La rottura dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada, avvenuta il 21 agosto, ha sorpreso molti. Nei giorni precedenti c’era un certo ottimismo sul fatto che si stessero compiendo progressi. Il 18 agosto il presidente statunitense Donald Trump, sempre desideroso di anticipare le notizie, aveva annunciato che era stato raggiunto un’intesa preliminare e aveva lasciato intendere di essere disposto a rinviare la scadenza del 22 agosto per l’aumento dei dazi.
I negoziati di Washington, iniziati a luglio, erano molto importanti. L’obiettivo era porre fine alla guerra commerciale scatenata dalla decisione di Trump del 2025 di imporre una serie di “dazi reciproci” sulle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti, nonché dai dazi di ritorsione e dalle altre misure adottate dal Canada contro le esportazioni statunitensi. Si sperava inoltre che i colloqui potessero contribuire a definire un quadro per la prossima revisione dell’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA).
Quando i negoziati sono falliti, Jamieson Greer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti, ha cercato di attribuire la responsabilità al Canada, sostenendo che la squadra negoziale canadese avesse introdotto nuove richieste oppure fatto marcia indietro rispetto a impegni discussi in precedenza. La parte canadese ha respinto questa ricostruzione.
Il primo ministro canadese Mark Carney, durante una conferenza stampa il 22 agosto, ha invece sostenuto che fossero stati gli Stati Uniti a presentare richieste dell’ultimo minuto che il Canada considerava inaccettabili, compresi tentativi di introdurre disposizioni capaci di incidere sull’autonomia commerciale e sulla sovranità del Canada.
A seguito della rottura dei negoziati, sono entrati in vigore dazi statunitensi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di beni canadesi. I dazi sono stati imposti ai sensi della Sezione 338 del Tariff Act statunitense del 1930, che consente al presidente degli Stati Uniti di applicare dazi fino al 50% sulle importazioni provenienti da un Paese ritenuto discriminatorio nei confronti degli Stati Uniti.
Carney ha indicato che il suo governo risponderà con dazi di ritorsione sulle esportazioni statunitensi verso il Canada, secondo il principio del “dollaro per dollaro”. Le contromisure canadesi entreranno in vigore immediatamente dopo il Labour Day, il 7 settembre, giorno in cui inizierà a pieno ritmo la campagna per le elezioni di metà mandato statunitensi, un elemento che certamente non sfuggirà a Trump.
Il discorso del premier canadese è andato ben oltre l’attribuzione di responsabilità per il fallimento dei negoziati di Washington. Non si è limitato a spiegare ai concittadini perché il suo governo avesse deciso di abbandonare i colloqui, ma ha anche guardato oltre l’attuale disputa.
Affermando che “l’America è cambiata”, Carney ha chiarito che, d’ora in avanti, i rapporti tra Stati Uniti e Canada saranno molto diversi, e che questo cambiamento avrà anche dei costi per gli Stati Uniti.
Carney respinge le richieste di Trump: Il Canada non si piega
“Se vieni attaccato, sei in guerra, e noi siamo stati attaccati”
Il discorso di Carney di sabato non è stato soltanto un appello all’unità dei cittadini canadesi; conteneva anche una serie di messaggi rivolti a Washington. Il Canada, ha detto, “ne ha abbastanza” dei diktat provenienti da Washington. Ha descritto le azioni degli Stati Uniti come una violazione delle aspettative relative al comportamento che alleati e Paesi vicini di lunga data dovrebbero avere gli uni nei confronti degli altri.
Sebbene il discorso sia stato pronunciato con il consueto tono calmo e ponderato di Carney, presentava alcuni elementi decisamente churchilliani. Alla domanda se il Canada fosse in una guerra commerciale, Carney è stato netto: “Se vieni attaccato, sei in guerra, e noi siamo stati attaccati”.
Secondo Carney, gli Stati Uniti non stavano semplicemente cercando di condurre una trattativa commerciale dura: stavano abusando del proprio potere economico in modi che si discostavano dalle norme di cooperazione che avevano sostenuto per decenni la relazione tra Canada e Stati Uniti.
Di conseguenza, i rapporti con Washington sono cambiati. Il Canada, ha detto, non può “controllare la tempesta che arriva da Washington, ma possiamo tracciare una nuova rotta rafforzando il Canada al suo interno e diversificando le nostre relazioni commerciali all’estero”.
Durante i negoziati commerciali, ha spiegato, il Canada aveva “lavorato intensamente e in buona fede con gli Stati Uniti per negoziare un nuovo accordo commerciale complessivo”. Il Paese era stato “pragmatico, paziente e perseverante» nel perseguire ogni possibilità di raggiungere un accordo, ma «non si era fatto illusioni: avevamo riconosciuto fin dall’inizio che l’America è cambiata”.
Carney ha ricordato che già nel 2025 aveva segnalato come fosse terminato il processo, durato decenni, di progressiva integrazione tra le economie canadese e statunitense. Il Canada, ha suggerito, aveva riconosciuto prima di altri governi che l’America era pronta a utilizzare rapporti commerciali, dazi e integrazione economica come armi, persino contro i suoi alleati più stretti.
