L’Europa ha davanti a sé un bivio storico: continuare a rinviare le decisioni, rifugiandosi nel sonno del compromesso e dell’inerzia, oppure “svegliarsi” e iniziare una riforma profonda capace di renderla entro il 2050 “potente, pacifica e prospera”. È questo il messaggio al centro del manifesto pubblicato da Le Grand Continent con il titolo “Progetto 2050: manifesto per un’Europa che si sveglia”, firmato dall’economista Olivier Blanchard, dall’ex direttore generale del Wto Pascal Lamy, dall’ex presidente del Consiglio italiano Enrico Letta e dall’economista Beatrice Weder di Mauro. Il manifesto presenta l’iniziativa del Centre for Economic Policy Research (CEPR) “Europa 2050: Geometrie di Pace, Potere e Prosperità” che indica ciò a cui l’Europa dovrebbe aspirare entro il 2050.
Nell’articolo/manifesto pubblicato sulla prestigiosa rivista europea, gli autori partono da un assunto ovvero che “dal 2020, l’Europa è stata strappata al sonno da sei crisi consecutive”, ma nonostante gli shock accumulati “malgrado gli avvertimenti, l’Unione si riaddormenta”.
Gli autori descrivono un continente ripetutamente scosso dal Covid, dalla crisi delle catene di approvvigionamento, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla vulnerabilità energetica, dalla dipendenza dalla Cina e infine dai segnali arrivati dagli Stati Uniti, osservandone l’incapacità di trasformare questi traumi in un vero salto politico. “Lo status quo non è però un’opzione” e “se continuiamo a dormire, le nostre prospettive non faranno che oscurarsi”, sottolineano.
Nel testo la pandemia è letta come il primo grande campanello d’allarme. Secondo gli autori, il ripristino dei controlli alle frontiere e le restrizioni all’export hanno mostrato quanto fosse fragile il mercato unico, perché “l’integrazione, a lungo considerata irreversibile, poteva disfarsi se la pressione fosse stata sufficientemente forte”. Poco dopo, con la crisi logistica globale e la carenza di semiconduttori, l’Europa avrebbe scoperto di aver “ottimizzato l’efficienza a scapito della resilienza”, formula che nel manifesto torna come una delle chiavi interpretative dell’intero fallimento europeo degli ultimi anni.
La guerra in Ucraina segna, in questa ricostruzione, un altro spartiacque, riportando un conflitto in Europa, ma anche mostrando che le politiche perseguite verso Mosca, compresa la logica del Wandel durch Handel, “avevano fallito”.
L’Unione, si legge ancora, è riuscita a gestire l’emergenza energetica, ma “principalmente sostituendo il gas russo trasportato via gasdotto con importazioni più costose di gas naturale liquefatto”, con un impatto pesante sulla bilancia commerciale. Nell’articolo gli autori sottolineano anche il ritardo strutturale dell’economia europea.
I rapporti Draghi e Letta del 2024, ricordano gli autori, hanno lanciato un allarme su un’Europa che soffre di “un grave ritardo in materia di crescita della produttività”, dove “il mercato unico resta frammentato”, i mercati dei capitali sono incompleti e “l’innovazione e il finanziamento su larga scala sono insufficienti”. A fronte di ciò, per gli autori le debolezze individuate “sono strutturali e non congiunturali” e sono necessarie “riforme durature”.
Molto duro anche il passaggio sugli Stati Uniti, indicati come fonte dell’“ultimo avvertimento”, arrivato “sotto forma di sei salve”. Nell’articolo vengono elencati la conferenza di Monaco del 14 febbraio 2025, i dazi annunciati da Donald Trump il 2 aprile 2025, l’“accordo commerciale asimmetrico” accettato dall’Unione il 27 luglio 2025, l’incontro Trump-Putin del 15 agosto ad Anchorage “senza che né l’Ucraina né l’Europa fossero invitate”, la strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca del novembre 2025, fino al “momento Groenlandia” del gennaio 2026. “Ci si sarebbe potuti aspettare che uno solo di questi eventi bastasse a far capire all’Europa che dovrà probabilmente imparare a cavarsela da sola. Non è stato così”, osservando gli autori.
Partire da una visione “chiara del futuro dell’Europa”
Alla luce di questo scenario, per gli autori è quindi necessario smettere di partire da ciò che è ritenuto immediatamente praticabile e ragionare invece sull’approdo finale. “Invece di partire da ‘ciò che è politicamente possibile’, proponiamo di cominciare dalla fine”, scrivono, cioè da una “visione chiara del futuro dell’Europa”.
La domanda guida è formulata in termini semplici: “Quale potrebbe essere l’Europa del 2050? Dove vogliamo essere tra venticinque anni?” Ed è su questo asse che il manifesto costruisce la sua idea di rifondazione europea.
L’Europa del 2050 immaginata dai quattro autori è anzitutto un’entità politica che continua a esistere come “entità politica coerente”, magari non uniforme, ma tenuta insieme da “un nucleo chiaro” di Paesi uniti da “la democrazia, l’apertura, lo Stato di diritto e la responsabilità reciproca”. In questo futuro il nucleo europeo “è capace di proteggersi”, dispone di “capacità militari integrate” e della volontà politica di usarle per deterrenza e difesa. La formula più chiara è forse questa: “la nostra sicurezza non è esternalizzata e la nostra sovranità è ben reale, e non puramente simbolica”. Qui il manifesto compie una scelta netta: la sovranità europea non può più restare delegata.
