L’Unione europea torna a guardare ai Balcani occidentali come a una priorità strategica. Riuniti oggi a Tivat, in Montenegro, i leader dell’Unione europea e dei sei Paesi della regione hanno ribadito il sostegno al percorso di adesione europeo, in un momento in cui la guerra in Ucraina e la crescente competizione geopolitica stanno ridefinendo il significato stesso dell’allargamento.

Il vertice, ospitato dal presidente montenegrino Jakov Milatović e presieduto dal presidente del Consiglio europeo António Costa, ha riunito oltre trenta capi di Stato e di governo europei, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha dovuto invece dare forfait la premier italiana Giorgia Meloni, ufficialmente a causa delle celebrazioni per l’anniversario della Fondazione dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria.

Al centro dell’incontro il tema della “prosperità condivisa e stabilità dell’Unione europea e dei Balcani occidentali”, con particolare attenzione all’integrazione della regione nel mercato unico europeo e alle prospettive di adesione.

Negli ultimi anni il processo di allargamento aveva subito rallentamenti dovuti a veti nazionali, controversie bilaterali e crescenti dubbi all’interno di alcuni Stati membri. Tuttavia, l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha modificato profondamente il contesto strategico europeo.

“L’impegno dell’Unione europea verso i Balcani occidentali è reale. Reale quanto l’opportunità dell’allargamento”, aveva dichiarato Costa alla vigilia del vertice, definendo l’espansione dell’Unione un “interesse geostrategico” per il continente.

Bruxelles considera infatti la regione sempre meno come una periferia europea e sempre più come un tassello essenziale per la sicurezza del continente. La crescente presenza di Russia, Cina, Turchia e attori del Golfo nei Balcani ha rafforzato la convinzione che lasciare la regione in una zona grigia geopolitica rappresenti un rischio per l’Unione.

La proposta di un allargamento graduale

Tuttavia, i sentimenti verso un nuovo allargamento, compiuto con le dinamiche “classiche”, non convince tutti i leader europei, a maggior ragione considerando che questo avverrebbe scaglionato. Il Montenegro, Paese ospitante del vertice, sta procedendo rapidamente nel proprio percorso di adesione all’Unione europea, l’Albania segue con qualche difficoltà in più, per Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord e Kosovo, la situazione risulta ancora più complicata.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già recentemente balzato agli onori della cronaca per avere suggerito un processo di adesione graduale per l’Ucraina, ha approfittato del vertice per lanciare l’idea di concedere a parte dei Paesi balcanici lo status di “osservatori” nelle riunioni delle istituzioni europee, ricevendo il sostegno del presidente francese Emmanuel Macron.

“Ci sono ancora molte questioni a cui dobbiamo dare risposta e dobbiamo farlo insieme. Ma, al di sopra di tutto, deve esserci la consapevolezza che questa parte d’Europa appartiene, nella prospettiva futura, all’Unione europea”, ha dichiarato Merz. “Se da tredici anni non accogliamo nuovi membri significa che le mancanze non sono state solo dei Paesi candidati, ma anche dell’Unione”.

Il meccanismo degli “osservatori” sarebbe una novità per la storia dell’Unione, che permetterebbe da un lato ai candidati di abituarsi al clima di Bruxelles, dall’altro all’Unione di prepararsi ad accogliere nuovi Paesi membri. Come fatto più volte presente da von der Leyen, i Trattati devono essere riformati per procedere con più di ventisette Stati, ma per ora restano intoccati.

“Proposte del genere fanno ogni volta fanno notizia”, ha spiegato Matteo Bonomi, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali, a Focus Europe. “Il fatto di tenere un vertice annuale tra Unione europea e Paesi dei Balcani occidentali già segue un tale approccio, quello del phasing-in. Aggiungere ulteriori misure di integrazione graduale è funzionale quando non vanno a mettere in discussione la credibilità dell’offerta di una membership piena, serve chiedersi quanto c’è di davvero sostanziale rispetto a quello che già c’è, come gli accordi di associazione”.

Secondo quanto riferisce Bonomi, non ci sono state risposte ufficiali da parte dei Paesi candidati, ma quelli più avanti nel processo, come il Montenegro, hanno espresso minore entusiasmo. “Può essere letta come risposta anticipata quella del presidente serbo Aleksandar Vučić, che a marzo avanzava una proposta simile, o quella del presidente albanese Edi Rama, che si è sempre detto favorevole anche a opzioni di integrazione intermedia”.

Di altro avviso è il premier bulgaro Rumen Radev, per cui “ogni Paese deve soddisfare i criteri di Copenaghen per l’adesione e non si può scendere a compromessi sulle riforme profonde”. Il riferimento va visto in particolare alla Macedonia del Nord, con cui la Bulgaria ha attraversato profonde tensioni negli ultimi anni, ma che oggi è considerato da Radev un Paese “fratello”, che Sofia “è pronta ad aiutare a raggiungere gli standard europei”.

L’Unione sta procedendo all’allargamento ai Balcani occidentali soprattutto sul piano economico attraverso il Piano di crescita per i Balcani occidentali, che prevede fino a 6 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti per sostenere riforme e investimenti. L’obiettivo è consentire un accesso progressivo ai benefici del mercato unico prima della piena adesione.

