Tivat si prepara ad accogliere il vertice tra Unione europea e Balcani occidentali che avrà luogo domani e che riunirà i leader europei e dei Paesi della regione, siano essi già membri dell’Unione o ancora impegnati nel percorso di adesione. Il momento appare particolarmente favorevole per il processo di allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e il Montenegro, Paese ospitante dell’incontro, è oggi considerato il candidato più vicino all’ingresso ufficiale.

Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’allargamento è tornato al centro dell’agenda politica di Bruxelles. La guerra ha infatti riportato in primo piano il valore strategico dell’integrazione europea, trasformando l’adesione dei Paesi candidati da semplice processo tecnico a vera e propria scelta per la sicurezza e la stabilità del continente.

Al tempo stesso, le istituzioni europee sono consapevoli che l’ingresso di nuovi membri richiederà anche una revisione del funzionamento dell’Unione. Come sottolineato più volte dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nei suoi discorsi sullo Stato dell’Unione, l’allargamento dovrà procedere parallelamente a una riforma delle regole e delle istituzioni europee, affinché l’Unione possa continuare a funzionare efficacemente anche con oltre trenta Stati membri.

Come procede l’allargamento ai Balcani occidentali

I Paesi balcanici stanno portando avanti le riforme necessarie per conformarsi all’acquis communautaire, l’insieme delle norme, dei principi e degli standard giuridici che costituiscono il patrimonio legislativo dell’Unione europea. I progressi, tuttavia, non procedono alla stessa velocità ovunque. Se Montenegro e Albania vengono considerati i candidati più avanzati, maggiori difficoltà continuano a emergere in Serbia e Macedonia del Nord.

Belgrado, in particolare, paga il mancato allineamento alla politica estera europea nei confronti della Russia e la persistente ambiguità del presidente Aleksandar Vučić nei rapporti con Mosca. Skopje, invece, resta ostaggio delle controversie identitarie e storiche con alcuni Stati membri, quali Grecia e Bulgaria, che negli ultimi anni hanno rallentato il percorso negoziale nonostante gli sforzi compiuti dal governo macedone.

Lo stato dei negoziati fotografa bene le diverse velocità dell’allargamento. Il Montenegro ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e ne ha provvisoriamente chiusi 14, risultando il candidato più avanzato dell’intera regione. L’Albania ha accelerato sensibilmente negli ultimi anni e punta a concludere il processo entro la fine del decennio. La Serbia ha aperto 22 dei 34 capitoli previsti – di cui quello extra riguarda specificamente la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo – e ne ha chiusi soltanto 2.

La Bosnia-Erzegovina, pur avendo ottenuto lo status di Paese candidato, non ha ancora aperto formalmente i negoziati di adesione, mentre la Macedonia del Nord attende il completamento delle condizioni richieste per avviare pienamente il processo negoziale.

Il Kosovo rappresenta un caso particolare. Pur avendo presentato domanda di adesione all’Unione europea nel dicembre 2022, non ha ancora ottenuto lo status ufficiale di Paese candidato. A ostacolarne il percorso sono soprattutto i cinque Stati membri che non ne riconoscono l’indipendenza: Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. Questa mancata unanimità impedisce a Bruxelles di compiere ulteriori passi formali verso l’apertura del processo di adesione, nonostante il progressivo avvicinamento istituzionale di Pristina all’Unione.

Cosa aspettarsi dal vertice di Tivat

Per il presidente Jakov Milatović e per il primo ministro Milojko Spajić, il vertice di Tivat rappresenta un’occasione per ribadire l’ambizione del Montenegro di diventare il prossimo Stato membro dell’Unione europea. Il governo montenegrino punta infatti a chiudere i negoziati entro il 2026 e a completare il processo di adesione entro il 2028, proponendosi come modello di riferimento per gli altri candidati balcanici. Lo slogan che portano avanti è “28 by 28”, modo accattivante per proporsi come ventottesimo Stato dell’Unione.

Dal punto di vista di Bruxelles, il Montenegro costituisce il banco di prova più importante dell’attuale politica di allargamento. Il successo di Podgorica permetterebbe infatti di dimostrare che il principio meritocratico continua a funzionare: chi accelera sulle riforme, rafforza lo Stato di diritto, combatte la corruzione e si allinea alla politica estera dell’Unione può avanzare più rapidamente verso l’adesione. In un momento in cui l’Unione cerca di riaffermare la propria credibilità nella regione e di contrastare l’influenza di attori esterni come Russia, Cina e Turchia, il percorso montenegrino assume un valore che va ben oltre i confini del piccolo Stato adriatico.

