Papa Leone XIV arriverà oggi ad Algeri, dando inizio a un significativo viaggio in quattro Paesi africani che include tappe in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. La prima tappa in Algeria segna la prima visita di un pontefice nel Paese, che conta quasi 50 milioni di abitanti, dove i cristiani rappresentano meno dello 0,2% della popolazione in una società prevalentemente musulmana.
Il viaggio ha un chiaro peso diplomatico e umanitario. Avviene in un momento in cui alcune parti del Nord Africa e del vicino Sahel ricevono molta meno attenzione internazionale rispetto ad altri focolai globali. Alla vigilia della partenza, durante la preghiera del Regina Caeli, il Papa ha affrontato direttamente una delle emergenze più trascurate: il conflitto in corso in Sudan.
“Mercoledì prossimo ricorre il terzo anniversario dell’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan”, ha detto. “Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questa tragedia disumana! Rinnovo il mio fervente appello alle parti in guerra affinché depongano le armi e avviino, senza precondizioni, un dialogo sincero volto a porre fine il prima possibile a questa guerra fratricida”. Ha descritto il Sudan come teatro della più grave crisi umanitaria al mondo ed espresso vicinanza alla sua popolazione.
Tre anni dopo lo scoppio dei combattimenti, il 15 aprile 2023, tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), la guerra civile in Sudan ha generato livelli di sofferenza enormi che raramente dominano i titoli internazionali. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, rendendo il Sudan la peggiore crisi umanitaria al mondo. Le azioni delle parti in conflitto hanno preso di mira deliberatamente i civili, inclusi attori della società civile, attivisti, giornalisti, personale medico, operatori umanitari e difensori dei diritti umani, attraverso attacchi, intimidazioni, detenzioni arbitrarie e uccisioni.
Le stime delle vittime variano da 150.000 fino a 400.000 se si includono le cause indirette. Oltre 11,8 milioni di persone sono state sfollate – circa un sudanese su quattro – con circa 7,4 milioni di sfollati interni e 4,2 milioni di rifugiati nei Paesi vicini come Ciad, Etiopia, Sudan del Sud ed Egitto. La carestia ha colpito alcune aree del Darfur e del Kordofan, mentre 24,6 milioni di persone affrontano una fame acuta e circa 2 milioni si trovano in condizioni di carestia o a rischio imminente. Epidemie come il colera sono inoltre aumentate a causa del collasso dei sistemi sanitari.
I rapporti documentano violenze sessuali diffuse, inclusi stupri e stupri di gruppo soprattutto contro donne e ragazze, massacri su base etnica e attacchi indiscriminati contro aree civili. A El Fasher, le RSF hanno compiuto uccisioni di massa di civili in fuga, violenze sessuali diffuse e assedi che hanno costretto le persone a sopravvivere nutrendosi di foraggio per animali, con la Missione d’inchiesta delle Nazioni Unite che ha individuato “tratti distintivi di genocidio”. Entrambe le parti hanno ostacolato gli aiuti umanitari, attaccato operatori umanitari e bombardato mercati, ospedali e quartieri residenziali.
Le ONG chiamano l’Unione europea ad agire
Una lettera aperta congiunta di Human Rights Watch, Amnesty International e altre organizzazioni esorta l’Unione europea ad agire in modo deciso e strategico per i diritti umani di tutte le persone colpite dal devastante conflitto in Sudan, in particolare dando priorità alla protezione dei civili, ampliando l’embargo sulle armi in Darfur, aumentando i finanziamenti e garantendo l’accertamento delle responsabilità per le atrocità commesse da tutte le parti.
Nonostante la portata della crisi, il conflitto spesso scompare dalla vista, oscurato da altre guerre più mediatiche. Il riferimento del Papa serve a ricordare che queste vittime rischiano di essere completamente dimenticate mentre l’attenzione globale si sposta altrove.
Ad aggravare l’instabilità della regione vi è la minaccia persistente e in espansione del terrorismo jihadista proveniente dal Sahel. Gruppi come Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM, legato ad al-Qaeda) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) hanno intensificato le loro operazioni, sfruttando la debolezza delle istituzioni, le tensioni etniche e i vuoti di sicurezza lasciati dal ritiro delle forze internazionali. Negli ultimi anni, il Sahel ha rappresentato una quota significativa delle morti legate al terrorismo a livello globale, con il JNIM responsabile della maggior parte degli attacchi nelle aree centrali. La violenza si è estesa verso sud, in direzione degli Stati costieri dell’Africa occidentale, e verso nord, fino ai confini meridionali dell’Algeria, lungo le rotte di contrabbando trans-sahariane.
Le autorità algerine, consapevoli delle esperienze violente del Paese negli anni ’90, considerano questa instabilità una minaccia diretta alla sicurezza e mantengono rigidi controlli alle frontiere. In questo contesto, gli appelli al dialogo e alla stabilità assumono un’urgenza ancora maggiore, poiché un’attività militante incontrollata potrebbe destabilizzare ulteriormente il corridoio tra il Sahara e il Mediterraneo.
Trump attacca Papa Leone XIV
L’attenzione del Papa sul Sudan arriva in un contesto di tensioni anche con leader mondiali. Il presidente Donald Trump ha criticato duramente Papa Leone XIV domenica, definendolo “debole sulla criminalità” e “terribile” in politica estera dopo che il pontefice aveva condannato le minacce di uso della forza militare e descritto come inaccettabile una diplomazia basata sul potere. Trump ha dichiarato di “non essere un fan” del Papa e ha suggerito che smetta di “strizzare l’occhio alla sinistra radicale”. Queste dichiarazioni evidenziano le sfide più ampie che gli appelli morali alla pace incontrano in un mondo polarizzato.
Avviando il suo viaggio africano in Algeria e menzionando esplicitamente il Sudan, Papa Leone XIV segue un approccio volto a portare alla luce aree che ricevono scarsa copertura mediatica in mezzo a crisi globali concorrenti, mentre ampie parti del Nord Africa e del Sahel continuano ad affrontare profonde difficoltà – sfollamenti, fame, atrocità e minacce alla sicurezza. La visita papale sottolinea l’importanza di non permettere che queste situazioni scivolino completamente fuori dal campo visivo.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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