Secondo il report 2026 sullo Stato di diritto Liberties, il governo Meloni ha sistematicamente eroso diritti civili, libertà di stampa e indipendenza della magistratura, e per questo l’Italia rischia procedure di infrazione europee su più fronti.

La rete “Civil Liberties Union for Europe” for riunisce oltre 40 organizzazioni non governative di 22 nazioni, ha dipinto un’Italia sull’orlo del declino democratico, classificandola addirittura fra gli Stati “demolitori dello Stato di diritto”, al pari dell’Ungheria di Orbán.

“Questo governo sta lentamente minando lo Stato di diritto e lo spazio civico”, così si legge in apertura del capitolo dedicato all’Italia, con riferimento alle azioni intraprese dal governo Meloni nel 2025: dai decreti sicurezza al caso Almasri, dall’esternalizzazione della gestione delle persone migranti all’aumento del sovraffollamento delle carceri, passando dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio alla repressione delle manifestazioni.

Il quadro che emerge dal rapporto è uniforme nella sua negatività.

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Situazione nelle carceri 

Uno dei capitoli più dolorosi riguarda il sistema carcerario.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia citati nel rapporto, a fine novembre 2025 nelle carceri italiane si trovavano 63.868 detenuti a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti, con un tasso di sovraffollamento reale del 138,5%. Settantadue istituti superavano il 150% di capienza, con punte che raggiungevano il 200%.

Il tanto annunciato Decreto Carceri, convertito nella Legge 112/2024, non ha mantenuto le promesse. Le misure di liberazione anticipata sono state implementate solo nell’ottobre 2025, con meccanismi procedurali così macchinosi da risultare di fatto inapplicabili. Il rapporto rileva, inoltre, che non esiste alcun sistema informatizzato di comunicazione tra carceri e tribunali di sorveglianza, rendendo di fatto impossibile garantire certezza sui termini delle scarcerazioni.

A questi dati si aggiunge la condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel marzo 2025, ancora una volta per violazione dell’articolo 3 della Convenzione che proibisce i trattamenti inumani e degradanti in materia di condizioni detentive.

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Sul fronte della giustizia minorile, la situazione è addirittura peggiorata.

Dall’ottobre 2022 a dicembre 2025, il numero di minorenni negli istituti penali minorili è aumentato del 44%, passando da 392 a 568, di cui la metà sono minori stranieri non accompagnati.

Il Decreto Caivano, in vigore dal settembre 2023, ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare per i minori, riducendo l’uso delle misure alternative, in aperto contrasto con la funzione rieducativa che la Costituzione assegna alla pena.

La libertà di stampa sotto attacco

Il capitolo sulla libertà di stampa è forse quello che ha suscitato maggiore attenzione internazionale. Il rapporto ricorda l’uso di spyware contro giornalisti italiani, in particolare il software Graphite della società israeliana Paragon, che nel gennaio 2025 aveva preso di mira 90 utenti WhatsApp in 13 Paesi europei, e aveva visto fra i bersagli, il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e il giornalista Ciro Pellegrino.

La commissione parlamentare di intelligence (Copasir) aveva pubblicato una relazione nel giugno 2025 escludendo il coinvolgimento di attori italiani, ma il governo non ha adottato misure concrete per tutelare i giornalisti colpiti. Il dossier segnala anche l’attentato esplosivo contro l’auto del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre 2025, definito la “punta dell’iceberg” dello stato della libertà di stampa nel Paese.

Sul fronte del servizio pubblico, la RAI rimane ostaggio dell’ingerenza politica.

La riforma del suo modello di finanziamento non ha prodotto risultati tangibili, e la Legge di Bilancio 2026 prevede addirittura un taglio di 10 milioni di euro al canone. Il rapporto avverte, inoltre, che l’Italia rischia una procedura di infrazione europea per mancata conformità all’articolo 5 del Regolamento europeo sulla libertà dei media (EMFA).

Anticorruzione: molte promesse, pochi fatti

In queste settimane la questione della corruzione dei politici è tornata al centro del dibattito con le dimissioni della ex Ministra del Turismo, Daniela Santanché, accusata di bancarotta e falso in bilancio, e del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove per presunti contatti con il clan mafioso Senese.

Il report non conteggia, ovviamente, questi ultimi sviluppi ma segnala che già nel 2024 l’Italia aveva perso dieci posizioni nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International, fermandosi a quota 54 su 100. Possiamo immaginare quante posizioni perderemo nei report del prossimo anno.

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La ragione principale di questa caduta a picco riguarda la riforma sui conflitti di interesse che è ferma in Senato senza che sia stata fissata alcuna audizione, mentre la regolamentazione del lobbying, richiesta dalla Commissione europea dal 2022, è ancora incompiuta, e gli emendamenti approvati a novembre 2025 ne hanno ulteriormente indebolito la portata, esentando sindacati e organizzazioni datoriali dall’obbligo di iscrizione al registro.

A fine dicembre 2025, il Senato ha approvato la riforma della Corte dei Conti, che restringe la definizione di “colpa grave” per i funzionari pubblici e introduce un meccanismo di silenzio-assenso per i controlli preventivi sui contratti. I magistrati contabili hanno definito la riforma “una pagina buia per i cittadini”.

La magistratura nel mirino

Il rapporto dedica ampio spazio al deterioramento del rapporto tra governo e magistratura, definito senza mezzi termini un “braccio di ferro” che ha accompagnato l’intero anno 2025. Il governo ha lanciato attacchi pubblici ripetuti ai giudici che si pronunciavano sulle questioni migratorie, mettendo in discussione l’autorità e l’indipendenza della magistratura.

Il momento di massima tensione ha riguardato proprio la questione del referendum costituzionale sulla riforma del Consiglio Superiore della magistratura e sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, che ha visto esponenti del governo lanciare attacchi pubblici ai magistrati – che erano contro la riforma – definendoli “amici dei clandestini”, “plotoni di esecuzione”, “giudici che rimettono in libertà stupratori, spacciatori e pedofili”.

Un tentativo che non ha sortito gli effetti sperati, con oltre il 54% di voti contrari alla riforma.

Il rischio di una procedura ex articolo 7

Secondo il rapporto l’Italia potrebbe non essere così lontana dall’apertura della procedura all’articolo 7 del Trattato sull’Ue, che prevede l’intervento in caso di violazioni dello Stato di diritto in uno Stato membro. La procedura era stata avviata con l’Ungheria nel 2018.

Tuttavia, il principale limite riguarda l’unanimità, necessaria per sanzionare lo Stato – l’Ungheria, grazie al supporto della Polonia non è mai andata incontro alle sanzioni complete previste dall’articolo. In ogni caso, se l’Italia entrasse nel mirino della procedura, rappresenterebbe un messaggio politico molto forte e preoccupante.

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