Nel quarto webinar di FocusEurope Italia sulle politiche di coesione, dedicato a capacità amministrativa e personale, Valentina Palmisano, eurodeputata del Movimento 5 Stelle in commissione REGI, e Lorenzo Galligani, consigliere comunale di Pistoia e membro del Comitato europeo delle Regioni, hanno messo al centro il nodo che continua a frenare la spesa dei fondi europei: non solo la complessità delle regole, ma la debolezza delle strutture chiamate ad applicarle.
Palmisano ha aperto il confronto ribaltando una lettura spesso usata nel dibattito pubblico. “Spesso si dà la colpa alla burocrazia come se fosse una cosa astratta”, ha spiegato. Ma la burocrazia, ha aggiunto, “sono proprio le persone, le competenze”. Il problema, quindi, non è soltanto la quantità di norme, ma il fatto che molti comuni non abbiano più tecnici, ingegneri, architetti, esperti di rendicontazione e funzionari in grado di seguire progetti complessi.
Secondo l’eurodeputata, il risultato è un paradosso: mentre le regole su appalti, controlli e fondi europei sono diventate più rigorose, gli organici degli enti locali si sono progressivamente svuotati. In molti comuni medio-piccoli, un solo funzionario è chiamato a gestire normativa ambientale, appalti, rapporti con le imprese, caricamento dei dati sui portali e rendicontazione. In queste condizioni, ha avvertito Palmisano, “anche le regole più semplici diventano un ostacolo insormontabile”.
Mercato unico e territori: il rischio di un’Europa a due velocità
Galligani ha allargato il ragionamento al rapporto tra mercato unico e politica di coesione, che ha definito “due delle più grandi storie di successo dell’Unione europea”. Ma il mercato unico, senza coesione territoriale, rischia di produrre vincitori e vinti: da una parte grandi aree metropolitane capaci di attrarre investimenti, talenti e infrastrutture; dall’altra periferie, aree rurali, isole e territori montani destinati a perdere popolazione e capacità economica.
Per evitare questo squilibrio, secondo Galligani, ogni misura europea dovrebbe essere valutata anche per il suo impatto territoriale prima dell’adozione. Il punto, ha spiegato, non è frenare l’integrazione europea, ma renderla inclusiva. Altrimenti, il mercato unico continuerà a essere percepito come una cornice lontana, fatta di moduli, scadenze, lingue e procedure diverse.
Da qui la necessità, secondo il consigliere comunale, di portare l’Europa “sul bancone del bar e allo sportello del municipio”: cioè renderla concretamente accessibile ai comuni, alle piccole imprese e agli artigiani che oggi spesso non sanno nemmeno dove trovare le regole che li riguardano.
Il PNRR ha creato competenze, ma ora rischia di perderle
Un altro punto centrale del confronto è stato il destino delle competenze create con il PNRR. Palmisano ha descritto il Piano non solo come un grande programma di investimenti, ma come un “esperimento amministrativo”: per gestirlo, Stato ed enti locali hanno assunto tecnici, project manager ed esperti di rendicontazione, spesso però con contratti a tempo determinato.
Il rischio, ha spiegato, è che queste figure escano dalla pubblica amministrazione proprio nella fase più delicata: quella delle gare, dei cantieri e della rendicontazione finale alla Commissione europea. Sarebbe un problema organizzativo, ma anche economico, perché gli enti potrebbero essere costretti a ricomprare all’esterno, tramite consulenze private, competenze che avevano già formato internamente.
Per Palmisano, la domanda politica è quindi chiara: il PNRR deve lasciare soltanto opere pubbliche o anche una pubblica amministrazione più forte? La vera sfida, ha detto, è trasformare il personale a progetto in capacità amministrativa stabile, soprattutto negli enti locali.
Appalti, digitale e frammentazione
Sul tema degli appalti, Palmisano ha sottolineato che le gare deserte sono spesso il sintomo più evidente della fragilità amministrativa. Non dipendono quasi mai da un solo fattore: prezzi non aggiornati, progettazione debole, tempi irrealistici, ritardi nelle procedure e oscillazioni dei costi possono sommarsi fino a rendere un bando poco praticabile per le imprese.
La risposta, secondo l’eurodeputata, non può essere semplicemente “togliere le regole”, perché nei territori più fragili meno regole possono significare anche meno controlli. Serve piuttosto rafforzare le stazioni appaltanti e dare strumenti tecnici ai piccoli comuni, altrimenti i fondi finiranno dove le amministrazioni sono già più forti e veloci.
Anche la digitalizzazione, ha avvertito Palmisano, non è automaticamente una soluzione. Molti enti hanno piattaforme, banche dati e sistemi di monitoraggio, ma spesso questi strumenti non dialogano tra loro. Il rischio è creare “più burocrazia, però digitale”.
Galligani ha sintetizzato il punto con una formula: prima semplificare, poi digitalizzare. Digitalizzare procedure già complesse, ha spiegato, significa solo trasferire la complessità su un portale. Il problema non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Unione: norme scritte a Bruxelles vengono recepite in 27 sistemi diversi e poi applicate a livello regionale e locale con ulteriori differenze. È una filiera verticale che, se non coordinata, produce frammentazione.
La priorità: presidi tecnici stabili per i territori
Nella parte finale, Palmisano ha indicato una priorità netta: superare gli interventi a pioggia e creare un presidio tecnico pubblico stabile per i territori. Non bastano task force temporanee che arrivano, danno indicazioni e se ne vanno. Serve una struttura che accompagni i comuni dalla gara al collaudo finale.
Per l’eurodeputata, la capacità amministrativa è anche una questione di equità sociale: se i piccoli comuni, le aree interne e i territori più fragili non hanno strumenti per intercettare e spendere i fondi, la coesione rischia di rafforzare chi è già forte.
Galligani ha indicato invece la necessità di semplificare e digitalizzare le procedure di spesa, immaginando anche una piattaforma unica europea, una sorta di one-stop shop per mercato unico e fondi di coesione, con assistenza tecnica in tempo reale e sportelli territoriali.
Il messaggio emerso dal webinar è che il problema italiano non è solo “non saper spendere”. È avere costruito negli anni una macchina pubblica troppo fragile per reggere programmi sempre più complessi. E senza personale stabile, competenze tecniche e strumenti davvero accessibili, anche i fondi pensati per ridurre i divari rischiano di allargarli.