In un riferimento particolarmente duro alla scarsa affidabilità degli Stati Uniti, Carney ha suggerito che il Canada fosse arrivato a riconoscere che la firma statunitense sugli accordi è talvolta “scritta a matita”, quindi sostanzialmente priva di valore.
All’inizio dei negoziati, il primo ministro e la squadra negoziale canadese avevano ricevuto “un nuovo mandato per cercare un accordo equo negoziato in buona fede”. Riconoscendo che “i legami tra canadesi e americani sono profondi e rimangono forti”, il Canada sperava in un accordo commerciale vantaggioso per entrambe le parti, “che rispetti la nostra sovranità, che valorizzi i nostri punti di forza complementari, che riduca i costi per le famiglie su entrambi i lati del confine e che crei buoni posti di lavoro per i lavoratori”.
Un simile accordo era possibile e il Canada aveva lavorato per raggiungerlo. Ottawa aveva costantemente proposto partenariati di lungo periodo, mentre gli Stati Uniti, al contrario, avevano spesso perseguito accordi di breve periodo.
Alla fine, ha affermato Carney, “il divario tra partnership e competizione è rimasto troppo ampio negli ultimi giorni”. Per questo motivo, ai negoziatori canadesi è stato ordinato di rientrare a Ottawa.
Carney è stato particolarmente tagliente nel criticare il continuo cambiamento delle spiegazioni fornite dagli Stati Uniti per giustificare la volatilità della loro politica tariffaria.
Secondo il primo ministro, gli Stati Uniti non solo avevano violato gli impegni previsti dall’Accordo Canada-USA-Messico (CUSMA) introducendo arbitrariamente nuovi dazi, ma avevano anche modificato continuamente le motivazioni delle loro azioni: dal fentanyl alle tasse sulle grandi aziende tecnologiche statunitensi, dalla certificazione degli aeromobili americani alla condivisione dei pedaggi di un ponte costruito e finanziato dal Canada, dalla politica canadese sui prodotti lattiero-caseari alle decisioni delle province di non vendere alcolici americani durante la guerra commerciale, fino a uno spot televisivo che citava Ronald Reagan e al fumo degli incendi boschivi mentre questi minacciavano le comunità canadesi.
Il primo ministro ha inoltre contestato direttamente l’argomento preferito da Trump secondo cui i dazi statunitensi sulle esportazioni canadesi sarebbero giustificati dal deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti del Canada. Ricordando che il Canada fornisce il 99% delle importazioni statunitensi di gas naturale, l’85% delle importazioni di elettricità e il 60% delle importazioni di petrolio greggio, Carney ha aggiunto: “Non credo che vogliano che smettiamo di inviare loro tutta questa energia”.
Con le elezioni di metà mandato statunitensi ormai all’orizzonte, il primo ministro ha ricordato a Trump che il Canada rappresenta uno dei tre principali clienti per 45 Stati americani e che nel 2025 gli americani hanno venduto al Canada quasi 600 miliardi di dollari di beni e servizi, “più di 1,6 miliardi di dollari ogni singolo giorno”.
Riferendosi all’ultima decisione di Trump, che avrebbe imposto un dazio del 50% su una serie di prodotti canadesi, tra cui attrezzature da hockey, abbigliamento, cemento e birra, Carney ha osservato che “l’unico vantaggio di quest’ultima minaccia” era stato quello di fungere da catalizzatore per negoziati ancora più intensi da parte del Canada.
Carney ha sottolineato che il Canada aveva offerto di eliminare i restanti dazi di ritorsione sui settori strategici, in particolare acciaio, alluminio e automobili, qualora gli Stati Uniti avessero ridotto significativamente i propri dazi a livelli che rendessero economicamente conveniente per le aziende canadesi esportare negli Stati Uniti.
In cambio di un accordo equo, il suo governo avrebbe inoltre incoraggiato le province canadesi a “riportare l’alcol americano sugli scaffali”, una misura non tariffaria che aveva irritato particolarmente Trump.
Carney ha però avvertito che c’erano cose che il Canada non avrebbe fatto: “non eravamo disposti a compromettere la sovranità del Canada o a indebolire i nostri settori chiave”. Ha inoltre avvertito che il Canada non era disposto a compromettere la propria tutela sovrana dell’uso della lingua francese, in quello che si ritiene fosse un riferimento ad alcune questioni introdotte all’ultimo momento dai negoziatori statunitensi riguardo ai requisiti linguistici per le imprese del Québec e all’Online Streaming Act canadese.
Il primo ministro ha chiarito che il Canada avrebbe risposto in modo equivalente ai dazi statunitensi che Trump avrebbe applicato dal 22 agosto, secondo il principio della “ritorsione dollaro per dollaro”.
Le misure canadesi riguarderanno settori come acciaio, prodotti lattiero-caseari, elettrodomestici, attrezzature agricole, cellulosa e carta ed elettronica. Comprenderanno prodotti attualmente soggetti a quelli che il Canada considera dazi ingiustificati ai sensi delle Sezioni 232 e 338.
