Sono trascorsi centoquaranta giorni da quando, in Albania, è scattata la scintilla della cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri”. Quella che era nata come una protesta contro il progetto turistico promosso dall’imprenditore statunitense Jared Kushner, destinato a sorgere in un’area protetta della costa adriatica, si è trasformata, giorno dopo giorno, in qualcosa di molto più grande.
Di fronte al silenzio e alle mancate risposte del governo di Edi Rama, il malcontento è cresciuto, dando vita a un movimento trasversale che da oltre quattro mesi continua a scuotere le strade dell’Albania.
Fondamentale è stato l’inizio del nuovo anno accademico. Sull’onda delle proteste in Francia, gli studenti albanesi sono tornati a riempire le piazze di Tirana, come non accadeva dal 2019. Le motivazioni sono in gran parte le stesse di sette anni fa: pessime condizioni delle università, aumento del costo della vita, corruzione e mancanza di prospettive in patria.
Poco conta, secondo gli studenti, la possibilità che l’Albania diventi Stato membro dell’Unione europea se i giovani sono comunque costretti a emigrare per trovare un’istruzione e un lavoro di qualità.
La rabbia degli albanesi ha dato vita in poco tempo a scontri con la polizia, con lanci di pietre e bottiglie molotov, barricate, incendi e danneggiamenti di edifici pubblici. La condotta delle forze dell’ordine è stata altrettanto dura: gas lacrimogeni, idranti, spray al peperoncino e addirittura proiettili di gomma. Centinaia di persone sono state arrestate e decine di manifestanti e agenti sono rimasti feriti.
La questione, tuttavia, non è soltanto l’escalation della violenza, ma il significato politico di una protesta che ha coinvolto una generazione cresciuta durante i tredici anni di governo di Rama. In questo senso, il progetto di Kushner assume un valore simbolico: rappresenta, agli occhi dei manifestanti, un modello di sviluppo percepito come favorevole a una ristretta élite economica.
“Siamo stanchi di essere derisi e disprezzati da chi detiene il potere”, ha dichiarato un giovane intervistato dalla BBC, in un quadro che la stessa emittente ha descritto attraverso accuse di clientelismo e corruzione, istituzioni deboli e scarse opportunità per i giovani.
È proprio questa dimensione generazionale a rendere la crisi particolarmente delicata. Gli studenti non sembrano riconoscersi né nel governo né, in misura significativa, nell’opposizione tradizionale.
Edi Rama, al potere dal 2013 e oggi al suo quarto mandato, ha escluso categoricamente le dimissioni. Il premier sostiene che i governi debbano essere cambiati attraverso le elezioni e respinge l’idea che le proteste possano mettere in discussione il suo mandato.
Albania, si intensificano le proteste degli studenti contro il governo Rama
Rama ha inoltre cercato di spostare il centro del dibattito dal malcontento interno al futuro europeo dell’Albania. Secondo il premier, a essere minacciato non sarebbe il suo governo, ma il percorso di adesione all’Unione europea. Rama presenta infatti il proprio governo come il principale garante dell’integrazione europea e suggerisce che destabilizzarlo potrebbe mettere a rischio l’obiettivo dell’adesione entro il 2030.
Tuttavia, questa strategia rischia di produrre l’effetto opposto. Per una parte dei giovani manifestanti, infatti, l’Europa non è un argomento per difendere lo status quo, bensì uno standard attraverso cui misurare la qualità della democrazia albanese. Il diritto di protesta, l’indipendenza delle istituzioni, la proporzionalità dell’uso della forza e la lotta alla corruzione sono tutti elementi centrali del processo di adesione all’Unione europea.
Bruxelles considera l’Albania uno dei Paesi dei Balcani occidentali più avanzati nel processo di integrazione e ha ripetutamente sottolineato i progressi compiuti da Tirana, continuando a sostenere l’obiettivo dell’adesione entro il 2030. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, di recente in visita a Tirana, ha ribadito questo orientamento, ma ha anche invitato il governo ad ascoltare e a confrontarsi con i cittadini, con un riferimento implicito alla “Rivoluzione dei Fenicotteri”.
Le grandi mobilitazioni studentesche sono avvenute successivamente e, fino a ora, non è arrivato un messaggio specifico da Bruxelles sulla protesta. Se continuerà a non esserci, il rischio è che l’Unione venga percepita dai giovani albanesi come un alleato del governo, anziché come un interlocutore impegnato nella difesa dello Stato di diritto.
Ora, in Albania, si profilano tre scenari: un passo indietro di Rama, attraverso un rimpasto o, nello scenario più radicale, elezioni anticipate; un’ulteriore escalation repressiva, che rischierebbe di trasformare la protesta studentesca in una crisi politica nazionale; oppure, più probabilmente nel breve periodo, una strategia di concessioni e fermezza, con maggiori risorse all’istruzione, un rimpasto e nuove misure sociali, accompagnati da una risposta dura agli episodi di violenza.
Una soluzione, quest’ultima, che potrebbe guadagnare tempo senza però affrontare le cause profonde del malcontento. La vera incognita, infatti, è quanto a lungo durerà la rabbia dei giovani e se resterà legata alla protesta dei “Fenicotteri” in una mobilitazione politica strutturata.
L’Albania è profondamente cambiata rispetto al 2013, quando Rama arrivò al potere. Una nuova generazione è cresciuta guardando all’Europa come a un riferimento politico, economico e culturale. Questi giovani non chiedono necessariamente un’alternativa geopolitica all’Occidente. Al contrario, chiedono che l’integrazione europea significhi anche istituzioni più trasparenti, opportunità economiche, università migliori e maggiore responsabilità politica.
Per questo la crisi di Tirana non può essere liquidata come una semplice rivolta di piazza. La domanda che gli studenti stanno ponendo è più profonda: che tipo di Paese deve diventare l’Albania per entrare nell’Unione europea?
La risposta non può essere soltanto l’adesione formale entro il 2030. Bruxelles dovrà decidere se il processo di integrazione servirà principalmente a consolidare la stabilità politica del governo in carica oppure a rafforzare istituzioni capaci di sopravvivere ai governi.
Per Rama, la sfida è altrettanto difficile. Può continuare a presentarsi come l’uomo indispensabile per portare l’Albania nell’Unione europea. Ma più la protesta si allarga, più questa argomentazione rischia di perdere efficacia.
Se i giovani continueranno a scendere in strada, la questione non sarà più soltanto se Rama riuscirà a restare al potere, ma se l’Albania riuscirà a entrare in Europa senza lasciare indietro proprio quella generazione che dovrebbe rappresentarne il futuro.

