti, dati che eccedano quanto previsto dallo standard volontario. Si tratterebbe di una tutela che la direttiva Omnibus I aveva già introdotto per le cosiddette “imprese protette”. Le nuove regole si applicheranno agli esercizi finanziari che iniziano dal 1° gennaio 2027. Tuttavia, le imprese già soggette agli ESRS attuali potranno però adottarle in anticipo, se lo vorranno, già per l’esercizio 2026.

Sul merito della revisione i giudizi restano abbastanza cauti. Un parere dello staff della Banca centrale europea, pubblicato a febbraio 2026, riconosce i benefici della semplificazione, indicando però al contempo tre criticità che persistono tuttora a testo formalmente adottato: la riduzione della disponibilità e comparabilità dei dati, il disallineamento con gli standard di rendicontazione internazionali, e la necessità di maggiore chiarezza per il settore finanziario — in particolare per le banche esposte ai rischi di sostenibilità lungo la catena del valore. Perplessità simili erano state sollevate anche dalle autorità di vigilanza europee durante la fase di consultazione.

Il giudizio di Vincent Vandeloise, ricercatore senior di Finance Watch, è il più netto: secondo lui la revisione rischia di intaccare l’interoperabilità con gli standard internazionali dell’ISSB, l’organismo che fissa gli standard globali di rendicontazione sulla sostenibilità. Nella prima versione degli ESRS, infatti, l’allineamento con l’ISSB aveva raggiunto il 95%, come riportato da Green Central Banking. Più flessibile il giudizio di Tsvetelina Kuzmanova, responsabile delle politiche di finanza sostenibile UE al Cambridge Institute for Sustainability Leadership. Secondo lei il mantenimento della doppia materialità — il principio per cui le imprese devono valutare sia l’impatto finanziario della sostenibilità su sé stesse, sia il proprio impatto su persone e ambiente — resta un punto fermo della revisione. Kuzmanova avverte però che la tenuta di queste garanzie dipenderà dalla pressione politica esercitata durante la consultazione.

Le reazioni istituzionali e politiche restano differenti tra loro, così come è avvenuto fin dalla presentazione iniziale del pacchetto Omnibus I. Confindustria aveva accolto con favore l’impostazione della riforma, chiedendo però ulteriori semplificazioni per le piccole e medie imprese. Il Partito Democratico ha invece dimostrato una posizione opposta sul tema: il capodelegazione al Parlamento europeo Brando Benifei aveva sintetizzato la contrarietà del suo partito con una formula netta, “Semplificare serve, deregolamentare no”.

Il prezzo della trasparenza

La domanda di fondo, a cui nessuno dei giudizi citati risponde del tutto, è se una riduzione dei dati obbligatori così ampia — consistente in oltre sette datapoint su dieci in meno rispetto al 2023 — possa conciliarsi con l’obiettivo dichiarato di mantenere una “divulgazione di alta qualità”. Il rischio, segnalato dallo stesso staff della BCE, è che investitori e autorità di vigilanza si ritrovino con meno strumenti per valutare i rischi di sostenibilità delle imprese. Un fattore che rischierebbe, per il contesto attuale, di compromettere l’obiettivo dell’Unione europea di far confluire capitali privati verso la transizione climatica.

A questo si aggiunge un’incognita procedurale non da poco: i due atti delegati non sono ancora definitivamente in vigore. Dovranno superare infatti un periodo di controllo di due mesi da parte di Parlamento europeo e Consiglio dell’UE, prorogabile di altri due. Durante questo periodo, entrambe le istituzioni potrebbero ancora opporsi al testo.

La revisione degli ESRS va letta come il tassello di una strategia di più larghe vedute. Con essa, la Commissione von der Leyen ha progressivamente spostato l’obiettivo della regolazione UE dall’espansione degli obblighi di sostenibilità alla tutela della competitività industriale — una direzione riconducibile ai rapporti Letta e Draghi del 2024 e alla Dichiarazione di Budapest dello stesso anno.

Il pacchetto Omnibus I, di cui questa revisione è parte, aveva già ridotto il numero di imprese soggette alla CSRD di una quota stimata attorno all’80% rispetto alla platea originaria — una cifra confermata anche dal gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento europeo dopo la conclusione dei negoziati. Questa inversione di rotta non è avvenuta senza intoppi: il 22 ottobre 2025 la plenaria del Parlamento europeo aveva respinto un primo compromesso che innalzava drasticamente le soglie, approvato pochi giorni prima dalla commissione giuridica del Parlamento (JURI), come riportato da Natuesg.it. Il Parlamento è riuscito ad approvare una posizione negoziale solo a novembre 2025, aprendo la strada al testo poi confermato dal Consiglio a febbraio 2026.

Chi guadagna nell’immediato da questa fase sono le imprese, in particolare quelle di media dimensione uscite dal perimetro della rendicontazione obbligatoria. Per contro, chi rischia di perderci nel lungo periodo è il sistema finanziario europeo, e in particolare la sua capacità di disporre di dati comparabili e affidabili sui rischi di sostenibilità.

Nei prossimi due mesi — prorogabili a quattro se una delle due istituzioni lo richiede — Parlamento europeo e Consiglio dell’UE dovranno esaminare i due atti delegati secondo la procedura di non obiezione, prima dell’eventuale pubblicazione in Gazzetta ufficiale dell’UE. Resta inoltre da definire la sorte delle Non-EU Sustainability Reporting Standards (NESRS), le norme parallele destinate alle grandi imprese di Paesi terzi con attività rilevanti in UE. La Commissione punta a una consultazione entro la fine dell’estate 2026 e a un’adozione nel corso del 2027, secondo quanto ricostruito da Global Policy Watch. Sarà infine interessante comprendere se le imprese già soggette agli ESRS attuali sceglieranno di adottare in anticipo, già per l’esercizio 2026, le nuove regole semplificate.

Articolo scritto da Marco Boi

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