Da Tivat passa il futuro dell’allargamento europeo ai Balcani occidentali

I temi del vertice

A Tivat, i leader europei e balcanici hanno discusso soprattutto del rafforzamento della cooperazione nel settore della difesa, attraverso lo European Peace Facility e i nuovi partenariati in materia di sicurezza.

Particolare attenzione è stata riservata alle minacce ibride, alla sicurezza informatica e alla lotta contro la disinformazione. Bruxelles intende coinvolgere sempre più i partner balcanici negli strumenti europei di contrasto alle interferenze straniere, in risposta alle campagne di influenza che interessano la regione.

Non a caso, Costa ha fatto riferimento alla Romania, Paese balcanico già membro dell’Unione europea, che ultimamente è stato vittima delle interferenze russe, sia sotto il profilo tecnologico – con la campagna disinformativa che ha impattato sulle elezioni presidenziali – sia sotto quello militare – con il drone che settimana scorsa ha colpito un edificio a Galati e quello che oggi è esploso nel porto di Costanza.

“Questi incidenti sono una conseguenza diretta della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina. L’Europa sta investendo massicciamente in capacità anti-drone e difesa aerea”, ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo, che ha richiamato lo strumento SAFE per garantire un’Europa più sicura, a partire proprio dai Balcani.

Tra le altre priorità emerse al vertice figurano lo Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la lotta alla corruzione. In questo quadro, particolare attenzione è stata rivolta alla Serbia e al presidente Aleksandar Vučić, che ha avuto un colloquio riservato con von der Leyen, Macron e Merz.

La mina vagante Vučić

Vučić si trova oggi a gestire una fase complessa: da un lato la scelta strategica tra un reale avanzamento verso l’Unione e il progressivo allontanamento dall’influenza russa, dall’altro le tensioni interne legate alle proteste anti-corruzione e al rapporto con l’opposizione. Restano inoltre aperti i nodi nei rapporti con la Bosnia-Erzegovina e nella normalizzazione delle relazioni con il Kosovo.

A tal riguardo, il presidente ad interim del Kosovo Albulena Haxhiu ha sottolineato i progressi compiuti da Pristina nel percorso europeo, ancora ostacolato dal mancato riconoscimento di cinque Stati membri dell’Unione: Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna. “Il Kosovo merita il questionario, lo status di candidato e l’apertura dei negoziati. L’integrazione nell’Unione non è solo un processo tecnico, ma riguarda prosperità, pace e dignità”, ha dichiarato.

“Vučić è al potere da quattordici anni e questo è probabilmente il momento più difficile per la sua leadership”, ha detto Bonomi a Focus Europe. “È molto isolato, ha difficoltà a mantenere i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, ha fallito nel reinstaurare un legame con gli Stati Uniti di Donald Trump, gli unici alleati che ha trovato sono stati i cinesi. A Bruxelles c’è stato un irrigidimento nei suoi confronti, come dimostrano le richieste insistenti sul rispetto dello Stato di diritto e delle riforme elettorali fatte da Costa nella recente visita a Belgrado”.

Se si è recato in Montenegro in un momento tanto sfavorevole alla sua retorica nazionalista, dato il ventennale dell’indipendenza di Podgorica dalla Serbia e la prossima adesione dell’ex regione all’Unione europea, prosegue Bonomi, “è perché non poteva fare altrimenti, non poteva definitivamente rovinare i già deboli rapporti con l’Unione europea”.

In questi giorni Vučić è stato anche protagonista di una rischiata crisi diplomatica proprio con il Montenegro. Le autorità montenegrine hanno respinto all’atterraggio a Tivat un aereo charter con a bordo ottantasette uomini ritenuti vicini al presidente serbo e presumibilmente inviati per organizzare raduni di sostegno durante il vertice. Di risposta, la Serbia ha introdotto misure di controllo rafforzate ai confini, sottoponendo cittadini montenegrini a verifiche approfondite ai valichi di Gostun, Špiljani e Jabuka, e compiendo diversi respingimenti apparentemente immotivati. Lo stesso è avvenuto all’aeroporto di Belgrado.

Mentre i vertici di Podgorica sono rimasti in silenzio, i partiti di opposizione hanno condannato il tentativo di destabilizzazione e criticato la debolezza del governo montenegrino. Vučić ha definito l’accaduto un “grave errore politico” organizzato dal suo entourage per rendergli più piacevole il soggiorno a Tivat, negando qualsiasi intento di destabilizzazione, ma ponendo rimedio solo a seguito di espressa richiesta della Commissione europea.

Nel complesso, il vertice di Tivat ha mostrato ancora una volta la forte eterogeneità dei Balcani occidentali e la complessità del percorso europeo della regione. “Negli ultimi anni, in quell’area ha spesso prevalso chi ha scommesso contro Bruxelles”, ha concluso Bonomi. “La sfida dell’Unione è dimostrare che oggi la direzione può essere diversa, e che l’allargamento è ancora un progetto credibile”.

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