A un anno esatto dall’entrata in vigore delle tariffe americane, i numeri parlano chiaro. Nei tre trimestri successivi all’introduzione dei dazi al 50%, le vendite europee sul mercato statunitense sono diminuite del 34%, passando da 2,93 a 1,94 milioni di tonnellate. Lo certifica Eurofer, l’associazione europea dell’acciaio, che ha diffuso i dati in occasione del primo anniversario delle misure entrate in vigore il 4 giugno 2025.
La misura protezionistica, è stata successivamente estesa anche ai prodotti derivati a valle ad alta intensità di acciaio. Acciaio e alluminio restano oggi gli unici settori ancora soggetti a dazi del 50%, esclusi dall’accordo commerciale più ampio siglato nell’estate del 2025 tra Donald Trump e Ursula von der Leyen, che aveva fissato un’aliquota generalizzata del 15%.
“L’impatto è evidente: questi dazi stanno soffocando le esportazioni europee di acciaio verso gli Stati Uniti e l’accesso al mercato americano resta irrisolto”, ha dichiarato il direttore generale di Eurofer, Axel Eggert.
Per Eggert, finché non verrà trovata una soluzione specifica per il settore, quell’accordo “non vale nulla per l’industria siderurgica europea”.
L’accordo Trump-von der Leyen non basta
L’intesa commerciale siglata nell’estate 2025 tra Bruxelles e Washington aveva portato a un’aliquota generalizzata del 15% su larga parte delle merci europee. Ma acciaio e alluminio ne sono rimasti esclusi.
L’accordo prevede una clausola di salvaguardia: la Commissione europea avrà il potere di sospendere parti del trattato se gli Stati Uniti manterranno tariffe superiori al 15% oltre la fine del 2026 sui prodotti derivati colpiti dopo il giugno 2025. Sono previsti anche negoziati bilaterali per soluzioni strutturali, tra cui contingenti tariffari e una cooperazione per contrastare la sovracapacità produttiva globale.
Ma per Eurofer i tempi sono troppo lunghi. Eggert aveva già avvertito in passato che “se aspettiamo la scadenza della Salvaguardia nel 2026, sarà troppo tardi”. La posizione dell’associazione è che servano misure specifiche per il settore, con accesso preferenziale al mercato Usa, e non soluzioni generali che di fatto escludono l’acciaio.
Un settore già in difficoltà prima dei dazi
I dazi si abbattono su un settore che era già in affanno. Secondo l’ultimo Steel Market Outlook di Eurofer, l’acciaio europeo non avrebbe dovuto vedere una ripresa prima del 2026, con prospettive di consumo offuscate sia dai dazi Usa che dalla debole situazione nei settori manifatturieri. La domanda apparente è in calo per il quarto anno consecutivo.
Già nell’estate del 2025 Eurofer aveva avvertito che, senza un accordo specifico con Washington, rischiavano di sparire fino a 1 milione di tonnellate di esportazioni verso gli Stati Uniti. Il calo registrato, quasi un milione di tonnellate in meno nei soli tre trimestri monitorati, conferma che quelle previsioni erano fondate.
A complicare il quadro si aggiunge la pressione delle importazioni in Europa. Con i dazi che chiudono il mercato americano, i produttori di paesi terzi hanno dirottato volumi significativi verso il mercato europeo, aumentando la competizione interna e deprimendo ulteriormente i prezzi.
La sovraccapacità globale
Secondo un nuovo rapporto dell’OCSE, la sovraccapacità globale di acciaio è destinata a crescere da 640 milioni di tonnellate nel 2025 a 745 milioni entro il 2028, perché la capacità produttiva continua ad aumentare molto più rapidamente della domanda.
Nello stesso periodo, la domanda mondiale di acciaio dovrebbe crescere di soli 34 milioni di tonnellate, a fronte di 139 milioni di tonnellate di nuova capacità che i produttori prevedono di aggiungere.
La Cina è al centro di questa dinamica. Nel 2024, la tipica impresa siderurgica cinese ha ricevuto, in rapporto al totale delle attività, sussidi pubblici pari a 15 volte quelli ottenuti dai produttori negli altri paesi, secondo l’OCSE. I produttori cinesi di acciaio hanno esportato nel 2025 un livello record di 131 milioni di tonnellate, il 153% in più rispetto al 2020 e oltre l’intera produzione annua di acciaio dell’Unione europea. La Cina prevede inoltre di aggiungere fino a 38,6 milioni di tonnellate di capacità produttiva entro il 2028, l’aumento più consistente programmato da qualsiasi paese.
Se questi progetti andranno avanti, l’eccesso di capacità globale supererà di quasi 320 milioni di tonnellate l’intera produzione annua di acciaio di tutti i paesi OCSE messi insieme.
Il segretario generale dell’OCSE Mathias Cormann ha dichiarato alla riunione del Consiglio ministeriale: “Dobbiamo affrontare le cause profonde, compresi i sussidi dannosi e le altre pratiche non di mercato. Questo richiede una cooperazione internazionale più forte e condizioni di concorrenza eque per i produttori di acciaio ovunque”.
L’industria siderurgica europea si trova a fronteggiare una combinazione di pressioni difficilmente gestibile nel breve termine. I produttori europei devono far fronte a costi del lavoro e dell’energia strutturalmente più elevati rispetto a molti concorrenti internazionali, oltre a standard ambientali più stringenti. L’energia può rappresentare fino al 40% dei costi di produzione dell’acciaio, e l’aumento dei prezzi energetici legato alle tensioni geopolitiche, inclusi gli effetti della guerra in Iran, aggrava ulteriormente la situazione competitiva.

