C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’argomentazione che si ripete in Albania ogni volta che un’altra area protetta viene ceduta a investitori del settore del lusso: ‘’Tanto gli albanesi non ci andavano neanche”.
Alcuni hanno riproposto questa affermazione riguardo all’Isola di Sazan, quando il governo albanese ha concesso l’approvazione preliminare a Jared Kushner – il genero di Donald Trump – per trasformare l’area in un resort di lusso. Oggi altri dichiarano lo stesso in merito alle zone umide e agli ecosistemi protetti che circondano la Laguna di Narta e il Parco Nazionale Divjakë-Karavasta. Come se il valore della natura dipendesse unicamente dallo sfruttamento da parte dell’uomo. È proprio questa mentalità che sta contribuendo alla distruzione del pianeta.
Una foresta non ha bisogno di diventare un resort per giustificare la propria esistenza. Una laguna non necessita di stabilimenti balneari e ville per avere valore. Un’isola non necessita di essere “valorizzata” da miliardari per risultare importante. Alcuni luoghi dovrebbero esistere semplicemente perché costituiscono ecosistemi, habitat naturali, corridoi migratori e ambienti vitali per specie già sull’orlo dell’estinzione.
L’idea secondo cui ogni paesaggio incontaminato sarebbe soltanto un “patrimonio immobiliare inutilizzato” rappresenta una delle concezioni più pericolose del capitalismo moderno, spesso mascherata dietro il concetto di “sviluppo”.
La minaccia di Kushner per le specie in pericolo
Il Parco Nazionale Marino Karaburun-Sazan non è una terra vuota in attesa di un intervento umano redditizio. Si tratta di uno degli ecosistemi marini più delicati del Mediterraneo.
Le organizzazioni ambientaliste hanno avvertito che il progetto di resort di lusso collegato a Kushner minaccia gli habitat di specie a rischio, tra cui la foca monaca mediterranea, oltre a ecosistemi marini protetti.
Allo stesso modo, la più ampia Area Protetta Vjosa-Narta e gli ecosistemi collegati al Parco Nazionale Divjakë-Karavasta rappresentano molto più che coste dai panorami scenografici. Fanno parte, infatti, di uno dei più importanti corridoi migratori per gli uccelli in Europa, ospitando oltre 70 specie minacciate e più di 200 specie di uccelli. Divjakë-Karavasta conserva inoltre l’ultimo ecosistema deltizio intatto del Mediterraneo.
Eppure le ruspe si stanno già muovendo, in modo non trasparente né democratico e, secondo le organizzazioni ambientaliste, nemmeno nel rispetto della legge.
Rapporti e comunicati di gruppi per la conservazione della natura denunciano attività edilizie in corso, distruzione di dune e foreste, interventi all’interno di aree protette che sarebbero realizzati senza adeguate valutazioni di impatto ambientale, senza consultazioni pubbliche e in assenza di procedure di autorizzazione trasparenti.
Questa situazione dovrebbe preoccupare chiunque continui a credere che il processo di adesione all’Unione Europea riguardi principalmente lo stato di diritto, gli standard ambientali e la responsabilità democratica.
In un momento in cui l’Albania viene elogiata per essere soltanto il secondo Paese candidato all’UE, dopo il Montenegro, ad aver soddisfatto i benchmark intermedi richiesti, emerge una domanda scomoda: come può l’Albania continuare ad avanzare verso l’adesione all’Unione mentre le aree protette vengono indebolite per favorire progetti di investimento delle élite economiche?
‘’Resort ecologici” simili nel resto della regione
Progetti analoghi sono apparsi anche in altre parti della regione. Le saline di Ulcinj, in Montenegro, erano state privatizzate e destinate a essere trasformate in un “eco-resort” con marina e campo da golf, mettendo a rischio habitat fondamentali per gli uccelli lungo una delle principali rotte migratorie.
Il Centro per la Protezione e la Ricerca degli Uccelli del Montenegro ha sostenuto con forza la protezione dell’habitat e ha denunciato problematiche come ipoteche illegittime. La campagna ha attirato attenzione a livello nazionale e regionale e, alla fine, gli sforzi sono stati ripagati: la protezione del sito è diventata uno dei criteri finali (closing benchmarks) del percorso di adesione del Montenegro all’UE.
