La Gran Bretagna ha annunciato il divieto di importazione di prodotti realizzati negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, diventando l’ultimo Paese europeo a imporre restrizioni nazionali sul commercio con gli insediamenti. Londra presenta la misura come un sostegno alla soluzione dei due Stati e come una risposta all’espansione degli insediamenti, non come un boicottaggio di Israele nel suo complesso.

Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha illustrato il pacchetto di misure alla Camera dei Comuni, nell’ambito di quello che ha definito un reset dei rapporti tra la Gran Bretagna e Israele. Le restrizioni riguardano i prodotti provenienti dagli insediamenti e alcuni servizi collegati. Alle aziende britanniche sarà vietato finanziare, costruire o pubblicizzare nuovi insediamenti.

Il ministro del Lavoro e delle Pensioni Pat McFadden aveva dichiarato in precedenza che le misure erano “specificamente mirate all’espansione di questi insediamenti, che sono illegali secondo il diritto internazionale” e che “non intendono costituire un boicottaggio di tutti i prodotti israeliani”.

Le successive ricostruzioni dell’intervento alla Camera dei Comuni hanno aggiunto il divieto di pubblicizzare nel Regno Unito immobili situati negli insediamenti, sanzioni personali nei confronti di individui accusati di promuovere la violenza dei coloni e norme più severe sulle licenze per le esportazioni di armi e su altre esportazioni che “contribuiscono materialmente all’occupazione”. La legislazione dovrebbe essere approvata entro alcuni mesi.

Il fattore politico immediato che ha innescato la decisione è il progetto E1 di Israele, a est di Gerusalemme, che secondo la Gran Bretagna e altri governi europei dividerebbe in due la Cisgiordania e comprometterebbe il territorio necessario alla creazione di uno Stato palestinese.

Il primo ministro Andy Burnham, in carica da luglio, ha parlato lunedì (7 settembre) con il presidente statunitense Donald Trump e ha sottolineato “l’importanza della soluzione dei due Stati”. Washington dovrebbe opporsi alla decisione britannica.

Il commercio bilaterale di beni e servizi valeva circa 6 miliardi di sterline nel 2025; i prodotti provenienti dagli insediamenti rappresentano soltanto una piccola parte di questo volume, quindi l’impatto commerciale diretto dovrebbe essere limitato. Dal 2005 ai prodotti degli insediamenti è già stato negato l’accesso alle preferenze tariffarie britanniche; le nuove norme vanno oltre, rendendo illegali anche gli investimenti collegati.

Cinque altri Stati europei hanno già adottato misure. La Slovenia ha vietato le importazioni dagli insediamenti nell’agosto 2025, insieme a un embargo sulle armi, salvo poi revocare il provvedimento dopo un cambio di governo. La Spagna ha approvato nel settembre 2025 una legge che vieta i prodotti provenienti dagli insediamenti, accompagnandola anch’essa con un divieto sul commercio di armi.

Quest’anno, si sono uniti il Parlamento irlandese, che ha approvato un divieto il 15 luglio, divenuto legge otto giorni dopo, il Belgio, che ha seguito la stessa strada pochi giorni dopo il voto irlandese, e i Paesi Bassi, che hanno approvato un divieto nel maggio 2026; un decreto reale pubblicato il 21 luglio entrerà in vigore il 21 settembre e riguarderà anche i prodotti provenienti dalle Alture del Golan.

Alcuni resoconti hanno riferito che Francia e Canada si sarebbero mossi parallelamente alla Gran Bretagna questa settimana; l’Unione europea nel suo complesso, invece, non ha adottato una misura analoga, sebbene al suo interno stiano facendo pressione i governi di Irlanda, Spagna, Belgio e Paesi Bassi.

Germania, Austria, Repubblica Ceca e Ungheria si sono opposte a sanzioni contro gli insediamenti a livello europeo. La Commissione ha fatto circolare diverse opzioni – un divieto totale, un sistema di licenze oppure l’aumento dei dazi – senza però arrivare a una decisione. Il divieto è sostenuto da tanti ex funzionari, tra cui Enrico Letta e Sigmar Gabriel.

Un sondaggio Opinium realizzato per l’European Council on Foreign Relations ha rilevato che il 46% degli adulti britannici è favorevole al divieto dei prodotti provenienti dagli insediamenti, mentre il 18% è contrario.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar aveva avvertito che Israele avrebbe risposto con misure analoghe. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto l’espulsione dell’ambasciatore britannico. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invocato sanzioni contro la Gran Bretagna e il presidente Isaac Herzog ha accusato Londra di interferire nelle elezioni israeliane di ottobre.

La posizione del Regno Unito rimane quella secondo cui gli insediamenti civili costruiti nei territori conquistati nel 1967 sono illegali secondo il diritto internazionale, mentre il commercio con Israele all’interno dei confini del 1967 continua. Il divieto mira a tracciare questa distinzione in maniera più netta, mentre la situazione sul terreno continua a cambiare.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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