Il tema ufficiale del vertice sarà “Prosperità condivisa e stabilità dell’Unione europea e dei Balcani occidentali”. Secondo l’agenda diffusa dal Consiglio europeo, i leader discuteranno i progressi compiuti nel processo di integrazione graduale della regione nell’Unione e le modalità per accelerarne ulteriormente l’avanzamento, con particolare attenzione alla cooperazione economica, alla convergenza normativa e alla sicurezza comune.

La dimensione economica occuperà una posizione centrale nei lavori. I Balcani occidentali, infatti, non possono essere considerati come un blocco omogeneo: ciascun Paese presenta caratteristiche, potenzialità e criticità differenti. L’Albania, ad esempio, continua a confrontarsi con livelli salariali tra i più bassi d’Europa e con un modello di sviluppo economico ancora fortemente dipendente dagli investimenti esteri. Esemplare in questo senso è la concessione senza gara di terreni nell’area costiera di Zvernec all’imprenditore statunitense Jared Kushner, che ha scatenato forti proteste tra i cittadini. Il Montenegro, invece, vede un quarto del proprio prodotto interno lordo derivare dal turismo, settore instabile e imprevedibile, che rende la propria economia un tema altrettanto delicato.

Il Piano di crescita proposto dall’Unione europea per la regione dei Balcani occidentali punta ad avvicinare i partner regionali al mercato unico già prima dell’adesione formale, offrendo alcuni benefici dell’integrazione europea in cambio di riforme, apertura dei mercati, cooperazione regionale e allineamento agli standard europei. Con l’inserimento del mercato unico, anche se non completamente, e l’aumento degli investimenti in aree fondamentali per i Paesi, come energia, infrastrutture, trasporti e digitale, secondo Bruxelles dovrebbe diminuire il rischio di instabilità, emigrazione e influenze esterne.

Il Piano dispone complessivamente di 6 miliardi di euro, di cui 2 miliardi sotto forma di sovvenzioni e 4 miliardi come prestiti agevolati. Tuttavia, l’accesso a queste risorse è subordinato al rispetto di precise condizioni. Bruxelles applica infatti il principio della condizionalità: i fondi vengono erogati soltanto a fronte di progressi concreti nell’attuazione delle riforme concordate e possono essere sospesi in caso di mancato rispetto degli impegni assunti.

In quest’ambito è a serio rischio la Serbia, per cui gli stessi cittadini in opposizione al governo hanno chiesto alle istituzioni europee di prendere provvedimenti. Questo potrebbe essere il vero motivo della partecipazione di Aleksandar Vučić al vertice. Per il presidente serbo, l’appuntamento rappresenta l’occasione per evitare un ulteriore isolamento nei rapporti con Bruxelles e per rassicurare i partner europei sulla volontà di Belgrado di mantenere aperta la prospettiva di adesione, nonostante una retorica interna continuamente critica nei confronti dell’Unione europea.

La posizione dei Paesi membri

Saranno numerosi i capi di Stato e di governo dei Paesi membri che affiancheranno i leader europei e dei Balcani occidentali al vertice. Tra questi spicca l’Italia, che intrattiene rapporti concreti specialmente con Albania e Montenegro – dati anche i pochi chilometri di mare che li dividono – e che, insieme ad Austria, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia, fa parte del gruppo informale degli “Amici dei Balcani occidentali”.

La premier Giorgia Meloni rivendica da tempo il ruolo dell’Italia come uno dei principali sostenitori di quello che ha definito “processo di riunificazione europea”. Roma considera infatti la regione non soltanto una questione di vicinato, ma una direttrice strategica della propria politica estera ed europea, per ragioni geografiche, economiche, energetiche, migratorie e di sicurezza.

L’attenzione italiana verso i Balcani occidentali è emersa con particolare evidenza anche nel dibattito apertosi dopo la concessione dello status di Paese candidato all’Ucraina e la successiva accelerazione del percorso di adesione di Kyiv. In quell’occasione, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricordato come il rinnovato slancio dell’allargamento non debba tradursi in una marginalizzazione dei Paesi balcanici, che da anni portano avanti riforme spesso complesse e politicamente costose per avvicinarsi agli standard europei.

Il gruppo “degli Amici” sostiene un approccio fondato sull’integrazione graduale dei Paesi candidati nelle politiche europee, sul rafforzamento della cooperazione regionale e sul consolidamento della sicurezza comune. In quest’ottica, il vertice di Tivat rappresenta non soltanto un passaggio diplomatico di rilievo, ma anche un ulteriore segnale della volontà europea di trasformare la prospettiva di adesione dei Balcani occidentali da promessa politica a obiettivo concreto.

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