Gli Stati Uniti hanno annunciato l’avvio di una campagna coordinata tra le agenzie federali per ridurre la capacità operativa della Corte penale internazionale e contrastarne qualsiasi tentativo di esercitare la propria giurisdizione su cittadini, militari e funzionari statunitensi. L’annuncio è stato dato dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha definito il tribunale dell’Aia una “minaccia intollerabile” alla sovranità americana.

Secondo il dipartimento di Stato, Washington intende mettere in campo una “risposta coordinata” per ostacolare le iniziative della Corte e convincere altri Paesi a contestarne la legittimità quando coinvolgano cittadini di Stati che non hanno aderito allo Statuto di Roma. “Insegneremo alla CPI il vero significato della risolutezza statunitense”, ha affermato Rubio in un messaggio video su X, accusando il tribunale di voler diventare “un arbitro incontrollabile di una nuova legge globale” e di arrogarsi il potere di perseguire e arrestare cittadini americani.

L’amministrazione sostiene che la Corte non possa esercitare alcuna autorità sugli Stati Uniti, che non sono parte dello Statuto di Roma e non ne hanno mai riconosciuto la giurisdizione. Lo stesso argomento era stato ribadito il 2 luglio dal dipartimento di Giustizia, secondo cui qualsiasi procedimento contro cittadini statunitensi costituirebbe una violazione della sovranità nazionale. Washington ha inoltre annunciato che non collaborerà con indagini, convocazioni, richieste di estradizione o trasferimenti presentati dalla Corte.

La posizione statunitense, tuttavia, non coincide con l’interpretazione adottata dalla CPI. In base allo Statuto di Roma, la Corte può rivendicare la propria competenza anche nei confronti di cittadini di Paesi non aderenti quando i presunti crimini siano stati commessi sul territorio di uno Stato parte o di uno Stato che ne abbia accettato la giurisdizione. È su questa base, contestata da Washington, che il tribunale aveva autorizzato l’indagine sui presunti crimini commessi in Afghanistan, coinvolgendo anche personale militare e dell’intelligence americana.

La nuova offensiva diplomatica prevede pressioni sugli Stati che collaborano militarmente con Washington o beneficiano della protezione statunitense affinché respingano qualsiasi richiesta della Corte contro personale americano. Il dipartimento di Stato intende inoltre coordinarsi con altri Paesi non aderenti allo Statuto di Roma e valutare con maggiore attenzione i rapporti con i governi che continuano a sostenere la Cpi pur ricevendo assistenza dagli Stati Uniti.

Tra gli strumenti evocati figurano la revoca dei visti, il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per giudici, procuratori e dipendenti della Corte, nonché un ulteriore inasprimento delle sanzioni contro il tribunale e contro persone o organizzazioni accusate di sostenerne le attività. Rubio ha precisato che “nessuna opzione diplomatica sarà esclusa”, arrivando a prospettare iniziative volte a incoraggiare alcuni Stati a valutare il proprio ritiro dalla Corte.

La campagna si fonda anche sull’ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump il 6 febbraio 2025, con cui la Casa Bianca ha dichiarato le attività della CPI contro cittadini statunitensi e israeliani una “minaccia straordinaria” alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti. Il provvedimento consente il congelamento dei beni e la sospensione dell’ingresso negli Usa per funzionari della Corte e soggetti accusati di aver contribuito a indagini o procedimenti contro persone protette.

Nel mirino di Washington vi sono soprattutto le precedenti indagini sull’Afghanistan e le iniziative giudiziarie relative alla guerra a Gaza. Gli Stati Uniti e Israele non sono membri della CPI, ma la Palestina ha aderito allo Statuto di Roma. L’amministrazione Trump sostiene che il tribunale abbia oltrepassato il proprio mandato, mentre la Corte e i suoi sostenitori affermano che le sanzioni americane mirano a compromettere l’indipendenza di un’istituzione giudiziaria internazionale.

[a cura di Simone Cantarini]

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