Il sistema anti-balistico ucraino Freja potrebbe costare fino a cinque volte meno dei missili Patriot PAC-3 e diventare il pilastro della futura “Coalizione Anti-balistica” promossa dai Paesi europei. Kiyv sostiene che il progetto possa accelerare lo sviluppo di uno scudo antimissile comune e ridurre la dipendenza dell’Europa dalle tecnologie statunitensi.

Secondo i suoi sviluppatori, Freja è un concetto di difesa anti-balistica basato su un missile intercettore ucraino e su un lanciatore mobile, integrati con radar, sensori e sistemi di comando europei in un’unica rete di difesa aerea. Il progetto è sviluppato dall’azienda ucraina Fire Point, già nota per il drone d’attacco FP-1 e il missile da crociera Flamingo. Attualmente l’azienda sta sviluppando il missile intercettore FP-7.X, progettato per neutralizzare bersagli aerei e missili balistici.

“Freja sarà il nostro sistema anti-balistico, aperto ai partner europei che ci hanno sostenuto durante tutta questa guerra e in tutte le sfide che abbiamo affrontato”, ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Un missile cinque volte meno costoso del Patriot

L’argomento principale a favore di Freja è il costo. Il prezzo di un singolo missile intercettore non dovrebbe superare i 700.000 dollari, contro circa 3,8 milioni di dollari per un missile Patriot PAC-3. Grazie a ciò, il sistema ucraino dovrebbe poter essere prodotto su larga scala.

Freja sarebbe in grado di individuare, tracciare e intercettare missili balistici, comprese minacce paragonabili agli Iskander e ai Kinzhal russi.

Zelensky ha presentato il sistema come un progetto di respiro europeo che, nel tempo, potrebbe diventare lo standard continentale.

“L’Ucraina è in grado di costruire autonomamente sia il missile sia il lanciatore. L’elemento decisivo è però la cooperazione con gli Stati e le aziende europee che dispongono di radar, sensori e di tutti gli altri componenti necessari per realizzare un sistema anti-balistico pienamente operativo”, ha sottolineato.

Alla coalizione che sostiene il progetto partecipano dieci Paesi, riunitisi a Parigi a metà luglio 2026: Ucraina, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito. L’iniziativa rimarrà aperta ad altri partecipanti, che potranno contribuire con radar, sensori, elettronica di guida o capacità industriali. Zelensky ha inoltre dichiarato che al progetto hanno già aderito “dodici aziende del settore della difesa”.

Il programma viene presentato come un modo per sfruttare il potenziale industriale europeo nella costruzione di una capacità anti-balistica comune, riducendo la dipendenza dal limitato numero di missili intercettori statunitensi.

Fire Point punta ai primi risultati entro il 2026

La supervisione politica del progetto è affidata a David Alojan, vice segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e la Difesa dell’Ucraina, mentre la direzione tecnica è nelle mani di Denys Shtylerman, cofondatore e capo progettista di Fire Point.

Secondo Shtylerman, il primo intercettamento riuscito di un bersaglio in volo potrebbe avvenire entro la fine del 2026, seguito dall’avvio di una produzione accelerata. L’azienda ha già pubblicato filmati dei test e annunciato l’imminente avvio della produzione.

Oltre a promuovere il progetto, Zelensky ha anche messo in guardia da possibili tentativi russi di ostacolare la formazione della coalizione. “I russi faranno di tutto per gettare sabbia negli ingranaggi di questo processo e ritardare l’unione delle principali aziende che hanno la prospettiva di creare un proprio sistema”, ha affermato.

Per Zelensky, Freja non rappresenta soltanto un progetto tecnologico, ma anche un tassello di una più ampia visione della sicurezza europea.

Autonomia strategica europea o progetto troppo ambizioso?

Sebbene Freja venga presentato come uno strumento per rafforzare l’autonomia ucraina, nella pratica il sistema dipende da componenti stranieri – radar, sensori ed elettronica di guida – oltre che dai finanziamenti europei.

Tra le principali criticità vi è la capacità produttiva: l’Ucraina non dispone ancora di un’infrastruttura industriale sufficientemente sviluppata per una produzione di massa. Esiste inoltre il rischio che ritardi nello sviluppo o prestazioni inferiori alle attese possano indebolire la fiducia dei Paesi coinvolti.

Se la coalizione europea basata su Freja dovesse avere successo, rappresenterebbe un importante passo verso l’autonomia strategica rispetto ai sistemi statunitensi e si inserirebbe nelle più ampie iniziative dell’Unione Europea per rafforzare l’industria della difesa. La produzione congiunta e la condivisione delle infrastrutture potrebbero ridurre i costi sostenuti dai singoli Stati e creare un’architettura di difesa antimissile più distribuita e resiliente.

Per la Russia, una rete credibile e prodotta su larga scala di difesa antimissile renderebbe più complessa la pianificazione di attacchi con missili balistici e potrebbe ridurre l’efficacia delle campagne missilistiche come strumento di pressione militare. Mosca potrebbe reagire sviluppando tattiche basate su esche, saturazione dei sistemi di difesa, intensificazione della guerra elettronica e tentativi di interrompere le catene di approvvigionamento o colpire gli impianti produttivi collegati al programma Freja.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

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