Il vertice dei ministri delle Finanze del G20 si è chiuso senza un comunicato finale condiviso, ma ha comunque fatto emergere una convergenza significativa sulle distorsioni che attraversano il commercio globale. Gli Stati Uniti sono riusciti a raccogliere il sostegno di 19 membri sulla necessità di contrastare le pratiche “non di mercato” e gli squilibri alimentati dalle esportazioni a basso costo, lasciando isolata la Cina.

Più che segnare la nascita di un nuovo fronte compatto guidato da Washington, l’incontro ha mostrato come tra le principali economie stia maturando un approccio più pragmatico e meno ideologico al libero mercato. Restano infatti profonde divergenze con gli Stati Uniti, a partire dai dazi e dalle tensioni commerciali alimentate dalla stessa amministrazione Trump.

Sebbene a prima vista ciò sembri un trionfo diplomatico di Washington e un ritorno all’indiscussa egemonia americana, i retroscena di questo accordo mostrano un quadro leggermente diverso. Non è stata la cieca obbedienza agli Stati Uniti a unire i paesi del G20, bensì un pragmatismo puro e freddo.

La fine delle illusioni e la missione di Scott Bessent

Da alcuni anni gli Stati Uniti e la Cina sono in lotta per i mercati, le sfere d’influenza e il dominio tecnologico. Pechino sta costruendo con determinazione una propria rete di alleanze, in particolare nei paesi del Sud del mondo, creando un ecosistema economico alternativo. Washington, dal canto suo, cerca di risvegliare il resto del mondo, mettendo in guardia dalle conseguenze a lungo termine della dipendenza dal Paese di Mezzo.

Prima del vertice dei ministri delle finanze del G20 – che tra le polemiche ha visto la presenza del ministro russo Anton Siluanov – il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha chiarito la questione: il suo obiettivo era convincere i partner ad adottare una linea più dura nei confronti della Cina. Nell’era della politica di Donald Trump, caratterizzata dal protezionismo e dallo spettro delle guerre commerciali, le alleanze americane sembravano indebolirsi. Eppure Bessent ha avuto successo.

“Riteniamo che le economie non di mercato, che producono un flusso infinito di esportazioni a basso costo, non siano sostenibili”, ha affermato il politico statunitense in conferenza stampa, senza nascondere la propria soddisfazione. “Penso che il fatto che 19 Paesi abbiano voluto affrontare la questione dimostri l’enormità del problema”.

La dichiarazione della presidenza statunitense, diffusa dopo il mancato accordo su un comunicato finale, ha registrato il sostegno di 19 membri del G20 alla necessità di contrastare le politiche economiche che alimentano gli squilibri globali. Il testo richiama in particolare i Paesi caratterizzati da ampi surplus commerciali e da una domanda interna debole, un riferimento non esplicito ma chiaramente rivolto alla Cina.

Un’alleanza pragmatica anziché un sostegno cieco

Il successo della diplomazia statunitense non significa tuttavia che il mondo si sia schierato acriticamente al fianco di Washington. Il consenso dei Paesi del G20 deriva piuttosto dalla profonda inquietudine che ha pervaso sia l’Europa che altre economie altamente sviluppate.

Sia nell’Unione europea che in Paesi come il Canada o il Giappone sta maturando la consapevolezza che l’era del mercato assolutamente libero e non regolamentato è giunta al termine. Ciò deriva dalle enormi disparità che si sono accumulate nel commercio globale. I Paesi si sono resi conto che un’eccessiva dipendenza delle proprie economie e delle catene di approvvigionamento da un unico gigante è semplicemente pericolosa. Il sostegno alla risoluzione statunitense non è quindi tanto un omaggio alla politica degli Stati Uniti, quanto piuttosto un passo razionale verso la tutela dei propri interessi.

Le differenze nell’approccio alle questioni globali sono state del resto evidenti durante l’incontro di due giorni. I Paesi europei e il Canada hanno espresso profondo disagio per la presenza della delegazione russa, invitata dai padroni di casa statunitensi per la prima volta dall’invasione dell’Ucraina nel 2022. Inoltre, i leader europei hanno chiaramente fatto capire che anche gli Stati Uniti hanno le loro responsabilità.

Il commissario europeo per gli affari economici Valdis Dombrovskis ha ammesso che la Cina è la principale fonte di squilibri economici, ma ha sottolineato che anche l’Europa e gli Stati Uniti devono assumersi parte della responsabilità. Il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha espresso la questione in termini decisamente più duri, ricordando che le controversie doganali americane e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente sono altrettanto devastanti.

“L’incertezza è un veleno per la crescita economica”, ha concluso Klingbeil. “I conflitti doganali condotti dagli Stati Uniti, come l’attuale controversia con il Canada, minano la fiducia”.

Anche il Regno Unito e il Canada hanno adottato un approccio cauto. Entrambi i paesi hanno dichiarato la volontà di mantenere relazioni commerciali pragmatiche e prive di emotività con la Cina, basate su “principi chiaramente definiti”, cercando di trovare un equilibrio tra le pressioni di Washington e i propri interessi economici.

Lo tsunami delle esportazioni a basso costo e il ricatto delle materie prime

A fare da sfondo a queste dispute politiche ci sono dati economici concreti che costringono i governi ad agire. La Cina, alle prese con una domanda interna cronicamente debole e con una crisi nel mercato immobiliare, ha trovato un’unica via d’uscita: inondare il mondo con le proprie merci. Solo nel mese di luglio, le esportazioni cinesi sono aumentate di quasi il 24% su base annua. Di fronte ai divieti statunitensi, un flusso massiccio di auto elettriche a basso costo, semiconduttori e tecnologie si è riversato in Europa e in altre regioni.

Per l’Europa ciò rappresenta un duro colpo. Lo scorso anno il surplus commerciale della Cina nei confronti dell’Unione Europea ha raggiunto i 360,6 miliardi di euro e continua a crescere. La direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha dichiarato all’agenzia Reuters che, sebbene Pechino sia consapevole della necessità di attuare riforme, si aspetta al contempo che siano gli Stati Uniti a ridurre i propri deficit fiscali in crescita.

L’assertività economica della Cina non si limita, del resto, alle sole esportazioni di prodotti finiti. Pechino utilizza senza esitazione come arma il proprio dominio nella lavorazione dei minerali critici. Le restrizioni alle esportazioni di elementi delle terre rare, introdotte in risposta ai dazi statunitensi, hanno colpito le aziende di tutto il mondo. La ministra delle Finanze giapponese Satsuki Katayama è intervenuta con forza sulla questione, ottenendo l’inserimento nel comunicato del G20 di un appello a evitare “restrizioni alle esportazioni non necessarie” che paralizzano le catene di approvvigionamento globali.

Il vertice del G20 ha dimostrato una cosa: l’economia mondiale è entrata in una fase di profonda correzione. La fede ingenua nel fatto che il libero mercato globale avrebbe regolato da solo le disuguaglianze è ormai un ricordo del passato. Oggi i paesi occidentali e i loro alleati non difendono il capitalismo puro, ma chiedono un mercato sufficientemente controllato da non consentire a un singolo attore di raggiungere il dominio economico.

Questo articolo è una versione rivista dell’originale pubblicato da focuseurope.pl scritto da Zofia Grosse.

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