La Commissione europea frena sui fondi del Piano di crescita per la Serbia, subordinando nuove erogazioni a una revisione delle controverse riforme della magistratura. Sebbene da Belgrado si continui a negare l’esistenza di una decisione formale di congelamento, da Bruxelles il messaggio appare sempre più chiaro: senza un allineamento alle raccomandazioni della Commissione di Venezia, non ci saranno nuovi pagamenti.

A ribadirlo è stata Marta Kos, commissaria europea per l’Allargamento, che negli giorni scorsi, intervenendo all’Università di Friburgo, ha dichiarato che “per il momento” tutti i pagamenti nell’ambito del Piano di crescita sono stati sospesi. Una misura che, pur non formalizzata come sanzione, rappresenta un segnale politico rilevante nel contesto delle relazioni tra l’Unione europea e la Serbia.

Su questo punto insiste con forza l’opposizione serba. Pur consapevoli che un eventuale congelamento dei fondi europei rischierebbe di alimentare la narrativa euroscettica promossa attraverso i media nazionali dal governo e dal presidente Aleksandar Vučić, i partiti di opposizione ritengono che uno scenario del genere contribuirebbe a smontare l’illusoria idea della Russia come grande partner alternativo della Serbia. In assenza dei finanziamenti europei, sostengono, Belgrado si troverebbe infatti con margini più limitati, quasi nulli, di accesso a risorse esterne.

Al centro dello scontro vi sono le modifiche legislative adottate a gennaio 2026 dalla coalizione di governo serba, ampiamente criticate per il loro potenziale impatto sull’indipendenza del sistema giudiziario. Secondo Bruxelles, tali riforme rappresentano un passo indietro rispetto agli standard richiesti ai Paesi candidati all’adesione, in particolare per quanto riguarda il rispetto dello Stato di diritto.

Le preoccupazioni europee hanno trovato conferma nel recente parere della Commissione di Venezia, che ha sostanzialmente avallato le critiche avanzate da osservatori internazionali e istituzioni europee. Nel documento, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa ha delineato una serie di raccomandazioni volte a correggere gli aspetti più controversi delle riforme, chiedendo a Belgrado un intervento rapido e sostanziale. In particolare, la Commissione ha chiesto alla Serbia di limitare il ruolo del Parlamento e dell’esecutivo nella nomina, promozione e revoca di giudici e pubblici ministeri, nonché di definire dei criteri oggettivi e trasparenti in ogni processo interno all’organo giudiziario.

Il Piano di crescita per i Balcani occidentali rappresenta uno dei principali strumenti finanziari dell’Unione per sostenere le riforme e favorire la convergenza economica della regione. Per la Serbia, il pacchetto prevede oltre 1,5 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti agevolati per il periodo 2024-2027. Tuttavia, l’accesso a questi fondi è strettamente condizionato al rispetto di criteri politici ed economici, tra cui figurano esplicitamente i valori fondamentali dell’Unione.

In questo quadro, il rispetto dello Stato di diritto emerge come condizione imprescindibile. Non si tratta soltanto di un requisito tecnico legato all’Agenda delle riforme adottata da Belgrado nel 2024, ma di un principio politico centrale nel processo di allargamento. La decisione della Commissione di sospendere di fatto i pagamenti si inserisce quindi in una strategia più ampia volta a garantire la credibilità delle politiche di condizionalità.

Da parte serba, i toni restano più cauti. Nemanja Starović, ministro per l’Integrazione europea, ha confermato che la richiesta per la seconda tranche di finanziamenti, presentata nel luglio 2025, è ancora in attesa di valutazione presso la Commissione europea. Secondo Starović, il ritardo sarebbe legato proprio alla necessità di implementare le raccomandazioni della Commissione di Venezia, che il governo afferma di aver già accettato.

Sulla stessa linea anche Danijel Apostolović, ambasciatore serbo presso l’Unione europea, che ha escluso l’esistenza di una decisione formale di sospensione dei fondi, sottolineando come il processo resti tecnicamente aperto. Tuttavia, le sue dichiarazioni confermano implicitamente che l’erogazione dipenderà dal pieno rispetto delle condizioni poste da Bruxelles.

Belgrado si prepara ora a una rapida revisione del quadro normativo. Secondo quanto annunciato, il 6 e 7 maggio si terranno audizioni pubbliche presso l’Assemblea nazionale sulle nuove proposte legislative, con l’obiettivo di allinearle alle indicazioni della Commissione di Venezia. I testi dovrebbero essere poi trasmessi nuovamente a quest’ultima per un parere, prima dell’adozione finale prevista entro la fine di maggio.

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