Da quanto è emerso dal Summit NATO di Ankara, l’impressione è che quella società globale e pacifica, verso la quale i popoli avevano fatto confluire i loro sforzi per sopravvivere, stia diventando una società che deve essere preparata alla guerra per ristabilire la pace. Tale assunto sembrerebbe recare in sé una contraddizione. Se da un lato vi è un indubbio beneficio nel dotare i paesi degli armamenti necessari al fine di esercitare la loro deterrenza e garantire la loro protezione, dall’altro, l’emergere delle inefficienze e dei ritardi del processo di integrazione europea quale strumento per la pace sembrerebbe fare della guerra la condizione necessaria di ingresso nell’Unione Europea, mediata dalla NATO.

Tale assunto, così disposto, è un paradosso. L’Unione Europea, che nasceva per la pace dopo la guerra, al fine di un progressivo inserimento di tutti i paesi membri situati sul continente europeo, nella sua accezione più competitiva si è ritrovata del tutto impreparata ad affrontare la guerra. Al punto da far temere che i ritardi registrati in tale processo di integrazione abbiano creato una falla sistemica. Ed è stato a causa proprio di questa falla che è stato possibile l’insinuarsi della guerra in Europa, laddove si era detto “mai più”. Ed è quanto accaduto con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

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Ma quanto è accaduto successivamente è stato qualcosa di inaspettato, che lo stesso Zelensky, nel suo discorso ad Ankara, ha evidenziato riconoscendo il ruolo che sta avendo l’Ucraina nell’innovazione tecnologica militare nell’utilizzo di droni; le sue conoscenze sono ormai necessarie tanto all’Unione Europea quanto all’Alleanza Atlantica per garantire la massima protezione.

Come affermato a più riprese dagli esperti dell’industria della difesa durante il summit, il fulcro del dibattito risiede nella creazione di una “global defence company” e nell’innovazione tecnologica che porta all’effettiva trasformazione dei droni in missili balistici. Lo stesso Zelensky, nel suo discorso, ha ribadito l’importanza di tali droni, evidenziando l’alto livello di conoscenza ormai raggiunto dall’Ucraina come un patrimonio da condividere con la NATO.

La portata innovativa derivante dal combinato di tali discorsi concretizzerebbe quella condizione di accesso funzionale all’allargamento da tempo auspicata: il sostanziarsi dell’articolo 5 della NATO. Ciò farebbe sì che la condizione di ingresso all’interno dell’Unione Europea possa passare anche per l’Alleanza Atlantica. Rispetto al principio iniziale che prevedeva l’adesione all’Unione affinché, in caso di attacco, potesse conseguentemente attivarsi l’ombrello della NATO e agire nella sua azione deterrente, quello che è accaduto con l’invasione dell’Ucraina rappresenterebbe un’accelerazione al processo di integrazione: passare attraverso la guerra, con gli aiuti dei paesi NATO (nonché di alcuni membri dell’Unione Europea), creando così le condizioni stesse per l’ingresso nell’Unione. Premesso che queste non fossero le intenzioni di partenza, l’evolversi degli eventi ha portato a esiti favorevoli inaspettati, riempiendo i vuoti causati dai ritardi nel processo di integrazione europea e sui quali l’Unione Europea necessita di riflettere.

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Quale sarà, dunque, l’idea di Europa dopo il Summit NATO? Incrociando i discorsi della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, del Segretario Generale della Nato, Mark Rutte e del Presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, è evidente che il comune denominatore risieda nella volontà di investire nella difesa, in una “joint venture” Unione Europea-NATO – resa tangibile, in particolare, nel programma di investimento nella difesa europeo SAFE – al fine di proteggere l’Europa per garantire una pace lunga e duratura tramite la deterrenza sul continente.

L’avvicinamento di aree di influenza quali Unione Europea, Alleanza Atlantica e Ucraina lascia sperare nel sovrapporsi di tre segmenti la cui risultante sia il processo di integrazione europea. Ciò che si auspica è che al termine di questa guerra – ma già nel mentre – sia in atto una presa di consapevolezza per ripensare il procedimento di integrazione quale vero deterrente alla guerra. Se è indubbio il beneficio derivante dallo sviluppo di tecnologie di difesa sempre più all’avanguardia per garantire la durata della pace, l’interrogativo che giustamente potrebbe insorgere – constatando che uno spettro si aggira per l’Europa – è se non si stia creando una società che stia avendo sempre più familiarità con il concetto della guerra piuttosto che con quello della pace.

*Giulia Mirra è capo segreteria della presidenza dell’Iniziativa Centro-Europea (InCE).

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