Gli allarmi bomba che negli ultimi giorni hanno interessato decine di voli commerciali europei devono essere analizzati in una prospettiva temporale più ampia, considerando anche gli attacchi informatici, i sabotaggi e le incursioni di droni che negli ultimi anni hanno coinvolto le infrastrutture critiche del continente. È quanto sostiene Alessandro Marrone, analista e responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), che in un’intervista a Focus Europe invita a non considerare isolatamente gli episodi più recenti, ma a inserirli nel contesto delle crescenti minacce ibride contro i Paesi europei.

“Bisogna guardare le cose in una prospettiva più lunga temporalmente e più ampia come infrastrutture critiche, perché altrimenti si guarda l’albero e non la foresta”, osserva Marrone, sottolineando come la successione di falsi allarmi negli aeroporti rappresenti soltanto l’ultimo episodio di una serie di azioni che hanno colpito molteplici settori.

L’analista richiama, in particolare, i recenti attacchi informatici contro i sistemi di refrigerazione degli alimenti e le infrastrutture sanitarie, comprese le banche del sangue francesi, i tentativi di sabotaggio delle ferrovie polacche e il caso del drone contenente esplosivo individuato nell’aeroporto di Lipsia lo scorso 4 agosto.

A questi episodi si aggiungono poi le numerose incursioni non autorizzate di droni nei pressi di aeroporti come quelli di Monaco, Copenaghen e Bruxelles, ma anche sopra installazioni industriali, centri di ricerca e basi militari. Marrone richiama anche i danneggiamenti dei cavi elettrici e di trasmissione dati sottomarini nel Mar Baltico, provocati in alcuni casi da navi sospettate di aver trascinato deliberatamente le proprie ancore sui fondali. Secondo Marrone, la ripetizione di questi episodi in numerosi Paesi europei, nell’arco di diversi anni e contro differenti infrastrutture critiche, rappresenta il quadro nel quale va compresa la guerra ibrida in atto e di cui l’Europa è bersaglio. “È tutto questo insieme che nella quotidianità giornalistica si perde perché la notizia è sull’ultimo allarme bomba o sull’ultimo drone”, osserva.

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L’obiettivo non è soltanto economico: colpire la fiducia nelle istituzioni

La caratteristica principale della guerra ibrida, spiega Marrone, consiste nell’impiego di strumenti che rimangono al di sotto della soglia del conflitto militare convenzionale, ma che possono comunque provocare danni economici, sociali e politici significativi.

Le conseguenze immediate possono riguardare i costi necessari per riparare infrastrutture danneggiate o le perdite generate dall’interruzione dei servizi. Nel caso del trasporto aereo, ad esempio, gli allarmi bomba obbligano le compagnie e gli aeroporti ad attivare procedure di sicurezza che comportano ritardi, deviazioni e cancellazioni.

Esistono tuttavia anche costi di lungo periodo, legati alla necessità di rafforzare continuamente la protezione delle infrastrutture e di sostenere nuovi investimenti in sicurezza.

Ma l’effetto potenzialmente più rilevante, secondo Marrone, riguarda la percezione della sicurezza da parte dell’opinione pubblica.

La ripetizione delle minacce può alimentare un senso di vulnerabilità e incertezza tra i cittadini, con conseguenze sulla fiducia nei governi, nelle istituzioni e, più in generale, nel sistema democratico europeo. Non è quindi il risultato del singolo episodio a dover essere considerato, quanto il suo effetto cumulativo. “È il risultato cumulativo di tante ripetute azioni di questo genere sulla tenuta, sulla resilienza […] della società civile, della società politica, delle infrastrutture. È questo che deve preoccupare”, sottolinea l’analista.

L’esperto dell’IAI individua, inoltre, un secondo obiettivo delle operazioni ibride: mettere alla prova i sistemi di sicurezza europei, verificandone vulnerabilità, capacità e tempi di reazione.

Gli attacchi alle catene di approvvigionamento, alle ferrovie o al traffico aereo possono infatti consentire agli autori di misurare l’efficacia delle difese e individuare i settori più vulnerabili. “Questi sono tutti test”, spiega Marrone: servono a verificare “quali sono i tempi di reazione, i modi di reazione, le tecnologie di reazione”.

Queste informazioni potrebbero essere utilizzate in futuro per rendere più efficaci nuove operazioni, soprattutto in momenti politicamente delicati, come le decisioni sul sostegno all’Ucraina, eventuali negoziati con Mosca o importanti appuntamenti elettorali.

Le difficoltà nell’attribuzione delle responsabilità alla Russia

Uno degli aspetti più complessi riguarda l’individuazione dei responsabili delle operazioni ibride.

