L’economia italiana crescerà dello 0,5% nel 2026 e nel 2027, frenata dall’incertezza globale, dall’aumento dei prezzi dell’energia e da debolezze strutturali che continuano a limitare la produttività. È la valutazione della missione del Fondo monetario internazionale, guidata da Lone Christiansen, al termine dei colloqui condotti dal 13 al 26 maggio nell’ambito della consultazione 2026 sull’Italia ai sensi dell’articolo IV. Il dato sulla crescita indicato dal FMI è sostanzialmente in linea con le Previsioni economiche di primavera della Commissione europea, che stimano per l’Italia un aumento del PIL reale dello 0,5% nel 2026, come nel 2025, e dello 0,6% nel 2027.
Secondo il Fondo, l’attività economica italiana si trova davanti a un quadro di breve termine “sempre più difficile”, segnato dall’incertezza globale e dal rincaro dell’energia. Nel 2025 il PIL reale è cresciuto dello 0,5%, sostenuto dai consumi privati e dagli investimenti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma la guerra in Medio Oriente ha modificato il quadro: l’inflazione complessiva è salita al 2,8% su base annua ad aprile, anche per la forte dipendenza italiana dai combustibili fossili importati nella produzione energetica, mentre gli spread sui titoli di Stato, pur restando contenuti, hanno registrato una nuova volatilità.
La Commissione europea descrive una dinamica simile. Nella scheda dedicata all’Italia delle Previsioni di primavera, Bruxelles prevede che la crescita resti allo 0,5% nel 2026, sostenuta dagli investimenti finanziati dal PNRR, mentre i consumi rallentano per la perdita di potere d’acquisto e le esportazioni nette sottraggono crescita. Per il 2027 la Commissione attende una lieve accelerazione allo 0,6%, favorita dalla ripresa del commercio globale e dalla normalizzazione dei prezzi, ma con investimenti vincolati dal rallentamento delle costruzioni e dalla scadenza dei progetti legati al dispositivo per la ripresa e la resilienza.
Il FMI avverte che i rischi al ribasso si stanno accumulando. Un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe spingere ancora verso l’alto i prezzi dell’energia, irrigidire le condizioni finanziarie e indebolire ulteriormente fiducia e attività economica. Anche un’intensificazione delle tensioni commerciali o una correzione brusca dei mercati legata all’intelligenza artificiale potrebbero pesare sulla crescita. Sul fronte interno, un consolidamento fiscale più lento del previsto, nuovi ritardi negli investimenti pubblici o nell’attuazione delle riforme rischierebbero di incidere negativamente sul sentiment dei mercati.
Il capitolo fiscale resta centrale. Il Fondo riconosce che il consolidamento ha rafforzato la fiducia dei mercati: il disavanzo primario si è ridotto nel 2025 e il saldo primario è migliorato fino allo 0,8% del PIL. Tuttavia, il debito pubblico è salito a circa il 137% del PIL a fine 2025 e resta vulnerabile a shock su crescita, tassi di interesse e fiducia. Per questo il FMI raccomanda un aggiustamento fiscale più concentrato nella fase iniziale, pari a circa l’1% del PIL nel biennio 2026-2027 rispetto a quanto già previsto, da costruire soprattutto attraverso ampliamento della base imponibile, maggiore conformità fiscale ed efficienza della spesa.
In questa cornice rientra anche il giudizio sulle misure contro il caro energia. Il FMI sostiene che gli interventi per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dovrebbero essere neutrali per il bilancio, temporanei, ben mirati e tali da non ridurre l’incentivo a contenere i consumi energetici. Da qui la raccomandazione di sostituire la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina con trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili.
