L’Unione europea deve “diventare maggiorenne”, rafforzare la propria autonomia strategica e completare un processo di integrazione rimasto incompiuto. È la linea indicata da Salvatore De Meo, eurodeputato di Forza Italia nel gruppo del Partito popolare europeo (PPE), membro del Gruppo Spinelli e relatore del rapporto sulle implicazioni istituzionali della costruzione di una difesa europea. In un’intervista rilasciata a Focus Europe, De Meo osserva che la sfida non riguarda soltanto la difesa in senso stretto, ma la capacità dell’Unione di agire come un vero soggetto geopolitico, riducendo le proprie dipendenze e rafforzando il pilastro europeo della NATO. Sicurezza energetica, cyber, infrastrutture critiche e difesa militare fanno ormai parte dello stesso quadro strategico, secondo l’eurodeputato. Tuttavia, come indicato da De Meo, per rendere credibili queste ambizioni servono anche strumenti adeguati: una governance più rapida, una possibile riforma mirata dei Trattati e soprattutto maggiori risorse comuni. De Meo mette infatti in guardia dalla contraddizione tra la richiesta agli Stati di fare di più su difesa, competitività e resilienza e la resistenza ad aumentare il bilancio europeo. 

Quali sono le principali sfide di fronte all’Unione Europea?

Credo che l’Unione europea debba prendere consapevolezza che deve diventare maggiorenne, se vogliamo utilizzare questo termine, quindi avere quell’autonomia strategica che le permetta di recuperare una credibilità geopolitica ed esprimere al meglio le sue potenzialità. Siamo un progetto non completato, in ragione di quella che è stata la visione lungimirante dei padri fondatori. Oggi, in un momento di grande complessità e delicatezza, stiamo pagando i ritardi e il non aver completato l’architettura istituzionale, il mercato unico, e le prerogative necessarie affinché l’UE diventi un soggetto ancora più forte, rispetto a quelli che sono stati i pur grandi risultati raggiunti dallo stare insieme. Quindi la sfida più grande è recuperare una maggiore coesione, una maggiore integrazione. Bisogna superare le resistenze dei singoli stati a cedere delle competenze, che in realtà non è una cessione, ma un rafforzamento anche delle proprie identità e delle proprie prerogative attraverso un’azione comune.

Il contesto geopolitico è preoccupante. Da questo punto di vista, quali sono le minacce maggiori e cosa dovrebbe fare l’Unione per rassicurare i propri cittadini?

Bisogna fare un ragionamento su due fronti. Al di là di quelle che sono le minacce esterne su cui torno successivamente, una considerazione preliminare è che l’UE deve recuperare una credibilità verso l’interno. Non possiamo negare che abbiamo avuto una fase molto teorica e non uso il termine ideologico, dove alcuni obiettivi condivisibili non hanno trovato però una corrispondente modalità attuativa pragmatica. Questo ha un po’ aumentato il sentimento di diffidenza nei confronti di un’Europa, a volte impegnata sui particolari e non rispetto alle reali esigenze del sistema produttivo. I cittadini oggi chiedono più Europa, ma un’Europa diversa dal passato, più vicina, concreta, che riesca veramente a sintonizzarsi. Se non facciamo questo, non saremo mai in grado di sederci al tavolo dell’attuale scenario geopolitico, con quella forza e legittimazione che deve partire dal basso. Dobbiamo avere questa consapevolezza dei cittadini e del sistema produttivo tutto di essere insieme protagonisti di questo grande progetto che si chiama Europa.

Quali sono dunque le minacce?

Le minacce sono quelle di continuare a volere un’Europa debole, frammentata, disarticolata. Ci sono anche resistenze interne che vengono alimentate da attori malevoli, da soggetti extraeuropei che, a differenza nostra, hanno compreso le nostre potenzialità. Mentre alcuni europei sottolineano sempre ciò che non funziona, aumentando la disaffezione dei cittadini, gli altri invece hanno compreso che se riuscissimo ad avere una coesione vera, un’integrazione e quindi un’unità di intenti, l’UE sarebbe veramente un soggetto alla pari con i grandi player del mondo. Pur avendo noi una popolazione inferiore, abbiamo un mercato unico e un quadro regolatorio che deve inevitabilmente stimolare anche gli altri.

Le minacce oggi sono di qualsiasi genere, a mio avviso, a partire da quelle energetiche, da quelle migratorie, da quelle cibernetiche, oltre ovviamente a quelle militari. Ecco perché in questo momento, in questa legislatura, il tema della sicurezza è centrale. Non è un caso che l’UE si è dotata di una struttura diversa rispetto al passato, individuando un commissario specifico. E nel Parlamento creando una commissione autonoma, sulla sicurezza e difesa, che precedentemente era una sottocommissione degli affari esteri.

Ho la guida della delegazione del Parlamento europeo presso l’assemblea parlamentare della NATO e vorrei sottolineare la necessità di rafforzare il pilastro europeo all’interno dell’Alleanza Atlantica, che rimane il nostro punto di riferimento. A tal fine dobbiamo mettere in campo strumenti finanziari, regolatori ed operativi perché possano integrarsi, rendersi interoperabili con quelli della NATO e rafforzare ulteriormente l’Alleanza Atlantica in questo quadrante del mondo. Le sfide sono impegnative e devono essere affrontate con la consapevolezza che dobbiamo aumentare la nostra autonomia strategica. Ciò significa ridurre le nostre dipendenze da un punto di vista energetico, farmaceutico, idrico, alimentare, e militare.

