Oggi il nucleare è già una colonna portante per alcune economie dell’Europa centrale: in Slovacchia copre circa il 60% della produzione elettrica nazionale, garantendo stabilità e prezzi relativamente prevedibili. Ma ciò che fino a pochi anni fa appariva come una scelta puramente tecnica – come produrre energia in modo efficiente e a basse emissioni – è diventato una questione eminentemente geopolitica.
Quando la Commissione europea ha deciso di reincludere l’energia nucleare tra gli investimenti strategici, molti hanno letto la mossa come un tassello della transizione verde. In realtà, il segnale era più profondo: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la sicurezza energetica è tornata al centro dell’agenda europea. Il nucleare non è più solo una tecnologia, ma uno strumento di sovranità.
Per i Paesi del gruppo di Visegrád (V4), questa trasformazione ha imposto scelte rapide e, in alcuni casi, radicali. Per decenni, gran parte delle infrastrutture nucleari della regione è stata legata a Rosatom, creando una dipendenza non solo tecnologica, ma anche politica. Oggi quella dipendenza è sempre più percepita come un rischio.
Le risposte, tuttavia, divergono. Slovacchia e Polonia hanno scelto di orientarsi verso gli Stati Uniti, affidandosi a Westinghouse Electric Company per tecnologia e combustibile. Varsavia, in particolare, ha recentemente presentato la prima richiesta di permesso di costruzione per una centrale nucleare nella sua storia, segnando una svolta strategica di lungo periodo.
La Repubblica Ceca ha invece optato per un partner asiatico, puntando sulla sudcoreana Korea Hydro & Nuclear Power. Una scelta che riflette non solo criteri economici, ma anche il tentativo di diversificare le alleanze industriali e ridurre i rischi politici.
Diverso è il caso dell’Ungheria, che resta legata a un accordo con Mosca per l’espansione della centrale di Paks. I ritardi accumulati e il contesto internazionale rendono il progetto sempre più controverso, evidenziando i limiti di una dipendenza che oggi appare più problematica che conveniente.
Nel frattempo, emerge per tutto il blocco centro-orientale un attore spesso trascurato: la Francia. Senza dominare i titoli sui nuovi reattori, Parigi sta rafforzando la propria presenza attraverso il mercato del combustibile nucleare, un segmento cruciale e meno visibile della filiera. In questo senso, il riequilibrio in corso non riguarda solo chi costruisce le centrali, ma anche chi le alimenta nel lungo periodo.
Questa trasformazione ridisegna gli equilibri energetici della regione. Le decisioni prese oggi da governi, regolatori e aziende definiranno non solo il mix energetico, ma anche le relazioni politiche ed economiche dei prossimi decenni. In gioco non c’è soltanto l’elettricità, ma il grado di autonomia strategica dell’Europa centrale in un contesto globale sempre più instabile.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da euBrief disponibile qui.

