La Camera ha bocciato il 14 luglio, con voto segreto, l’emendamento a prima firma Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro che puntava a reintrodurre le preferenze nella riforma della legge elettorale sostenuta dal governo. Il testo è stato respinto per un solo voto, 188 contrari contro 187 favorevoli, affossato da una trentina di franchi tiratori della maggioranza nonostante il parere favorevole dell’esecutivo e l’adesione annunciata da Lega e Forza Italia. Le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni, che sui social ha parlato di una nuova vittoria della “palude”. La sera stessa il campo largo si è riunito in piazza Montecitorio alla mobilitazione “La Notte della Democrazia”, promossa da +Europa e Volt contro quello che le forze progressiste chiamano “Melonellum”.

L’emendamento, contrassegnato come 1.1077, interveniva sull’articolo 1 del provvedimento e prevedeva un sistema misto: capolista bloccato e, a seguire, la possibilità di esprimere fino a tre preferenze su una scheda con sette nomi, con alternanza di genere a partire dal terzo candidato, secondo il cosiddetto modello toscano. Depositato il 13 luglio da FdI, Noi Moderati e Udc senza la firma iniziale di Lega e Forza Italia, aveva incassato nel corso della giornata l’annuncio di voto favorevole dei due alleati, oltre a quello di Futuro Nazionale. Relatori di maggioranza e governo avevano espresso parere favorevole.

Le opposizioni hanno ottenuto lo scrutinio segreto, autorizzato dall’ufficio di presidenza e applicato a oltre un centinaio di votazioni. Nel pomeriggio Meloni aveva spinto sui social per il voto palese, definendo necessaria “un’operazione verità” per distinguere chi invoca le preferenze per convinzione da chi lo fa per calcolo. Alla lettura del risultato da parte del presidente di turno Fabio Rampelli, i banchi dell’opposizione sono esplosi in un’esultanza accompagnata dai cori “dimissioni” ed “elezioni”, mentre nella maggioranza sono mancati diversi voti rispetto ai numeri teorici della coalizione.

La reazione di Meloni e della maggioranza

Affidando la replica ai social, la presidente del Consiglio ha rivendicato il tentativo di reintrodurre le preferenze dopo oltre trent’anni di liste bloccate e ha attribuito la sconfitta al voto segreto chiesto dalle opposizioni. “Ha vinto di nuovo la palude”, ha scritto Meloni, ammettendo che “nella maggioranza sono mancati diversi voti” e che “serve una riflessione”. Il vicepremier Antonio Tajani ha derubricato l’episodio a “incidente di percorso”, assicurando che l’esecutivo va avanti e che il voto non riguardava la fiducia al governo.

La maggioranza ha respinto l’ipotesi di conseguenze politiche immediate. Il capogruppo di FdI alla Camera e primo firmatario dell’emendamento, Galeazzo Bignami, ha ricordato che si è trattato di un voto parlamentare e che le dimissioni “sono un’altra cosa”, mentre il capogruppo di Forza Italia Enrico Costa ha negato franchi tiratori interni al proprio gruppo e confermato la prosecuzione dei lavori. La conferenza dei capigruppo ha deciso di proseguire l’esame in seduta notturna, in una serata segnata anche dalle proteste per un video girato in Aula da alcuni deputati di Futuro Nazionale durante lo scrutinio segreto. Dal Senato, il presidente Ignazio La Russa ha rammentato che il bicameralismo consente di intervenire sul testo licenziato dalla Camera.

Le opposizioni chiedono le dimissioni

I leader del centrosinistra hanno letto il voto come una sfiducia di fatto. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha chiesto a Meloni di aprire la crisi e “andare a casa”; la segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato di “fallimento” della maggioranza e di un voto “contro l’arroganza” della premier; Angelo Bonelli ha sostenuto che Meloni sia stata “sfiduciata” dall’Aula, mentre Matteo Renzi ha affermato che “la maggioranza non c’è più”. Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, secondo cui la riforma appare ormai compromessa, e i rappresentanti di +Europa e Italia Viva.

A conferma della rottura, le opposizioni hanno ritirato tutti i propri emendamenti tranne quelli sul voto dei fuorisede. Sul piano istituzionale, tuttavia, la bocciatura di un singolo emendamento non comporta effetti diretti sull’esecutivo, che resta in carica. Il peso politico resta comunque rilevante: Meloni aveva fatto della riforma elettorale una priorità, tanto più dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia di marzo, e l’essere stata contraddetta dalla propria maggioranza indebolisce la coesione della coalizione a poco meno di un anno dalle politiche.

Legge elettorale, scontro alla Camera sullo Stabilicum: opposizioni contro la corsa del governo

La manifestazione di piazza Montecitorio

La bocciatura è arrivata mentre in piazza Montecitorio si teneva “La Notte della Democrazia”, la mobilitazione promossa a partire dalle 18 da +Europa e Volt contro la riforma. Al presidio hanno aderito Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Riccardo Magi, insieme a esponenti di Psi e area riformista, con l’invito ai partecipanti a portare un fiore bianco come simbolo di una democrazia “da non lasciare morire nel silenzio”.

Per Volt è intervenuta la copresidente Francesca Romana D’Antuono, secondo cui il governo avrebbe concentrato le proprie energie su misure volte ad ampliare il proprio controllo senza mettere in campo un progetto per il Paese, dal piano industriale al salario minimo alle politiche per il lavoro. “La democrazia non si rafforza riducendo la rappresentanza dei cittadini, ma ampliando la partecipazione”, ha dichiarato D’Antuono, collegando la protesta alla richiesta di allargare l’accesso alla competizione elettorale.

La riforma contestata

Il provvedimento in esame, definito dalla maggioranza “Stabilicum” e dalle opposizioni “Melonellum”, prevede un impianto proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione che superi il 42% dei voti e l’eliminazione dei collegi uninominali oggi in vigore con il Rosatellum. Secondo i promotori della mobilitazione, il meccanismo consentirebbe a una coalizione con il 42% dei consensi di ottenere una larga maggioranza dei seggi, alterando il rapporto tra voto e rappresentanza, e manterrebbe le liste bloccate, continuando a negare il voto ai fuorisede e limitando la firma digitale e l’accesso delle nuove forze politiche.

Proprio sul nodo delle liste bloccate si è consumato il paradosso della giornata: l’emendamento bocciato era quello che avrebbe parzialmente reintrodotto le preferenze. Le opposizioni lo hanno però respinto definendolo una modifica solo apparente, con capolista e listone bloccati e senza una piena garanzia di alternanza di genere, e hanno votato contro insieme ai franchi tiratori del centrodestra. Il tema delle preferenze resta storicamente controverso in Italia per il rischio di voto di scambio, argomento richiamato negli anni dai suoi oppositori e oggi al centro delle tensioni interne alla maggioranza.

Che cosa succede adesso

I lavori sulla legge elettorale riprenderanno oggi, 15 luglio, con la maggioranza intenzionata a portare a termine l’approvazione del testo tornato nella versione licenziata dalla commissione. Il centrodestra punta ad archiviare la sconfitta come un episodio isolato, mentre restano aperti i dossier sul voto dei fuorisede e degli eletti all’estero, tra i pochi emendamenti non ritirati dalle opposizioni.

Sul fronte parlamentare, il passaggio al Senato potrà offrire alla maggioranza l’occasione per rivedere il testo, come segnalato dalla presidenza di Palazzo Madama. Le opposizioni annunciano invece ostruzionismo e ribadiscono i profili di illegittimità costituzionale già sollevati con le pregiudiziali, mantenendo la richiesta di dimissioni e di elezioni anticipate.

, , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *