Il Parlamento europeo ha ribadito il suo forte sostegno al futuro europeo del Kosovo, ma le crescenti preoccupazioni per la prolungata instabilità politica stanno gettando un’ombra sulle ambizioni di adesione del Paese, mentre gli elettori si preparano a tornare nuovamente alle urne.
Un nuovo rapporto di Riho Terras – relatore del Parlamento europeo per le relazioni con la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo – che dovrebbe essere approvato dalla Commissione Affari Esteri (AFET), riafferma il sostegno alla domanda di adesione del Kosovo all’Unione europea presentata nel dicembre 2022 e invita i cinque Stati membri che ancora non riconoscono l’indipendenza del Kosovo – Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro – a riconsiderare la propria posizione.
Allo stesso tempo, tuttavia, il rapporto lancia un chiaro avvertimento: la polarizzazione politica e i ripetuti blocchi istituzionali stanno minacciando sempre più la capacità del Kosovo di avanzare nel suo percorso europeo.
Il voto arriva mentre il Kosovo si prepara alle elezioni parlamentari del 7 giugno, le terze elezioni nazionali in appena 18 mesi. L’ultima crisi politica è scoppiata dopo che il Parlamento non è riuscito a eleggere un nuovo presidente entro il termine previsto dalla Costituzione, costringendo il Paese a tornare alle urne nonostante il movimento Vetëvendosje del primo ministro Albin Kurti avesse ottenuto una netta vittoria solo pochi mesi prima.
Secondo il rapporto, le persistenti divisioni politiche rischiano di ritardare le riforme legate al processo di adesione e potrebbero compromettere la capacità del Kosovo di assorbire i finanziamenti dell’Unione. La stabilità politica è quindi considerata sempre più una condizione necessaria per ulteriori progressi.
Il rapporto attribuisce inoltre grande importanza al dialogo facilitato dall’Unione tra Pristina e Belgrado, descrivendo la normalizzazione delle relazioni come essenziale per la stabilità regionale. Gli eurodeputati invitano la Serbia a non ostacolare la partecipazione del Kosovo alle organizzazioni internazionali, incluso il Consiglio d’Europa.
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La valutazione del Parlamento europeo sulla Serbia è invece decisamente più critica. In un rapporto separato preparato dal relatore Tonino Picula, gli eurodeputati riconoscono progressi limitati in alcune parti del processo di adesione, ma sottolineano che molte delle riforme necessarie per ulteriori avanzamenti restano incompiute.
Particolare preoccupazione riguarda lo Stato di diritto, le istituzioni democratiche e la libertà dei media. Il rapporto invita inoltre Belgrado a dimostrare un maggiore allineamento con la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione, evidenziando la continua riluttanza della Serbia a sostenere pienamente le misure europee relative alla guerra della Russia contro l’Ucraina.
Anche le questioni di sicurezza restano al centro dell’agenda europea. Il rapporto sul Kosovo accoglie con favore la cooperazione in materia di difesa tra il Kosovo, l’Albania e la Croazia, descrivendola come un contributo al rafforzamento della resilienza regionale contro le minacce ibride. Il documento fa inoltre riferimento all’attacco di Banjska e osserva che Milan Radoičić non è ancora stato assicurato alla giustizia, evidenziando le persistenti preoccupazioni per la sicurezza nel nord del Kosovo.
Il dibattito sul futuro del Kosovo si svolge sempre più in un contesto geopolitico in evoluzione. La guerra della Russia contro l’Ucraina, l’instabilità in Medio Oriente e l’incertezza riguardo alle garanzie di sicurezza transatlantiche di lungo periodo hanno spinto l’Unione europea a porre maggiore enfasi sull’affidabilità politica e sulla resilienza istituzionale dei Paesi candidati.
L’ex rappresentante speciale dell’Unione europea per il Kosovo Wolfgang Petritsch sostiene che le ripetute crisi politiche del Paese stiano danneggiando la sua credibilità internazionale proprio nel momento in cui l’Europa sta ridefinendo la propria architettura di sicurezza.
Parlando a Radio Free Europe, Petritsch ha affermato che il Kosovo rischia di essere percepito non come una piccola ma affidabile democrazia, bensì come un’ulteriore fonte di instabilità alla periferia dell’Europa. Ha inoltre avvertito che un anno e mezzo di paralisi istituzionale rappresenta una grave perdita di credibilità per un Paese che cerca ancora un più ampio riconoscimento internazionale.
Durante una visita a Pristina nel mese di maggio, la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos ha esortato i partiti politici a superare le divisioni e a formare istituzioni funzionanti in grado di portare avanti l’agenda europea del Paese.
Mentre gli elettori si preparano a tornare alle urne, i funzionari europei e i partner internazionali sembrano concentrarsi sempre di più su ciò che accadrà dopo il giorno delle elezioni.
Per il Kosovo, la sfida non consiste più semplicemente nel dimostrare di saper organizzare elezioni democratiche. Si tratta di dimostrare che tali elezioni possono produrre istituzioni stabili, capaci di governare efficacemente e di portare avanti le ambizioni europee di lungo periodo del Paese. Per la Serbia, la questione centrale è se sia pronta a far corrispondere le proprie ambizioni di adesione a riforme più profonde e a un maggiore allineamento con le priorità di politica estera dell’Unione.
Nel loro insieme, i rapporti su Kosovo e Serbia illustrano un cambiamento più ampio nella politica di allargamento dell’Unione europea. Il sostegno politico ai Balcani occidentali resta forte, ma Bruxelles attribuisce sempre maggiore importanza all’efficacia istituzionale, alla qualità della governance democratica e alla coerenza geopolitica.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

