Dalla responsabilità degli Stati membri alle procedure accelerate per l’asilo, fino ai centri per migranti in Albania: il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo riapre il confronto tra controllo delle frontiere e tutela dei diritti fondamentali. Per l’eurodeputato Alessandro Zan (S&D), il rischio è che l’Unione privilegi la deterrenza senza affrontare le contraddizioni strutturali del sistema.

Una solidarietà che può essere sostituita da un contributo economico, procedure di frontiera accelerate sulla base di percentuali statistiche e centri di trattenimento fuori dai confini dell’Unione europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo promette una gestione più efficace dei flussi migratori, ma lascia aperta una questione fondamentale: fino a che punto l’esigenza di controllare le frontiere può conciliarsi con il diritto alla protezione internazionale e con le garanzie riconosciute a ogni individuo? È attorno a questa contraddizione che si sviluppa il confronto con Alessandro Zan, eurodeputato del Partito Democratico e vicepresidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo. L’occasione è un incontro online organizzato nell’ambito del ciclo di dialoghi con gli eurodeputati del progetto Jean Monnet EUAMI dell’Università di Padova, moderato da Sara Bertolli, giornalista di Focus Europe, e introdotto da Anna Dal Ben, sociologa e assistente sociale dell’ateneo padovano.

Uno degli obiettivi dichiarati del Patto, attuato a partire dal 12 giugno, è riequilibrare le responsabilità tra gli Stati membri, correggendo le asimmetrie che per anni hanno caratterizzato il sistema europeo di asilo, eppure, secondo Zan, il nuovo impianto normativo non interviene sul principale nodo politico della gestione migratoria europea. “Il Patto non supera affatto Dublino, perché resta il criterio del primo paese d’ingresso”, sottolinea l’eurodeputato. Un principio che continua a incidere soprattutto sugli Stati affacciati sul Mediterraneo, come Italia, Spagna, Grecia e Cipro, chiamati a gestire una parte significativa delle procedure legate agli arrivi. Il nuovo meccanismo europeo introduce una solidarietà obbligatoria nel principio, ma flessibile nelle modalità: gli Stati possono contribuire attraverso ricollocamenti, sostegno finanziario o altre misure operative. Una soluzione che, nelle intenzioni delle istituzioni europee, dovrebbe permettere di distribuire più equamente gli oneri della gestione migratoria, ma che per Zan rischia di trasformare la condivisione delle responsabilità in una scelta economica.

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“La solidarietà, poi, è facoltativa nella forma”, osserva, definendola una solidarietà “di Pinocchio”. Il problema, secondo l’eurodeputato, è che il sistema non garantisce una redistribuzione effettiva delle persone richiedenti protezione tra tutti i paesi dell’Unione. “Se dei paesi devono pagare per non accogliere, per alleggerire il carico dei migranti che arrivano, significa in qualche modo monetizzare un essere umano. Questo, francamente, va palesemente contro i principi della stessa Unione Europea” ha sostenuto con forza Zan. Se la responsabilità dell’accoglienza continua a dipendere prevalentemente dalla geografia, mentre altri Stati possono contribuire senza assumersi direttamente l’onere dell’accoglienza, il rischio è che il Patto consolidi, anziché risolvere, le divisioni tra paesi di frontiera e paesi dell’Europa continentale.

Il confine europeo si sposta in Albania

La tensione tra controllo migratorio e tutela dei diritti emerge con particolare evidenza nel dibattito sull’esternalizzazione delle frontiere. Il protocollo Italia-Albania, con la realizzazione di strutture destinate alla gestione di persone migranti in territorio albanese, rappresenta uno degli esperimenti più controversi di questa strategia. Per Zan, il modello presenta criticità sia sul piano dell’efficacia sia su quello della compatibilità con il diritto europeo: “i dati dimostrano che i centri di detenzione in Albania, oltre a violare palesemente i diritti umani, sono totalmente inefficaci”, afferma, contestando anche i costi dell’operazione e la prospettiva che il modello possa essere esteso ad altri Stati membri.

Al centro della sua critica non c’è soltanto la sostenibilità economica delle strutture, ma soprattutto la condizione giuridica delle persone trattenute. L’eurodeputato richiama le difficoltà emerse nelle convalide giudiziarie dei trattenimenti e le questioni di compatibilità con le garanzie previste dall’ordinamento europeo. “Molte volte manca poi il traduttore o l’interprete, le persone non possono accedere a documenti nella loro lingua, manca il diritto alla difesa”, denuncia Zan, sostenendo che tali carenze compromettano il rispetto dei diritti fondamentali.

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Si tratta di contestazioni espresse dall’eurodeputato, che si inseriscono in un dibattito giuridico più ampio sulla legittimità e sulle condizioni del trattenimento delle persone migranti nei paesi terzi. La questione, tuttavia, va oltre il caso albanese. Spostare fisicamente le procedure fuori dal territorio dell’Unione non elimina la responsabilità degli Stati di garantire l’accesso alla tutela giurisdizionale, all’assistenza legale e a un esame effettivo delle domande di protezione. È proprio questa distanza tra il luogo in cui vengono gestite le persone e le garanzie che devono essere loro riconosciute a rendere l’esternalizzazione una delle sfide più delicate per il futuro delle politiche migratorie europee.

