La Polonia è il primo Stato UE a ricevere un esborso nell’ambito del Security Action for Europe (SAFE), lo strumento da 150 miliardi di euro per finanziare la difesa europea, a cui al momento l’Italia non ha ancora aderito attraverso la firma dell’accordo di prestito, nonostante avesse inizialmente pianificato una richiesta da 14,9 miliardi di euro.
Secondo quanto annunciato dalla Commissione europea, la Polonia ha ricevuto venerdì 29 maggio la prima tranche da 6,6 miliardi di euro nell’ambito di SAFE, pari a circa il 15% del totale richiesto, che ammonta a 43,7 miliardi. Varsavia è il principale beneficiario dei finanziamenti SAFE.
Secondo Bruxelles, il prefinanziamento aiuterà la Polonia ad accelerare gli investimenti prioritari nel settore della difesa, a rafforzare la resilienza e a modernizzare le proprie capacità militari in linea con gli obiettivi europei condivisi.
“L’Europa deve essere preparata a ogni scenario e pronta ad agire in qualsiasi circostanza. Il programma di prestiti SAFE è un elemento importante di questa missione: è uno strumento essenziale per garantire e sviluppare con urgenza le capacità militari del nostro continente”, ha affermato in una nota la vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, Henna Virkkunen.
Secondo il commissario europeo alla Difesa e allo Spazio, Andrius Kubilius, “il prefinanziamento da 6,6 miliardi di euro concesso oggi alla Polonia nell’ambito di SAFE rappresenta un passo concreto in avanti per la nostra sicurezza comune”.
Bruxelles precisa che questo pagamento di prefinanziamento segue il completamento di tutte le procedure richieste e riflette l’impegno dell’UE a fornire un sostegno tempestivo e concreto attraverso SAFE, osservando che seguiranno ulteriori pagamenti man mano che il piano SAFE della Polonia sarà progressivamente attuato.
Finora solo cinque Paesi hanno firmato per SAFE, ma non l’Italia
Proposto dalla Commissione UE il 19 marzo 2025 nel quadro del piano Readiness 2030 e adottato il 27 maggio dello stesso anno, SAFE mira a mobilitare fino a 150 miliardi di euro in prestiti UE agli Stati membri, così da accelerare gli investimenti nella difesa, rafforzare la base industriale europea e aumentare la prontezza militare comune dopo l’aggressione russa all’Ucraina e il deterioramento del quadro di sicurezza europeo.
Accolto con favore da diversi Paesi europei anche alla luce degli impegni in ambito NATO per aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del prodotto interno lordo, lo strumento ha visto inizialmente un totale di 19 Stati membri presentare i National Defence Investment Plans entro la scadenza del 30 novembre 2025. Di questi, 18 piani sono già stati approvati dalla Commissione e dal Consiglio tra febbraio e aprile 2026. Tuttavia, la crisi energetica scatenata dalla guerra contro l’Iran lanciata da Stati Uniti e Israele ha in parte bloccato lo slancio.
Come confermato dal portavoce della Commissione UE responsabile per il dossier, Thomas Regnier, ad oggi risultano solo cinque Paesi membri ad aver firmato un accordo di prestito SAFE: Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio. Tra questi non figura l’Italia.
Roma ha infatti rinviato il proprio accesso allo strumento SAFE, mentre resta rilevante la scadenza del 30 maggio per la firma dei contratti di procurement ammissibili alla deroga prevista dal regolamento per gli acquisti condotti da un solo Stato membro. La decisione italiana è legata alle conseguenze economiche della crisi energetica derivante dalla tensione nello Stretto di Hormuz.
La questione è emersa a metà maggio, dopo le prime cautele espresse dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nonostante la rilevanza dello strumento per la difesa italiana sottolineata dal ministro competente Guido Crosetto. In seguito, la premier Giorgia Meloni ha spostato la questione dal piano tecnico-militare a quello politico-fiscale, inviando una lettera alla presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, lo scorso 18 maggio, con l’esplicita richiesta di estendere alle spese per la crisi energetica la deroga al Patto di stabilità prevista per la difesa e mettendo così in dubbio la partecipazione dell’Italia allo strumento SAFE.

