La crisi dell’ordine internazionale, il ruolo dell’Europa nel nuovo scenario geopolitico, la necessità di accelerare sulla difesa comune e le scelte dell’Italia sull’Ucraina. Sono alcuni dei temi affrontati da Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Difesa della Camera e presidente del Gruppo interparlamentare Italia-Francia, nell’intervista a Focus Europe. Per Fassino il mondo è entrato in una fase di “anarchia internazionale” che impone all’Unione europea un salto di qualità, per riuscire ad agire “con una sola mano e una sola voce”.

Nel colloquio, l’esponente del Partito democratico critica la politica europea del governo Meloni e la posizione italiana nella Coalizione dei Volenterosi, affrontando poi il sostegno all’Ucraina e il nodo della costruzione di una capacità europea di sicurezza e difesa. Su quest’ultimo fronte, Fassino interviene anche sull’utilizzo dei fondi SAFE e sulle divisioni che attraversano tanto la maggioranza quanto le opposizioni.

Di seguito l’intervista integrale

Di fronte al crollo dell’ordine mondiale stanno emergendo dei mostri, come diceva Gramsci?

Siamo in una condizione di anarchia internazionale. Abbiamo avuto dopo la seconda guerra mondiale un periodo lungo quasi 40 anni in cui l’ordine mondiale era garantito da una relazione di competizione, di confronto, di scontro a seconda delle fasi, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, le due superpotenze nucleari a capo di due campi contrapposti. Dopo la caduta del muro di Berlino è subentrata una fase diversa in cui la governance mondiale è stata organizzata essenzialmente intorno alle istituzioni internazionali, l’ONU e tutte le altre agenzie internazionali. Con la prima presidenza Trump e soprattutto con la seconda questo ordine si è venuto dissolvendo, in primo luogo perché gli Stati Uniti dissestano l’ordine internazionale mettendo in mora le Nazioni Unite e le Agenzie Internazionali: dagli accordi di Parigi sul clima, al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, dal Tribunale Penale Internazionale, all’Organizzazione Mondiale della Sanità e così via. E se dissesti i luoghi dove puoi costruire una concertazione, ogni paese si sente libero di muoversi secondo dinamiche proprie. Questo è stato poi aggravato dall’esplodere di due conflitti, in Medio Oriente e Ucraina, che ancor di più hanno reso evidente la difficoltà a governare il mondo, che così oggi è in una condizione di anarchia internazionale.

Cosa si dovrebbe fare per superare tale situazione?

Non è semplice. Non c’è altra strada se non ripensare un ordine multilaterale che probabilmente non può essere semplicemente la riedizione del multilateralismo di prima. Senza costruire un sistema di regole internazionali che tutti riconoscono diventa difficile governare il mondo.

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L’Unione europea in questo quadro sembra stretta tra gli imperialismi estrattivi di Russia, Cina e Stati Uniti, ciascuno dei quali usa mezzi diversi. Cosa dovrebbe fare per cercare di garantire la propria indipendenza e autonomia strategica?

L’Unione europea è l’istituzione nel mondo in cui è più avanzato il livello di integrazione tra i Paesi che la compongono. Ma al tempo stesso è un soggetto istituzionale frutto di un’integrazione tra Stati nazionali. Quindi coesiste continuamente questo doppio livello, la dimensione nazionale dei paesi e quella sovranazionale dell’Unione. Questo processo di integrazione ha realizzato successi straordinari: l’euro, il mercato unico, Schengen e altri che hanno contribuito a garantire agli europei livelli di prosperità rilevanti. L’Italia non avrebbe avuto il boom economico senza essere parte del mercato comune europeo, tanto per fare un esempio che ci riguarda.

Il problema è che questo livello di integrazione raggiunto non appare oggi sufficiente a far sì che l’Europa riesca ad agire con una sola mano e una sola voce. Serve un salto di qualità nel processo di integrazione. Il Rapporto Draghi delinea una strategia. Draghi poi ha usato anche un un’espressione che naturalmente fa saltare sulla sedia i sovranisti. Ha detto che bisogna che l’Unione Europea agisca come se fosse uno Stato. Cioè che agisca come un soggetto unitario, con una sola mano e una sola voce, sulle principali politiche e dossier, cosa che oggi non c’è. Quindi il vero salto di qualità è questo.