Le misure della Sezione 232 comprendono restrizioni sui beni che gli Stati Uniti considerano una minaccia alla sicurezza nazionale. I dazi della Sezione 338, che possono arrivare fino al 50%, si applicano invece alle importazioni provenienti da Paesi ritenuti discriminatori nei confronti degli Stati Uniti.
Carney ha riconosciuto che i dazi “aumenteranno i costi e ridurranno la possibilità di scelta per i canadesi”. Ha inoltre riconosciuto che alcune aziende e alcuni Stati americani sono spettatori innocenti di una disputa che non desiderano.
I canadesi sono dalla parte di Carney
Pur ammettendo che le misure di ritorsione canadesi provocheranno sofferenza economica, Carney ha affermato che il suo governo sta procedendo nell’interesse nazionale del Canada. Rifiutando un cattivo accordo e difendendo il Canada, il suo governo avrebbe reso il Paese “forte per tutti”.
Nelle sue conclusioni, Carney ha descritto l’azione intrapresa dagli Stati Uniti come “progettata per danneggiarci e dividerci”, ma ha sostenuto che si trattasse di un errore di calcolo da parte americana: la minaccia proveniente dagli Stati Uniti avrebbe infatti finito per avvicinare ulteriormente i canadesi.
Tutti gli indicatori disponibili finora sembrano confermare che Carney abbia avuto ragione e che la linea adottata dal primo ministro goda di un sostegno molto ampio sia nella politica canadese sia tra l’opinione pubblica.
I sondaggi realizzati prima del fallimento dei negoziati con gli Stati Uniti indicavano che i canadesi, che generalmente hanno un’opinione molto negativa di Trump, sostengono fortemente l’adozione di una linea dura nei confronti degli Stati Uniti. I cittadini canadesi hanno inoltre manifestato direttamente la propria frustrazione nei confronti dell’approccio americano sostenendo le decisioni delle amministrazioni provinciali di rimuovere dagli scaffali alcolici e vini prodotti negli Stati Uniti.
Le esportazioni statunitensi di vino verso il Canada sono diminuite di quasi il 78% nel 2025 rispetto al 2024. Nello stesso periodo, le vendite di liquori statunitensi in Canada sono calate di oltre il 65%.
I canadesi hanno inoltre manifestato il proprio malcontento nei confronti delle politiche statunitensi riducendo i viaggi verso gli Stati Uniti. Nel 2025 si è registrato un forte calo dei viaggi dal Canada agli Stati Uniti: fino a 10 milioni di viaggi in meno rispetto al 2024, mentre la spesa dei canadesi negli Stati Uniti è diminuita di 2,4 miliardi di dollari.
E adesso?
Gli Stati Uniti e il Canada sono entrati in un territorio inesplorato: dopo la rottura dei negoziati di venerdì non esiste una chiara “via d’uscita” dalla situazione in cui entrambi i Paesi si trovano.
Dopo aver respinto le tattiche di forte pressione di Trump e aver deciso di reagire con durezza agli ultimi dazi, la sfida per Mark Carney sarà convincere i canadesi che il costo del dolore economico vale il prezzo da pagare per opporsi all’amministrazione Trump.
Tutti gli indicatori suggeriscono che, almeno per il momento, Carney abbia “il vento a favore”. La posizione di Trump è invece decisamente meno favorevole. A marzo, un gruppo di 19 governatori statali aveva esortato il Congresso a bloccare o riformare in generale la politica tariffaria di Trump. I governatori degli Stati di confine e degli Stati industriali fortemente legati al Canada sono stati particolarmente espliciti nell’avvertire che una guerra commerciale con il Canada avrebbe colpito l’occupazione, le catene di approvvigionamento, i prezzi e i ricavi del turismo.
Lo sviluppo di una guerra commerciale con il Canada offre ai Democratici un’ulteriore arma da utilizzare nelle elezioni di metà mandato di novembre. La questione avrà ripercussioni sui 13 Stati americani che condividono un confine con il Canada, seppur in misura diversa.
Nelle elezioni di metà mandato del 2026, Michigan, New York, Maine, Minnesota, Ohio e Pennsylvania sono considerati Stati decisivi (battleground states) con confini diretti con il Canada o con le acque territoriali canadesi. La questione potrebbe essere particolarmente importante in Michigan, uno Stato in bilico con legami particolarmente forti con il Canada. È inoltre probabile che abbia un ruolo in Maine e Vermont, dove il Canada rappresenta il principale partner commerciale.
A 70 giorni dalle elezioni di metà mandato statunitensi, l’assenza di un percorso evidente per tornare al tavolo negoziale esercita una pressione maggiore su Washington che su Ottawa.
Le vecchie assunzioni che avevano regolato per decenni il rapporto tra Canada e Stati Uniti sono state abbandonate. Ciò che le sostituirà, invece, rimane ancora poco chiaro.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

