Durante l’incontro di ieri con la stampa alla Casa Bianca, Donald Trump ha lasciato intendere di essere disposto a rivedere il sostegno americano al Regno Unito rispetto alla giurisdizione sulle Isole Falkland – o Islas Malvinas per gli argentini – se il cugino europeo non si impegnerà a spendere almeno il 3% del PIL in difesa, e il 3.5% entro il 2035.
“Rivedo sempre tutte le posizioni” ha esordito il Presidente statunitense, “è solo una delle tante”. Il giornalista ha poi continuato chiedendo se vuole che il Regno Unito tagli o aumenti la spesa pubblica del 3%, “il Regno Unito ha avuto dei problemi, ma li risolveranno”.
Un agglomerato di isole, grandi poco più dell’Abruzzo, situate davanti alle coste argentine. Le isole Falkland o Islas Malvinas, da 44 anni sono al centro di una disputa territoriale fra il Regno Unito e l’Argentina. Scoperte nel 1600 da esploratori britannici, che le nominarono “Falkland” in onore del tesoriere della marina britannica, le isole furono poi abitate nel ‘700 da coloni francesi – da qui isole Malouines, che le cedettero alla Spagna nel 1766.
Per molti anni le Falkland rimasero disabitate e, una volta ottenuta l’indipendenza dalla Spagna nel 1816, l’Argentina rivendicò la propria sovranità su di esse, avviando un tentativo di colonizzazione che fu fermato dall’intervento statunitense prima e del Regno Unito poi, che nel 1843 le proclamò “colonia della Corona” e nel 1962 le inserì fra i possedimenti britannici nell’Antartico.
Quattro anni dopo iniziarono i negoziati fra Regno Unito ed Argentina che si protrassero per oltre 15 anni senza produrre alcun risultato effettivo, finché il 2 aprile 1985 l’esercito argentino invade ed occupa le isole. Dopo soli 73 gorni i britannici riuscirono a riconquistare il territorio, in una guerra breve, ma estremamente sanguinosa che ha visto 255 vittime nelle fila del Regno Unito e 649 dell’Argentina. Nonostante gli esiti della guerra e il referendum tenutosi nel 2013 in cui il 98,8% della popolazione ha votato per il “remain” sotto la Corona, il Paese latinoamericano non ha mai smesso di rivendicarne la sovranità.
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Oggi questo delicato equilibrio, che si regge anche sul sostegno americano al Regno Unito, sembra vacillare sotto la minaccia di Donald Trump di “rivedere le proprie posizioni” qualora il cugino europeo non adempia agli obblighi del 3% del PIL in spesa pubblica per la difesa. Allo stesso tempo, non è un mistero che il Presidente americano sia più vicino alle posizioni di Buenos Aires di quanto non sia a quelle di Londra, e il presidente argentino Javier Milei ha più volte sostenuto che “le Islas Malvinas sono argentine).
Non si è fatta attendere la risposta del Regno Unito che, nelle parole del ministro delle Finanze John Healey, ha da una parte ribadito l’importanza strategica reciproca della partnership fra Stati Uniti e Regno Unito nell’ambito della difesa e dell’economia, ma dall’altra parte ha anche lanciato un chiaro segnale di sfida: “Ma, come ogni relazione, va rinnovata di generazione in generazione”.
Il laburista Haley si è espresso criticamente rispetto alla possibilità di un aumento della spesa militare, e si è rifiutato di fissare una data obiettivo per il fatidico 3% nel bilancio di questo anno, la dovrebbe invece fissare per il 2027.
Altre frizioni fra USA e Regno Unito all’orizzonte?
I motivi di scontro non si fermano alla questione della difesa, ma riguardano anche la scelta del neo primo ministro Andy Burnham di schierarsi contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il segretario agli Esteri Ed Miliband ha promesso, infatti, una risposta “completa” del Regno Unito riguardo all’insediamento israeliano E1 in Cisgiordania. Sono attese misure di messa al bando dei prodotti israeliani provenienti dalla zona occupata.
Il progetto, approvato lo scorso anno, prevede la costruzione di 3,400 nuovi insediamenti nell’area situata fra Gerusalemme Est e la colonia israeliana di Ma’ale Adumim, che dal 1967 è stata lasciata libera proprio in attesa di arrivare alla soluzione della divisione territoriale. Così facendo la soluzione “due popoli due stati” diventerebbe impossibile, con la Cisgiordania divisa in due da nord a sud e con Gerusalemme Est, considerata la possibile capitale dello Stato palestinese, isolata dal resto del territorio.
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Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano “Times of Israel”, in risposta alle posizioni di Londra, il governo starebbe valutando la possibilità di espellere i funzionari britannici dal centro di coordinamento guidato dagli Stati Uniti per la ricostruzione postbellica di Gaza, ed “altre misure” sono al vaglio.
Per il momento Washington non si è espressa, ma il confronto potrebbe avvenire il prossimo 8 settembre durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