Naturalmente è difficile a realizzarsi oggi che su 27 paesi dell’Unione Europea 13 sono governati direttamente o indirettamente da forze sovraniste che naturalmente tutto hanno in testa meno che l’agenda Draghi e una prospettiva federale europea. Nell’intervista autocelebrativa che la Meloni ha fatto al New York Times, a un certo punto gli è scappata, perché corrisponde ai suoi convincimenti, che “L’Italia non può essere al carro di Germania e Francia”. Parole significative, di chi non crede nel processo di integrazione e demonizza il rapporto con i due partner principali di questo processo. D’altra parte, Meloni non crede nell’Europa, non ci ha mai creduto. Ricordo gli interventi che faceva quando era all’opposizione contro l’euro, ad esempio. Naturalmente, diventata Presidente del Consiglio di uno dei paesi fondatori deve far buon a cattivo gioco. Ma ogni qualvolta si misura con l’Europa cerca di destrutturarla. C’è una difficoltà, bisogna sospendere il patto di stabilità. C’è una crisi energetica, bisogna fermare il Green Deal. Bisogna cambiare la politica dell’immigrazione, sospendiamo Schengen. Ogni volta la sua è una linea destrutturante perché nell’Europa non crede. Non a caso lei ha usato talvolta un’espressione – che poi adesso non usa perché sa che in Europa poi la guardano con grande sospetto – che ci vuole la Confederazione europea. Confederazione europea sembra un’assonanza con Federazione Europea, ma è una cosa radicalmente diversa. Come sappiamo, la Confederazione europea significa Stati nazionali che mantengono nelle proprie mani tutte le titolarità e che di volta in volta decidono se coordinarsi in un flebile coordinamento, ma senza politiche comuni. Questa è la Confederazione europea. Giorgia Meloni in testa ha questo. Che non è ciò di cui l’Europa ha bisogno per essere un soggetto che non sia vaso di coccio in mezzo ai vasi di bronzo che sono Stati Uniti, Cina, Russia, e i grandi paesi emergenti come Brasile e India. L’Unione deve essere in grado di agire con una mano e una voce sola, per avere un ruolo ed essere ascoltata.

In questo momento i governi nazionali sono deboli e/o non ne vogliono sapere. Il futuro dell’Europa, quindi, si deciderà di fatto tra la fine del 2026 e il 2027, con le elezioni in molti Paesi, tra cui Francia, Italia, Spagna e Polonia: circa due terzi degli europei andranno a votare. C’è dunque una grande posta in gioco europea in elezioni apparentemente nazionali. Secondo lei, vi è consapevolezza di questo? E l’offerta politica si sta strutturando intorno alle diverse posizioni di politica internazionale ed europea?

La consapevolezza c’è. Ma da lì a fare scelte conseguenti, il passo non è breve. Perché bisogna fare i conti con le dinamiche politiche nazionali, gli umori delle proprie opinioni pubbliche, la presenza di forze politiche sovraniste e antieuropee, la difficoltà a realizzare politiche effettivamente facciano percepire ai cittadini l’interesse comune.

Guardiamo il tema, assolutamente cruciale, della difesa europea. Per 80 anni l’Europa ha potuto non occuparsi di questo perché aveva delegato questa materia alla NATO. La NATO era l’istituzione a cui avevamo delegato la sicurezza e la difesa europea. Gli americani – lo fece già Obama in modo elegante e gentile, e oggi Trump in modo brutale – dicono che non sono più in grado di sostenere la nostra sicurezza spendendo l’80% di quel che costa la NATO. L’Europa è di fronte all’esigenza di assumersi la responsabilità della propria difesa, tanto più in uno scenario caratterizzato da insidie belliche che prima non c’erano, dall’Ucraina, al Medio e Vicino Oriente, la situazione è drammaticamente instabile e conflittuale.