La posizione è in linea con l’impostazione indicata dalla Commissione europea nel quadro delle misure di risposta allo shock energetico del 2026. Bruxelles ha stimato in 14,5 miliardi di euro il costo delle misure di bilancio adottate o annunciate dagli Stati membri per attenuare l’impatto sociale ed economico dei prezzi elevati dell’energia, ma ha ribadito che gli interventi devono essere mirati, tempestivi e temporanei, preservando gli incentivi alla riduzione della domanda. La Commissione ha inoltre osservato che circa tre quarti del sostegno vengono spesi in modo non mirato, anche attraverso tagli alle accise o ad altre imposte indirette sui carburanti, e che le misure di prezzo possono indebolire il segnale necessario ad adattare i consumi quando l’offerta è limitata.
Sul lato delle entrate, il FMI chiede di proseguire la riforma fiscale rafforzando gli strumenti digitali per migliorare la compliance, ma anche di semplificare il sistema e razionalizzare le agevolazioni. Tra le indicazioni figurano l’eliminazione dell’aliquota forfettaria preferenziale sui redditi da lavoro autonomo e l’aggiornamento dei valori catastali, misure che secondo il Fondo amplierebbero la base imponibile, migliorerebbero l’equità e contribuirebbero al consolidamento. Il Fondo raccomanda inoltre maggiore trasparenza di bilancio e un monitoraggio più chiaro del percorso di spesa netta previsto dal Piano strutturale di bilancio di medio termine.
Usare al meglio l’esperienza del PNRR
Il PNRR resta uno dei punti decisivi dell’analisi. Per il FMI, la sua attuazione continua a essere fondamentale per sostenere gli investimenti e aumentare la produttività. Ma il Fondo insiste sulla necessità di usare l’esperienza del Piano anche per la fase successiva: un maggiore coordinamento tra ministeri, una condivisione più efficace delle informazioni e una valutazione sistematica dell’efficacia delle politiche dovrebbero servire a consolidare gli strumenti che hanno funzionato e a costruire un’agenda di riforme post-PNRR ben calibrata.
Anche qui il raccordo con la lettura della Commissione è diretto. Bruxelles attribuisce agli investimenti finanziati dal PNRR un ruolo di sostegno alla crescita nel 2026, soprattutto per infrastrutture, attrezzature e investimenti non residenziali. Allo stesso tempo, segnala che nel 2027 la fine dei progetti legati al Recovery and Resilience Facility contribuirà a limitare gli investimenti e a ridurre la spesa in conto capitale. Il punto, quindi, non è solo completare l’attuazione del Piano, ma evitare che la sua chiusura lasci un vuoto nella capacità di investimento pubblico e nella traiettoria delle riforme.
Il Fondo collega la piena attuazione del PNRR anche alla transizione verde e alla sicurezza energetica. I recenti shock dei prezzi, si legge nella valutazione, rafforzano la necessità di accelerare sulle rinnovabili, sullo stoccaggio, sulla semplificazione delle autorizzazioni e su una maggiore integrazione del mercato elettrico a livello nazionale ed europeo. L’obiettivo indicato è ridurre la volatilità dei prezzi dell’energia e rafforzare competitività e sicurezza energetica.
Il quadro strutturale resta però debole. Il FMI indica la bassa crescita della produttività, l’invecchiamento della popolazione e il tasso di partecipazione al lavoro inferiore rispetto ai Paesi comparabili, in particolare tra donne e giovani, come fattori che limitano la crescita potenziale intorno allo 0,6% nel medio termine. Per questo sollecita riforme nazionali ed europee: riduzione delle barriere regolatorie, maggiore prevedibilità delle politiche, miglioramento del sistema giudiziario e delle procedure di insolvenza, sviluppo dei mercati dei capitali e avanzamento dell’Unione del risparmio e degli investimenti.
Sul settore finanziario, la missione del Fondo rileva che il sistema bancario italiano resta resiliente, sostenuto da profitti record, buona qualità del credito, capitale solido e ampia liquidità. Gli stress test indicano una capacità di assorbire shock severi, ma permangono vulnerabilità in alcuni segmenti, in particolare tra istituti meno significativi con modelli di business specializzati, e nei legami ancora stretti tra settore finanziario e debito sovrano. Il FMI raccomanda quindi una vigilanza più agile e un uso più proattivo degli strumenti macroprudenziali.

