Keir Starmer si dimette dalla guida del governo britannico e dalla leadership del Partito laburista. Dopo meno di due anni a Downing Street, il premier ha annunciato questa mattina, davanti al numero 10, l’avvio di una transizione che dovrà portare alla nomina di un nuovo leader laburista e di un nuovo primo ministro entro settembre. Il Regno Unito si avvia così ad avere il suo settimo primo ministro dall’epoca del referendum sulla Brexit del 2016 di cui domani ricorre il decennale. Ma il cambio alla guida del Labour non scioglie le difficoltà che hanno indebolito Starmer: crescita debole, vincoli di bilancio, costi del debito elevati e una competizione elettorale sempre più aspra con Reform UK di Nigel Farage.
“Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo”, ha dichiarato Starmer parlando ai giornalisti, dopo che nei giorni scorsi la vittoria di Andy Burnham alle elezioni suppletive di Makerfield aveva aperto la strada alla possibile uscita di Sir Keir Starmer da Downing Street.
“Per questo motivo – ha affermato Starmer – mi dimetterò da leader del Partito Laburista. Ho parlato con Sua Maestà il Re stamattina per informarlo della mia decisione”.
Starmer lotta per la sopravvivenza politica mentre cresce la rivolta interna ai laburisti
Il premier resterà in carica fino alla conclusione della procedura interna, assicurando di voler garantire un passaggio di consegne ordinato. Le candidature per la successione saranno aperte dal Comitato esecutivo nazionale del Labour il 9 luglio e dovranno chiudersi entro la pausa estiva. “In caso di competizione elettorale, ciò garantirà la presenza di un nuovo leader prima della ripresa del Parlamento a settembre”, ha spiegato Starmer.
Nel suo intervento, il premier ha riconosciuto esplicitamente di non essere più la figura in grado di guidare il partito verso le prossime elezioni generali. “So che la domanda che ci viene posta ora non è chi fosse nella posizione migliore per cambiare il Partito Laburista, portarci al potere e iniziare il lavoro fondamentale per migliorare la vita di milioni di persone”, ha detto. “A queste domande è già stata data risposta. La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali”, ha aggiunto.
La risposta, ha ammesso, è arrivata dal gruppo parlamentare. “Ho ascoltato forte e chiaro la risposta del mio gruppo parlamentare e la accetto di buon grado”, ha affermato Starmer.
La decisione arriva al termine di settimane di crescente pressione interna, accelerata dal ritorno di Andy Burnham a Westminster dopo la vittoria nel collegio di Makerfield. L’ex sindaco della Greater Manchester è considerato il principale favorito nella corsa alla successione, anche se l’apertura formale delle candidature potrebbe far emergere altri contendenti e trasformare il passaggio di consegne in una vera sfida per la leadership.
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Starmer rivendica i risultati raggiunti dal suo governo
Nelle dichiarazioni alla stampa Starmer ha rivendicato i risultati raggiunti dal suo governo. “Un’economia più forte, che cresce più velocemente rispetto ai nostri pari, salari in aumento più rapido, la fine dell’austerità, liste d’attesa del Servizio sanitario nazionale che si riducono più velocemente che in qualsiasi altro momento degli ultimi 17 anni”, ha elencato. Secondo il premier, “mezzo milione di persone sono uscite dalla povertà grazie alle scelte che ho fatto” e la reputazione internazionale del Regno Unito “è stata ripristinata”.
“Un cambiamento auspicato da un governo laburista, un cambiamento realizzato da un governo laburista”, ha insistito, difendendo il bilancio politico del suo esecutivo.
Starmer ha anche ripercorso anche il lavoro compiuto per rifondare il Labour dopo gli anni della leadership di Jeremy Corbyn. “Sei anni fa ho ereditato un Partito Laburista che era in bancarotta politicamente, finanziariamente e moralmente”, ha affermato. “Mi è stato ripetuto più e più volte che il mio partito era finito. Che eravamo destinati alla storia. Che una maggioranza alle elezioni generali, per non parlare di una maggioranza schiacciante, era impossibile”.
Il premier uscente ha rivendicato di aver cambiato il partito, sostenendo di aver “estirpato il veleno dell’antisemitismo”, ripristinato la fiducia “nell’economia, nella difesa e nella sicurezza nazionale” e riportato il Labour a essere “un partito che si schiera con orgoglio a fianco, e non contro, la nostra bandiera nazionale”.
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“Percorrere questa strada due anni fa è stato il momento più orgoglioso della mia vita”, ha concluso, ricordando il ritorno dei laburisti al governo dopo quattordici anni di esecutivi conservatori. “L’opportunità di cambiare in meglio la vita di milioni di persone. Ecco perché sono entrato in politica”, ha affermato.
Le dimissioni di Starmer rappresentano l’epilogo di una crisi che da mesi circondava la sua leadership sia all’interno del Labour che come primo ministro. Cruciale per il futuro di Starmer è stata la deludente performance dei laburisti alle elezioni amministrative del 7 maggio scorso, in cui il partito ha perso quasi 1.500 seggi, ha evidenziato la profonda frustrazione dell’opinione pubblica per la gestione dell’economia da parte del governo, unitamente a una serie di controversie politiche. La scintilla che ha innescato l’attuale sconvolgimento, tuttavia, è stata il ritorno in Parlamento di Andy Burnham. Il sindaco della Greater Manchester ha ottenuto una schiacciante vittoria nelle elezioni suppletive di Makerfield del 18 giugno, sconfiggendo agevolmente Reform UK con quasi 10.000 voti di scarto.
La campagna elettorale era stata ampiamente vista come uno strumento per riportare Burnham in Parlamento e prepararlo a una sfida per la leadership. Il camaleontico Burnham non a caso ha sfrutto lo slancio politico e la debolezza del suo leader di partito, affermando nel discorso post vittoria di rappresentare “l’ultima possibilità di cambiamento” per il Regno Unito, promettendo di offrire al Paese una “nuova strada”.