Quando si parla di sicurezza, purtroppo, il dibattito soprattutto nazionale spesso diventa divisivo e lo si riduce soltanto alla dimensione militare, che è una componente della sicurezza, che però va declinata in maniera olistica, molto più ampia. Abbiamo delle vulnerabilità che non sono soltanto quelle dei dispositivi convenzionali. E abbiamo un fronte non solo fisico, ma digitale, cibernetico, oltre a tutto quello che sta al di sotto dei mari e quindi l’underwater come quinto dominio. L’UE ha preso consapevolezza della situazione e stiamo cercando di mettere in campo strumenti che ci permettano di poter armonizzare meglio una base industriale per dare all’Europa quelle dotazioni e competenze per far fronte a sfide che non sono future, ma sono molto più presenti di quanto le immaginiamo. Pertanto, c’è bisogno di assumere delle decisioni forti.

In un momento di straordinaria emergenza bisogna avere il coraggio e la responsabilità di assumere decisioni straordinarie, anche interrogandosi su quella che è l’attuale governance e architettura istituzionale. Ritengo che si debba aprire una riflessione sulla riforma dei trattati, una riforma mirata, una riforma che deve comprendere modalità decisionali diverse, con cui l’Europa diventi più reattiva, resiliente e recuperi quella velocità che hanno altri player mondiali.

Purtroppo, fare scelte coraggiose non sembra l’intenzione dei governi, almeno a vedere il dibattito sul quadro finanziario pluriennale. Tutti chiedono che l’UE faccia di più sulla difesa, sulla resilienza, nell’implementazione dei Rapporti Draghi, Letta e Niniisto … però poi molti chiedono di ridurre il bilancio. Si può seriamente pensare di poter fare di più con sempre meno?

Purtroppo questo è un tema storico quello economico. Il nostro bilancio, che qualcuno immagina essere infinito, in realtà non lo è nella maniera più assoluta, circa l’1% del PIL. Se lo paragoniamo al bilancio di altri player mondiali, se facciamo riferimento agli Stati Uniti, abbiamo evidentemente una sproporzione che ci fa render conto di come non si possono aumentare le ambizioni degli obiettivi senza le risorse economiche. Il Parlamento propone di raddoppiare le risorse rispetto al precedente settennato, da 1.000 a 2.000 miliardi, ma in % sul PIL è un aumento limitato.

Ci sono nuove sfide, tra cui quella della competitività. Il Rapporto Draghi viene spesso richiamato, ma non lo si riesce a declinare. Va reso operativo con norme chiare, per mettere le aziende nella condizione di poter operare a parità di condizioni con gli altri paesi europei e soprattutto extraeuropei. Le risorse in questo momento stanno diventando un tema centrale nel dibattito tra le tre istituzioni, soprattutto per delle novità strutturali. Noi come Parlamento abbiamo espresso le nostre riserve sulla novità del Fondo Unico dove accorpare le risorse destinate alla coesione e all’agricoltura. Perché potrebbe aumentare le divergenze tra paesi che intendono investire in un’area piuttosto che in un’altra. Si rischia una rinazionalizzazione della politica agricola comune, che è sempre stata una delle politiche principali con cui il processo di integrazione si è concretizzato e che ha permesso a milioni di agricoltori europei di avere le stesse opportunità – al di là di quelle che sono state poi delle doppie velocità tra alcuni paesi o tra alcune aree dei singoli paesi; anche in Italia abbiamo avuto delle risorse non utilizzate adeguatamente da nord a sud.

Il problema economico sarà lo scoglio da affrontare perché dobbiamo recuperare una maggiore responsabilità da parte degli Stati che devono comprendere che se intendono affrontare in maniera concreta delle sfide così ambiziose bisogna evidentemente dare un maggior contributo. Noi oggi parliamo di 2000 miliardi per 7 anni per ovviamente 27 paesi. Se pensiamo al Rapporto Draghi, che ha indicato la necessità di investimenti annui di circa 750-800 miliardi per poter affrontare queste sfide, vi rendete conto di quanto sia evidentemente sproporzionato in termini negativi il bilancio che stiamo negoziando.

Dobbiamo stimolare le risorse private, abbandonando – anche in Italia – il pregiudizio verso il privato, e creare le condizioni per cui i nostri risparmi vengano messi anche in una condizione di generare valore aggiunto economico. L’Italia, ha un debito pubblico importante di circa 3.000 miliardi, ma anche circa 2000 miliardi di risparmi giacenti, immobilizzati che non riescono a creare crescita economica per quella paura che tutti hanno e per quella incertezza che si sta prefigurando, non soltanto per lo scenario geopolitico, ma per una complessità di burocrazia.

Noi abbiamo la responsabilità di affrontare queste sfide, anche superando errori che sono stati commessi in un passato, guardando al futuro con un nuovo approccio e soprattutto con una nuova visione perché stiamo definendo le linee guida e i principi con cui le nuove generazioni dovranno affrontare i prossimi 20-30 anni.

 

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