Nel giorno del quarto anniversario dell’invasione russa su vasta scala, lo scontro interno all’Unione europea sul sostegno finanziario a Kyiv si fa più esplicito. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, nella serata di lunedì ha scritto al premier ungherese Viktor Orbán per sollecitarlo a rispettare l’intesa raggiunta a dicembre sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina per il biennio 2026-2027.

“Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre”, scrive Costa nella missiva, ricordando che una decisione assunta dai leader “va rispettata” e che violare questo principio significa infrangere il dovere di “sincera cooperazione” tra Stati membri. Un richiamo politico e giuridico che arriva mentre i vertici Ue sono a Kiev, ma senza poter annunciare lo sblocco dei fondi.

A Kyiv nel giorno simbolico, ma senza i 90 miliardi

Il 24 febbraio, quarto anniversario dell’invasione lanciata da Vladimir Putin nel 2022, Costa e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sono arrivati nella capitale ucraina dopo un viaggio notturno in treno. In programma un incontro trilaterale con il presidente Volodymyr Zelensky e la partecipazione alla riunione della “Coalizione dei Volenterosi”, convocata da Parigi e Londra.

Von der Leyen, alla sua decima visita dall’inizio della guerra, ha ribadito che l’Europa resta “fermamente al fianco dell’Ucraina, finanziariamente e militarmente”, promettendo una pace “alle condizioni di Kyiv”. Ma l’assenza di un via libera al prestito pesa sul messaggio politico che Bruxelles avrebbe voluto inviare.

Secondo Costa, è “assolutamente inaccettabile” che uno Stato membro non rispetti quanto concordato dai leader. “Conto su tutti i 27 affinché mantengano gli impegni assunti. Prima, piuttosto che poi, avremo il prestito”, ha dichiarato.

Il nodo ungherese e il dossier energetico

Budapest continua a bloccare sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca sia il prestito a Kyiv. Orbán ha legato il proprio via libera alla ripresa del transito di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba verso l’Ungheria, interrotto nell’ambito delle tensioni legate alla guerra.

Proprio la questione energetica sarà sul tavolo dell’incontro tra Costa e Zelensky. Nella lettera a Orbán, il presidente del Consiglio europeo ricorda che solleverà il caso dell’oleodotto direttamente con le autorità ucraine, nel tentativo di disinnescare l’impasse.

A Bruxelles, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha parlato apertamente di “battuta d’arresto” sul nuovo pacchetto di sanzioni, definendo “deplorevole” il passo indietro sul prestito già concordato dai leader.

Pressione finanziaria su Kyiv

Il fattore tempo è cruciale. Kiev ha bisogno dei 90 miliardi entro aprile per evitare gravi tensioni di bilancio. Parallelamente, un nuovo rapporto congiunto di governo ucraino, Banca Mondiale, Ue e Nazioni Unite stima in 588 miliardi di dollari il costo della ricostruzione nel prossimo decennio, pari a circa tre volte il Pil ucraino previsto per il 2025. I danni diretti causati dalla guerra avrebbero raggiunto i 195 miliardi di dollari, con un aumento annuo del 12%, trainato soprattutto dalle infrastrutture energetiche.

Sul terreno, il comandante dell’esercito ucraino, Oleksandr Syrsky, ha annunciato la riconquista di 400 km² e di otto centri abitati sul fronte di Oleksandrivka dalla fine di gennaio, mentre nuovi attacchi russi con droni e missili hanno causato vittime a Odessa e Zaporizhzhia. Zelensky ha inoltre chiesto alla Nato di considerare i missili russi Oreshnik schierati in Bielorussia come “obiettivi legittimi”.

Orbán tra Bruxelles e campagna elettorale

Oltre alla storica postura filorussa del governo ungherese, pesa anche il calendario politico interno: il 12 aprile si vota in Ungheria e Orbán, in difficoltà nei sondaggi, ha intensificato la retorica sovranista contro Bruxelles, nel tentativo di recuperare consensi rispetto allo sfidante filo-europeo Péter Magyar.

Il braccio di ferro sul prestito a Kyiv diventa così il simbolo di una frattura più ampia: da un lato, la volontà della maggioranza degli Stati membri di mantenere una linea di sostegno strutturale all’Ucraina; dall’altro, la capacità di un singolo governo di rallentare decisioni strategiche in un momento che Bruxelles definisce esistenziale per la sicurezza europea.

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