L’Europa non potrà costruire una difesa realmente autonoma limitandosi ad aumentare i bilanci militari nazionali, ma dovrà decidere quali capacità mantenere sotto controllo nazionale, quali condividere e, soprattutto, accettare che la sovranità industriale europea richieda una maggiore interdipendenza tra gli Stati membri. È quanto emerge da un nuovo rapporto redatto dall’Alto commissariato alla Strategia e al Piano (Haut-commissariat à la Stratégie et au Plan) francese, organismo istituito nel maggio 2025 e posto presso il primo ministro e incaricato di elaborare analisi prospettiche e proposte di pianificazione sulle principali scelte economiche, industriali e sociali del Paese.

Pubblicato il 25 giugno e anticipato nei giorni precedenti dai media francesi, il rapporto giunge a poche settimane dall’abbandono della componente centrale del Future Combat Air System o SCAF (dal francese Système de Combat Aérien du Futur), il programma franco-tedesco-spagnolo per il caccia di nuova generazione, e mentre anche il Main Ground Combat System, il progetto terrestre destinato a sostituire Leclerc e Leopard 2, attraversa una fase di crescente incertezza.

Nel documento, gli autori osservano che “la difesa europea rimane strutturata sulla base della NATO e dell’acquisto di equipaggiamenti americani, il che limita l’autonomia strategica del continente”. Secondo il rapporto, l’adesione alla NATO ha rappresentato in questi decenni “un forte incentivo” per i Paesi europei ad acquisire equipaggiamenti americani. “Gli Stati Uniti sono già il principale fornitore estero di equipaggiamento militare per molti Paesi europei, tra cui Paesi Bassi, Regno Unito e Italia”, si legge nel rapporto, che delinea la dipendenza europea dagli USA in molteplici piattaforme: dagli aerei da combattimento alla difesa missilistica, passando per i droni, ma anche per tecnologie più recenti come il cloud computing militare, le comunicazioni satellitari, l’intelligence, il comando e controllo e le capacità di attacco in profondità.

Alla luce di questa situazione, l’Alto commissariato raccomanda di rafforzare la cooperazione industriale europea. Secondo il rapporto, ciò consentirebbe di condividere i costi di ricerca e sviluppo, generare economie di scala, migliorare l’interoperabilità delle forze armate e favorire l’emergere di attori industriali in grado di competere con le grandi aziende americane.

A rafforzare questa lettura è l’editoriale che accompagna il rapporto, firmato dall’Alto commissario Clément Beaune. “La difesa europea appare tanto un’evidenza quanto un mistero”, scrive Beaune, perché alla necessità di aumentare gli investimenti e l’autonomia del continente corrispondono “visioni molto diverse e talvolta una grande confusione” su cosa debba concretamente significare una difesa europea. Per il responsabile dell’Alto commissariato, “non vi sarà difesa europea credibile senza un’industria della difesa più forte e più integrata”: gli Stati dovranno dunque lavorare e produrre “di più insieme”, poiché “le abitudini consolidate e le pressioni subite saranno superate soltanto se vi sarà un interesse nazionale diretto ad acquistare diversamente”.

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Un frammentazione persistente 

Il ragionamento parte da una frammentazione che resta marcata nonostante il riarmo in corso: solo il 18% delle spese europee per equipaggiamenti militari deriva da programmi condotti in cooperazione e i Paesi dell’Unione utilizzano 178 tipi differenti di equipaggiamento, contro i circa 30 degli Stati Uniti. Per Beaune, il nodo non è dunque soltanto l’entità della spesa, ma la sua destinazione e la capacità di trasformarla in una base industriale continentale.

L’istituzione ritiene inoltre che l’UE debba innanzitutto agire da facilitatore dei finanziamenti, incoraggiando la cooperazione tra più Stati attraverso il sostegno finanziario a questi programmi collettivi e indirizzando le risorse verso le lacune più critiche in termini di capacità. “L’Unione europea non deve duplicare né la NATO né gli Stati membri”, sostiene Beaune, ma diventare il “grande facilitatore” degli sforzi nazionali e delle cooperazioni industriali, mobilitando il bilancio europeo, sostenendo l’innovazione e verificando gli impegni assunti dai governi.

Il rapporto indica tre priorità per Bruxelles: incentivare, attraverso il cofinanziamento europeo, i progetti industriali che coinvolgono più Stati membri; sostenere l’innovazione, in particolare mediante commesse comuni nei settori dei droni e della robotica; e monitorare gli impegni di spesa assunti dai governi, verificando la distanza tra gli obiettivi annunciati e la spesa effettivamente realizzata. In questo quadro, Beaune richiama anche un possibile “obiettivo dell’1% europeo”, vale a dire almeno l’1% del PIL da destinare all’acquisto di equipaggiamenti militari prodotti in Europa.

Per l’Alto commissariato, “l’obiettivo non dovrebbe quindi essere quello di eliminare ogni dipendenza, ma di trasformare la dipendenza esterna e asimmetrica in interdipendenze europee più equilibrate”. In questo contesto, “la sovranità europea non consisterà nella capacità di ogni Stato di fare tutto da solo, ma nel possesso collettivo da parte degli europei delle capacità necessarie alla propria sicurezza, senza dipendere da decisioni prese in altri continenti”.

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Serve un forte rilancio “franco-tedesco” 

Nel suo editoriale, Beaune richiama esplicitamente anche il recente fallimento dello SCAF, la componente centrale del Future Combat Air System franco-tedesco-spagnolo, sostenendo che non debba tradursi in un arretramento della cooperazione. “Nonostante il recente fallimento del progetto comune di aereo da combattimento, lo SCAF, o piuttosto proprio a causa del suo abbandono”, scrive l’Alto commissario, è necessario un “forte rilancio franco-tedesco” su un doppio binario: da un lato l’individuazione rapida di nuovi progetti industriali bilaterali, potenzialmente aperti anche ad altri Stati membri; dall’altro il rafforzamento degli strumenti dell’Unione, a cominciare dal prossimo bilancio pluriennale, per sostenere una difesa europea “più forte e più autonoma”.

Il riferimento arriva dopo che il programma per il caccia di nuova generazione si è arenato sulle divergenze tra Dassault Aviation e Airbus Defence and Space riguardo alla divisione del lavoro, alla leadership industriale, alla proprietà intellettuale e all’accesso alle tecnologie sensibili. Il contrasto ha mostrato quanto sia difficile conciliare le ambizioni nazionali e industriali dei partner anche all’interno dei programmi considerati centrali per l’autonomia strategica europea.

Una dinamica simile rischia di ripetersi sul Main Ground Combat System. Il progetto franco-tedesco, avviato per sostituire il carro Leclerc francese e il Leopard 2 tedesco, è segnato da ritardi e da una crescente incertezza sulla realizzazione di una piattaforma unica. Berlino ha indicato l’intenzione di concentrarsi sulle tecnologie “indipendenti dalla piattaforma”, lasciando aperta la possibilità che Francia e Germania cooperino su sottosistemi e capacità, ma adottino in futuro veicoli differenti.

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