Il Partito Popolare Europeo (PPE) ha costretto la commissione Affari esteri (AFET) del Parlamento europeo (AFET) a convocare una sessione straordinaria per esaminare l’operato della commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, a seguito di nuove e clamorose accuse di collaborazione con i servizi segreti jugoslavi dell’era comunista.
L’udienza, prevista già per la prossima settimana, si concentrerà sulle accuse secondo cui la commissaria slovena avrebbe mentito durante le audizioni di conferma del 2024 davanti agli eurodeputati e si troverebbe ora in un evidente conflitto di interessi nella gestione dei dossier sull’allargamento dei Balcani occidentali.
L’eurodeputata Romana Tomc, vicepresidente del gruppo PPE e connazionale slovena, ha espresso senza mezzi termini il messaggio del gruppo parlando con EUalive: “Vogliamo che Marta Kos spieghi perché ha mentito davanti ai membri del Parlamento europeo durante l’audizione di conferma del 2024. Esiste il fondato sospetto che, a causa del suo passato, la commissaria si trovi in una situazione di conflitto di interessi. Deve rispondere a una serie di domande per tutelare la propria integrità e quella della Commissione europea”.
La decisione arriva pochi giorni dopo la pubblicazione da parte dei media di nuove prove, tratte da un libro recentemente uscito, che descrivono in dettaglio i presunti legami di Kos con la polizia segreta jugoslava (UDBA). Le accuse, riemerse dopo la sua nomina, suggeriscono che abbia lavorato sotto la diretta supervisione dell’apparato centrale di Belgrado durante gli ultimi anni della Jugoslavia.
Secondo fonti del PPE, il gruppo non tollererà ulteriori ritardi, considerando che non si tratta più di una questione interna slovena, bensì di una questione di credibilità europea.
L’ufficio di Kos si è finora rifiutato di commentare la prossima udienza, ripetendo solo che “tutte le domande pertinenti hanno ricevuto risposta durante il processo di conferma”. La Commissione stessa è rimasta in silenzio, alimentando le critiche secondo cui la presidente Ursula von der Leyen starebbe ancora una volta proteggendo uno dei suoi collaboratori politici.
Gli eurodeputati di tutto lo spettro politico ammettono ora in privato che la nomina è stata affrettata e non è stata effettuata un’adeguata verifica del curriculum di Kos precedente al 1991.
Tuttavia, il problema più profondo va oltre la figura di un singolo commissario. Affidare l’incarico per l’allargamento a un politico di alto livello proveniente dall’ex Jugoslavia è sempre stata una scommessa ad alto rischio. Se le accuse contenute nel libro sono accurate, Kos non aveva semplici contatti marginali con i servizi segreti, ma operava sotto la supervisione del centro di Belgrado, il vero e proprio centro nevralgico dell’apparato di sicurezza di Tito e, successivamente, di Milošević.
In teoria, ciò significa che il presidente serbo Aleksandar Vučić – a sua volta ex ministro della propaganda durante l’era Milošević e profondo conoscitore di quelle reti – non solo era a conoscenza del suo passato, ma ora poteva usarlo come sottile leva a Bruxelles. Ogni volta che la Serbia temporeggia sulle riforme, ogni volta che gioca la carta del Kosovo o ogni volta che chiede ulteriori fondi, l’ombra di quella storia condivisa potrebbe far pendere la bilancia.
Una commissaria incaricata di far rispettare i rigidi standard dell’UE potrebbe invece trovarsi a negoziare da una posizione di debolezza nascosta. Quella che era iniziata come una questione di integrità di una donna si è trasformata in una prova per verificare se l’Unione Europea comprenda ancora la regola fondamentale dell’allargamento: non consegnare mai le chiavi del club a chi potrebbe ancora dover rispondere ai fantasmi del vecchio regime.