Altrove, uno dei progetti più controversi di Kushner nei Balcani riguardava la riqualificazione di lusso dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo a Belgrado, bombardato durante l’intervento NATO. Il progetto è stato successivamente accantonato a seguito di proteste pubbliche, verifiche istituzionali e accuse di documentazione falsificata. Il presidente serbo Aleksandar Vučić si è lamentato del fatto che la Serbia sarebbe stata ‘’lasciata con un edificio in rovina’’ invece che con un investimento multimilionario.
Il caso albanese è particolarmente allarmante
Questo confronto rende il caso albanese ancora più preoccupante. In Serbia la polemica riguardava la riqualificazione di una rovina urbana dal valore storico e politico controverso. In Albania, invece, non esiste alcun immobile di cemento abbandonato nel cuore di una capitale, né una struttura militare in disuso, né un sito degradato e privo di funzione.
Al contrario, ciò che viene aperto allo sviluppo turistico di lusso sono alcuni degli ecosistemi più fragili e vitali del Paese: habitat che svolgono già una funzione molto più importante del profitto economico. Sostengono la biodiversità, proteggono specie minacciate, regolano gli ecosistemi e appartengono alla collettività e alle generazioni future.
La risposta di Bruxelles
La Commissione europea, diversi membri del Parlamento europeo e numerose organizzazioni ambientaliste hanno ripetutamente espresso preoccupazione per la governance ambientale dell’Albania e per le modifiche apportate alla normativa sulle aree protette.
L’attribuzione dello status di area protetta al Parco Nazionale del Vjosa è stata il risultato di un impegno prolungato delle istituzioni europee con il governo albanese e la società civile. Per questo motivo, associazioni ambientaliste e organizzazioni della società civile sostengono che le recenti modifiche legislative che consentono costruzioni di lusso nelle aree protette siano in contraddizione con gli standard europei di tutela della natura e con lo spirito della rete Natura 2000, il principale network dell’UE per la protezione delle specie minacciate e degli habitat vulnerabili.
Eppure la risposta europea rimane sorprendentemente prudente. Nel maggio 2026 la Commissione europea ha dichiarato di ’’monitorare attentamente’’ gli sviluppi relativi all’area di Pishë Poro-Narta, ribadendo che, per poter concludere il Capitolo 27 dedicato ad ambiente e clima, l’Albania dovrà dimostrare di possedere la capacità di gestire le future aree Natura 2000 e di prevenire il degrado di habitat e specie.
La dichiarazione riconosce implicitamente Pishë Poro-Narta come un caso di prova per verificare l’impegno ambientale dell’Albania nell’ambito del processo di adesione. Nonostante il crescente allarme delle organizzazioni ambientaliste e le continue segnalazioni di interventi all’interno di aree protette, la risposta politica di Bruxelles si è limitata al monitoraggio e a riserve procedurali. Non vi sono state conseguenze significative sul processo di adesione né rilevanti scontri diplomatici.
L’Albania appare pertanto intrappolata in un paradosso tipicamente balcanico: gli standard europei vengono invocati con rigore sul piano retorico, mentre vengono tollerate eccezioni quando sono coinvolti interessi politici e investitori strategici.
Non per gli albanesi comuni
Tutto ciò porta a un’altra scomoda verità nascosta dietro il linguaggio dello “sviluppo”: sviluppo per chi?
Quando i governi celebrano investimenti nel settore del lusso da miliardi di euro, ci si aspetta che l’opinione pubblica applauda automaticamente. Ma i cittadini albanesi hanno il diritto di chiedersi se questi progetti siano davvero pensati per loro. Chi potrà permettersi questi resort? Chi avrà accesso a queste spiagge? Chi beneficia realmente quando aree naturali pubbliche e protette vengono trasformate in enclave riservate alle élite globali?
L’Albania sta già diventando inaccessibile per molti dei suoi cittadini durante i mesi estivi. Intere aree costiere sono sempre più orientate verso investitori stranieri, turismo di lusso e mercati immobiliari speculativi. Aree che un tempo costituivano uno spazio naturale condiviso rischiano di trasformarsi in un paesaggio privatizzato per multimilionari.
Questa non è soltanto una mera questione ambientale. È anche una questione sociale e democratica. Nessun resort di lusso potrà mai sostituire un ecosistema perduto.
Tradotto da Pierre Balbo. Articolo originale pubblicato da EuAlive disponibile qui.