Quindi è assolutamente una necessità che l’UE abbia un sistema di sicurezza proprio. Non per fare la guerra a nessuno, ma per difendersi qualora venga insidiata, che è quello che è accaduto all’Ucraina. L’Europa nasce come un progetto di pace e non è che se si dà un sistema di sicurezza poi dichiara guerra a qualcuno. Anche perché l’UE è costituita da 27 Paesi, e mai 27 Paesi si metteranno d’accordo per dichiarare guerra a qualcuno.

Però vediamo quanto è difficile, anche se a parole tutti dicono sì. L’altro giorno c’è stata la riunione a Parigi della coalizione dei volenterosi, cui non hanno partecipato tutti i 27, ma una maggioranza dei 27, più la Gran Bretagna, il Canada. Ma le decisioni assunte non sono state condivise neanche da tutti quelli che partecipavano, a partire dall’Italia, che è andata di malavoglia. Fin dall’inizio Meloni ha guardato con sospetto e diffidenza la coalizione dei volenterosi, perché partita da una proposta francese. Ha un’idiosincrasia per tutto ciò che arriva dalla Francia. C’è un rapporto di non sopportazione, di Macron sul piano personale e della Francia sul piano politico. La spiegazione affonda le radici nella storia. Meloni viene da una storia di chi non ha mai accettato che la Francia abbia vinto la guerra e l’Italia l’abbia persa. Sotto l’atteggiamento pregiudiziale nei confronti della Francia della destra italiana c’è questo nodo non risolto.

Alla coalizione dei volenterosi l’Italia è andata di malavoglia, solo per non farsi tagliare fuori, e tirando il freno a mano: sosteniamo l’Ucraina, ma mandiamo degli apparati elettrogeni, aiuti umanitari, ecc., ma per ciò che riguarda armamenti e soprattutto dislocazione di uomini, assolutamente l’Italia non ne vuole sentir parlare. Peraltro con un equivoco consapevole, perché nessuno ha mai parlato di schierare uomini europei in Ucraina finché c’è la guerra, ma eventualmente di schierare una forza di stabilizzazione di pace costituita da uomini di paesi europei, dopo che ci sia un accordo di pace, per garantire che tale accordo venga rispettato. Ma questa semplice verità non viene detta ai cittadini. Tajani è andato in una trasmissione televisiva a dire “Mai soldati in Ucraina”. Così fa credere che il tema sia mandare i soldati a fare la guerra. Non è così. Ma viviamo un tempo in cui conta la narrazione più che i fatti. E la narrazione in Italia sulla guerra in Ucraina e sulla difesa europea è falsa o volutamente ambigua e imprecisa.

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Lei ha criticato il fatto che l’Italia abbia chiesto solo una parte dei fondi disponibili del SAFE. Però in parlamento c’è stata addirittura una mozione delle opposizioni che chiedeva proprio di non utilizzarlo. Quindi su questo tema della difesa europea forse abbiamo un livello di ambiguità sia tra le forze di governo, ma anche nelle opposizioni?

L’Italia attingerebbe 8 miliardi su una dotazione di 15 del fondo SAFE, che l’UE ha istituito per programmi finalizzati alla costruzione di un sistema di sicurezza europeo. Per attingere a quei soldi bisogna mettere in campo programmi di più paesi finalizzati a costruire insieme un sistema che superi la polverizzazione dei sistemi nazionali. Anche questo non lo si spiega. A me pare poco comprensibile che si attingano 8 e non 15, a tassi di interesse particolarmente favorevoli, più bassi di quelli cui l’Italia si esporrebbe attingendo altrove. Tanto che la Polonia si è già detta pronta a usare i soldi che non vengono usati dagli altri. Comunque, meglio tardi che mai: è un primo passo nella giusta direzione.

So benissimo che in Parlamento una parte della destra e una parte del campo largo sono contrari. È un errore. L’espressione di un’ambiguità che c’è da tempo sulla vicenda russo-ucraina e non soltanto sui fondi SAFE. Credo che il PD debba battersi per tenere ferma la sua linea di sostegno all’Ucraina, e che nel momento in cui il governo attinge ai fondi SAFE, seppure parzialmente, perché vengano utilizzati bene e con coerenza per programmi di investimento con altri Paesi, finalizzati alla costruzione di un sistema di difesa europeo.

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