I livelli eccezionalmente bassi del Danubio registrati quest’estate hanno ancora una volta riportato alla luce strati di storia, questa volta rivelando le fondamenta, rimaste a lungo sommerse, di uno dei più ambiziosi progetti di ingegneria dell’Impero romano nel territorio della Bulgaria settentrionale.

Una successione di intense ondate di calore e una prolungata siccità in tutta Europa hanno portato il secondo fiume più lungo del continente a livelli critici, facendo emergere banchi di sabbia, rocce e tesori archeologici rimasti nascosti per secoli. Nei pressi del villaggio di Gigen, nel nord della Bulgaria, il ritiro delle acque ha riportato alla vista alcune parti delle fondamenta in pietra del Ponte di Costantino (o Pons per Danuvium Ductus), offrendo agli archeologi una rara opportunità di studiare una struttura rimasta in gran parte sommersa per secoli.

“Per gli archeologi, questi momenti sono estremamente preziosi perché la natura rivela temporaneamente un oggetto che per la maggior parte del tempo rimane nascosto sotto il Danubio”, ha dichiarato Pavel Popov del Museo storico regionale di Pleven. “Ci offre una rara opportunità di osservarlo, documentarlo e studiarlo nel suo ambiente naturale”. La scorsa settimana, una squadra del museo ha utilizzato droni per fotografare e mappare i resti visibili, ricostruendo con attenzione l’andamento delle fondamenta e valutandone lo stato di conservazione.

Un capolavoro dell’ingegneria del tardo Impero romano

Commissionato dall’imperatore Costantino il Grande e inaugurato alla sua presenza intorno al 5 luglio del 328 d.C., il ponte collegava la grande colonia romana di Ulpia Oescus (nei pressi dell’odierna Gigen, in Bulgaria), sulla riva meridionale, con la fortezza di Sucidava (nei pressi dell’attuale Corabia, in Romania), sulla riva settentrionale. Con una lunghezza complessiva di circa 2.437 metri, di cui approssimativamente 1.137 metri attraversavano direttamente l’alveo del fiume, è considerato generalmente il ponte fluviale più lungo dell’antichità e uno dei ponti più lunghi mai costruiti nel mondo antico.

La struttura era costituita da robusti piloni in muratura che sostenevano una sovrastruttura e un piano stradale in legno. Era larga circa 5,7 metri e si elevava per circa 10 metri sopra il livello dell’acqua. I progettisti si ispirarono al precedente e celebre Ponte di Traiano, situato più a monte, utilizzando tecniche simili adattate alle condizioni del luogo.

Il ponte aveva principalmente una funzione militare e consentiva di spostare rapidamente le truppe attraverso il Danubio, mentre Roma cercava di riaffermare il proprio controllo sui territori a nord del fiume e di contrastare le minacce rappresentate da Goti, Sarmati e altri gruppi. Nel 332 d.C., per esempio, il figlio e co-imperatore di Costantino, Costantino II, lo utilizzò per guidare un grande esercito contro le forze barbariche.

Nonostante le sue dimensioni impressionanti, il ponte ebbe una vita operativa relativamente breve. Si ritiene che fosse ormai inutilizzato o fosse stato in gran parte distrutto intorno al 367 d.C., quando l’imperatore Valente fu costretto ad attraversare il Danubio utilizzando un ponte provvisorio di barche durante una campagna contro i Goti. Nel corso dei secoli, gli elementi in legno scomparvero e le fondamenta in pietra si depositarono nell’alveo del fiume, diventando visibili solo occasionalmente in occasione di periodi di eccezionale magra.

Un’estate di scoperte lungo il Danubio

L’emersione del Ponte di Costantino è l’ultima di una serie di sorprendenti ritrovamenti resi possibili dalla stessa siccità. Solo pochi giorni prima, alla fine di luglio 2026, i resti di un mammut lanoso erano emersi dal letto del fiume nei pressi del villaggio di Ryahovo, nella Bulgaria nord-orientale, non lontano dalla città di Ruse. Un abitante del luogo aveva individuato alcune grandi ossa; gli specialisti del Museo storico regionale di Ruse hanno identificato una mandibola inferiore, due zanne, una possibile costola e altri frammenti.

Gli esperti ritengono che l’animale fosse un mammut lanoso (Mammuthus primigenius), probabilmente un esemplare giovane adulto che poteva raggiungere quasi cinque metri di altezza e pesare diverse tonnellate. I resti sono sottoposti a un attento processo di conservazione e studio per determinarne l’età precisa – probabilmente di diverse migliaia di anni – e l’origine. I fossili di animali preistorici non sono rari nella regione e il museo ospita già altri reperti di mammut.

Più a monte, nei pressi del porto serbo di Prahovo, al confine tra Serbia e Romania, gli stessi bassi livelli delle acque hanno riportato ancora una volta alla vista gli scafi arrugginiti di decine di navi da guerra tedesche risalenti alla Seconda guerra mondiale. Nel settembre 1944, mentre le forze sovietiche avanzavano, la flotta tedesca del Mar Nero della Germania nazista affondò deliberatamente fino a 200 imbarcazioni, disponendole a zigzag attraverso il Danubio per ostacolare l’avanzata dell’Armata Rossa.

Molti dei relitti – alcuni dei quali contengono ancora munizioni inesplose, proiettili e mine – giacciono sul letto del fiume. Almeno 20 sono diventati chiaramente visibili quest’estate, restringendo il canale navigabile e continuando a rappresentare un pericolo. Situazioni simili si erano verificate durante le gravi siccità del 2022 e del 2024, spingendo le autorità serbe, con il sostegno dell’Unione europea e della Banca europea per gli investimenti, ad avviare la rimozione controllata di alcuni dei relitti che ostacolavano maggiormente la navigazione.

Queste scoperte evidenziano sia il valore scientifico degli eventi di eccezionale magra sia gli effetti più ampi della siccità legata ai cambiamenti climatici sui principali corsi d’acqua europei.

Sebbene il ritiro delle acque del Danubio abbia provocato in alcuni luoghi problemi alla navigazione commerciale, al turismo e persino alla produzione di energia, ha anche offerto ai ricercatori opportunità temporanee per documentare e studiare reperti normalmente inaccessibili. Nel caso del Ponte di Costantino, questa finestra potrebbe richiudersi non appena il livello delle acque tornerà a salire, sottolineando l’urgenza delle recenti attività di rilevamento e documentazione effettuate con i droni nei pressi di Gigen.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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