Accanto alla sicurezza, il testo mette al centro la qualità democratica e la gestione della questione migratoria. Gli autori immaginano sistemi politici “legittimi e inclusivi”, con istituzioni che funzionano efficacemente e minoranze protette. Sul fronte migratorio rifiutano sia la demonizzazione sia l’idealizzazione: l’obiettivo sarebbe un sistema “intelligente, adattato ai bisogni del mercato del lavoro e sostenuto da politiche di integrazione efficaci”, in cui “la migrazione è ormai ordinata, umana e legale” e non più subita come crisi permanente. È una formulazione politicamente ambiziosa, ma anche esposta a una debolezza evidente: il manifesto dà per possibile una sintesi europea sulla migrazione che negli ultimi dieci anni gli Stati membri non sono mai riusciti davvero a costruire.
L’altro pilastro è l’energia. Nell’Europa del 2050 delineata nel testo, il continente avrebbe accesso a un’energia “abbondante, accessibile e pulita”, con dipendenze ridotte grazie a rinnovabili, innovazione e integrazione dei mercati. Anche sul clima il manifesto immagina un’Europa capace di adattarsi “in modo proattivo e non reattivo”, continuando a ridurre le emissioni e sostenendo la transizione globale. Il punto politico sottostante è chiaro: la transizione non viene presentata come costo, ma come strumento di autonomia strategica.
Sul piano istituzionale, gli autori propongono un equilibrio tra forte decentramento e capacità di azione comune. “Nel 2050, come lo immaginiamo, la governance dell’Europa è fortemente decentralizzata: le decisioni sono prese il più vicino possibile ai cittadini”, ma quando serve agire “alla scala pertinente”, l’Europa “si mobilita collettivamente” su difesa, commercio, clima, relazioni esterne e regolazione dei mercati. Il paragone evocato è quello svizzero: “sappiamo coniugare una forte autonomia locale con un’autorità centrale credibile che difende gli interessi comuni”. È una visione interessante, ma non priva di tensioni interne: più integrazione strategica e più decentramento fiscale sono obiettivi compatibili solo se si chiarisce molto meglio chi decide, chi paga e chi risponde politicamente. Il manifesto, su questo, apre il cantiere ma non lo chiude.
La proiezione comprende anche un’integrazione fisica e finanziaria più avanzata. “Il treno ad alta velocità collega efficacemente le grandi città”, l’euro diventa “una valuta mondiale a pieno titolo”, i mercati dei capitali sono “profondi e integrati”, mentre università e ecosistemi dell’innovazione collocano il continente tra i poli globali della conoscenza. Il risultato finale sarebbe un’Europa che “si impone come una delle tre grandi potenze mondiali, accanto agli Stati Uniti e alla Cina”, capace di non dominare ma di essere “un attore autonomo e influente”. Il manifesto aggiunge una frase che riassume bene l’ambizione geopolitica del progetto: “In ogni conflitto, non è costretta a scegliere il campo altrui: è piuttosto capace di costituire il proprio”.
Necessaria una riforma della governance europea
Per gli autori “la riforma della governance europea è essenziale” perché “la regola dell’unanimità nei settori politici chiave ostacola l’azione”. Ridurne il campo di applicazione non eliminerebbe i dissensi, ma permetterebbe “di evitare la paralisi”.
Gli autori aprono anche alla possibilità di “un’integrazione differenziata e di coalizioni di volenterosi”, considerate sempre più necessarie dopo la guerra in Ucraina e i limiti emersi negli assetti attuali.
Il rafforzamento della cooperazione, scrivono gli autori, può assumere forme diverse, dagli acquisti congiunti alla condivisione di capacità fino a una maggiore integrazione operativa, ma resta aperta la questione del finanziamento: “bilanci nazionali, debito comune o fiscalità europea”.
Analogamente, sul terreno economico il testo sostiene che l’Europa debba accelerare “l’innovazione, la produttività e la crescita”, chiarendo in quali ambiti competere alla frontiera tecnologica e in quali invece affidarsi a fornitori esterni. Sull’intelligenza artificiale, ad esempio, si avverte che una regolazione necessaria può diventare controproducente se “misure eccessive o mal concepite” finiscono per indebolire la competitività europea.
“In tutti questi ambiti, l’Europa si trova di fronte a un dilemma di bilancio”, osservano i firmatari, perché difesa, investimenti tecnologici e sostegno all’Ucraina richiedono risorse sostanziali, mentre “la scelta tra indebitamento e aumento della fiscalità non può essere rinviata”. È forse una delle parti più politicamente oneste del manifesto: senza decidere chi finanzia la potenza europea, la potenza europea resta uno slogan.
“Il successo del progetto europeo che abbiamo delineato non è garantito”, scrivono gli autori. Se i progressi resteranno insufficienti, “potenti forze ostili all’Europa” potrebbero svuotare l’Unione dall’interno, rendendola dipendente da potenze straniere e condannandola alla stagnazione. Servono dunque “ambizione, ma anche capacità di esecuzione”.
[a cura di Simone Cantarini]