Marrone sottolinea che proprio la difficoltà di attribuire un attacco a un soggetto determinato costituisce uno dei principali vantaggi per chi lo organizza. L’impiego di strumenti informatici, operazioni sotto copertura e intermediari consente infatti di nascondere gli esecutori e i mandanti, rendendo più difficile adottare eventuali contromisure diplomatiche, economiche o militari. “Una delle caratteristiche della guerra ibrida è proprio la difficoltà di attribuire la paternità, il mandante o gli esecutori degli attacchi”, sottolinea.

Non si tratta di pratiche completamente nuove, osserva l’analista, ricordando che operazioni clandestine e attività di intelligence hanno caratterizzato anche altre fasi storiche. A essere cambiata è soprattutto la scala delle operazioni e il ruolo assunto dal dominio cibernetico.

La difficoltà di attribuzione si scontra inoltre con le garanzie proprie dei sistemi democratici, nei quali un’accusa pubblica deve essere sostenuta da elementi probatori adeguati.

A questo proposito Marrone richiama il precedente del drone contenente esplosivo individuato nei pressi di un aereo cargo carico di munizioni all’aeroporto di Lipsia. Secondo la ricostruzione dell’analista, trascorsero diverse settimane prima che le autorità tedesche attribuissero pubblicamente alla Russia la responsabilità dell’operazione, dopo aver condotto accertamenti tecnici e attività di intelligence.

Lo stesso principio, osserva, deve essere applicato ai più recenti episodi.

“Anch’io da analista, da esperto, non mi sento al momento, in ogni singola circostanza, di dire che è stata la Russia”, precisa Marrone. Tuttavia, secondo l’esperto, le attribuzioni già formulate dalle istituzioni europee in alcuni casi e la più ampia aggressività dimostrata da Mosca, dalla Georgia alla Crimea fino all’invasione dell’Ucraina nel 2022, costituiscono elementi che rendono plausibile l’esistenza di una campagna sistematica.

L’assenza di un’attribuzione immediata per gli ultimi allarmi bomba non significa quindi necessariamente che le indagini non possano portare, nelle prossime settimane o nei prossimi mesi, all’individuazione degli autori e a eventuali accuse pubbliche.

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Rafforzare la resilienza delle infrastrutture e la prevenzione

Per contrastare queste minacce, Marrone ritiene necessario adottare una strategia di medio-lungo periodo incentrata soprattutto sulla protezione delle infrastrutture critiche.

La priorità dovrebbe essere quella di applicare pienamente la normativa europea sulla sicurezza e rafforzare gli investimenti tecnologici e nella formazione del personale.

Gli operatori del trasporto aereo e ferroviario, le aziende energetiche e gli altri gestori di infrastrutture essenziali devono essere in grado di individuare tempestivamente le minacce, predisporre piani di emergenza e ripristinare rapidamente i servizi in caso di interruzione.

Secondo l’analista, esistono ancora ampi margini di miglioramento soprattutto sul fronte della prevenzione, attraverso una maggiore preparazione delle istituzioni, delle imprese e anche degli operatori dell’informazione. “È sulla prevenzione che si possono fare più progressi”, afferma Marrone.

Accanto alla prevenzione, rimane fondamentale l’attività di contrasto svolta dalle forze di polizia, dai servizi di intelligence e dalle autorità responsabili della sicurezza informatica.

Su quest’ultimo fronte Marrone richiama anche la necessità di rivedere alcune limitazioni normative che, a suo giudizio, restringono eccessivamente le possibilità di intervento preventivo delle autorità pubbliche contro le minacce informatiche, in un contesto nel quale gli strumenti di attacco diventano sempre più sofisticati anche grazie all’intelligenza artificiale. Secondo l’analista, in questo ambito “la normativa è troppo rigida e troppo restrittiva rispetto alla scala e all’intensità di attacchi”.

“Non esiste il rischio zero”: preparare anche l’opinione pubblica

Tornando alla nuova ondata di falsi allarmi bomba, Marrone osserva che un maggiore coordinamento nazionale ed europeo può contribuire a rendere più efficace la risposta, ma non eliminare completamente il rischio di interruzioni dei servizi.

“Non c’è rischio zero”, avverte l’analista, secondo il quale è necessario prendere atto del deterioramento del contesto di sicurezza europeo rispetto a quello di una decina di anni fa.

La risposta non può quindi limitarsi all’individuazione dei responsabili dei singoli episodi, ma deve comprendere una preparazione complessiva delle infrastrutture e della società a fronteggiare minacce che potrebbero ripetersi e intensificarsi.

Questo significa anche comunicare correttamente ai cittadini la possibilità di disservizi temporanei, evitando sia di sottovalutare le minacce sia di alimentare allarmismi.

“Sarebbe fuorviante dire che è possibile evitarle al 100%”, osserva Marrone, sottolineando che l’obiettivo deve essere ridurre il più possibile la frequenza, la durata e la gravità delle interruzioni.

Una maggiore consapevolezza del rischio, conclude l’analista, non deve tradursi in rassegnazione, ma nella capacità delle istituzioni e della società europea di prepararsi a fronteggiare un contesto di sicurezza ormai profondamente cambiato.

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