La soglia del 20% rischia di trasformare una statistica in un giudizio

Un altro punto controverso del Patto riguarda l’accelerazione delle procedure di asilo alle frontiere. Tra i criteri che possono determinare l’applicazione della procedura accelerata figura il tasso medio di riconoscimento della protezione internazionale per le persone provenienti da un determinato Paese, quando questo è pari o inferiore al 20%. La soglia non comporta automaticamente il rigetto della domanda né elimina formalmente il diritto a una valutazione individuale. Determina però l’accesso a un percorso procedurale più rapido e restrittivo, sollevando interrogativi sulla possibilità concreta di esaminare adeguatamente le situazioni personali.

È su questo aspetto che Zan concentra una delle sue critiche più nette: “Il rischio è che quel 20% diventi una soglia statistica, una sorta di presunzione di colpevolezza: se vieni da quel paese e per l’80% non c’è diritto, si presume che tu non abbia diritto, e basta”.

Il punto non è soltanto tecnico. Un tasso medio di riconoscimento descrive l’esito di un insieme di domande, ma non può rappresentare la storia individuale di chi chiede protezione, poiché persone provenienti dallo stesso Paese possono trovarsi in condizioni profondamente diverse, essere esposte a persecuzioni specifiche o aver subito violenze che richiedono tempo e competenze per essere riconosciute. La rapidità amministrativa, quindi, non coincide necessariamente con l’efficacia della tutela.

“Dobbiamo conoscere la storia individuale, avere personale formato che sappia riconoscere le vulnerabilità e le storie, e capire se a fronte di ciascuna storia corrisponde un diritto o meno”, insiste Zan. Secondo l’eurodeputato, procedure più veloci possono essere compatibili con le garanzie fondamentali soltanto attraverso investimenti in personale qualificato, interpreti e assistenza legale, anziché mediante una compressione dei tempi di valutazione.

I diritti dei minori non possono prescindere dalla velocità delle procedure

La questione assume un rilievo ancora maggiore quando riguarda i minori e le persone in condizioni di vulnerabilità. La tutela dell’interesse superiore del minore, riconosciuta dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, impone che le esigenze dei bambini e degli adolescenti siano considerate prioritariamente nelle decisioni che li riguardano. Ma come garantire concretamente questo principio in un sistema che punta ad accelerare l’identificazione e l’esame delle domande?

Anna Dal Ben, nel suo intervento introduttivo, ha richiamato l’attenzione proprio sulla distanza tra l’efficienza delle procedure e i tempi necessari alle persone per comprendere ed esercitare i propri diritti. “Le persone hanno bisogno di tempo per raccontarsi e far emergere i propri bisogni”, spiega, sottolineando come la gradualità sia particolarmente importante per i minori e per chi ha subito violenze durante il percorso migratorio.

Voices from the EUAMI Summer School, students share their stories

A sostegno di questa riflessione, Dal Ben cita una ricerca condotta in Veneto sulle cartelle sociali di circa 300 minori stranieri non accompagnati accolti in tre strutture; dall’analisi è emerso che il 42% si era allontanato dai centri entro la prima settimana. Un dato che non può essere automaticamente ricondotto alle nuove regole europee, ma che evidenzia quanto sia fragile il rapporto tra accoglienza, informazione e accesso effettivo ai diritti.

Il rischio è che un minore, pur essendo formalmente destinatario di specifiche garanzie, non disponga delle condizioni necessarie per comprenderle o esercitarle. L’identificazione tempestiva delle vulnerabilità, la disponibilità di mediatori linguistici e culturali, l’accesso all’assistenza e la capacità degli operatori di costruire una relazione di fiducia diventano così elementi essenziali della protezione. Per i minori non accompagnati, in particolare, il diritto a essere ascoltati e a ricevere un sostegno adeguato non può essere ridotto a un adempimento burocratico, né la provenienza geografica o una percentuale statistica possono sostituire la valutazione della loro situazione personale.

Il richiamo di Dal Ben introduce quindi una dimensione spesso marginale nel dibattito europeo: un diritto non è effettivamente garantito soltanto perché esiste sulla carta, ma quando la persona è messa nelle condizioni di conoscerlo e farlo valere.

Meno arrivi non significa meno morti

A fare da sfondo al confronto è anche il calo degli attraversamenti irregolari delle frontiere europee. Un dato spesso presentato come indicatore del successo delle politiche di contenimento, ma che, secondo Zan, richiede un’interpretazione più articolata. “Il calo è reale, ma non è attribuibile al nuovo Patto”, sostiene l’eurodeputato, evidenziando come la diminuzione degli arrivi sia iniziata prima dell’applicazione delle nuove disposizioni e sia influenzata anche dalla cooperazione con i paesi di partenza e di transito.

La riduzione degli ingressi, inoltre, non esaurisce la valutazione delle politiche migratorie, poiché occorre considerare le condizioni in cui avvengono i respingimenti, le conseguenze degli accordi con paesi nei quali la tutela dei diritti fondamentali è problematica e l’assenza di alternative sicure alle rotte irregolari. “Meno arrivi non significa affatto meno morti”, ricorda Zan, richiamando il costo umano delle traversate e la necessità di non misurare l’efficacia delle politiche esclusivamente attraverso i numeri degli attraversamenti.

In questa prospettiva, una delle principali lacune del Patto resta, secondo l’eurodeputato, la mancanza di un intervento sufficientemente incisivo sui canali regolari di ingresso, capaci di offrire alternative concrete ai percorsi migratori più pericolosi.

Quale Europa oltre la gestione dell’emergenza?

Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo si colloca dunque al centro di una tensione che attraversa l’intero progetto europeo: costruire un sistema comune di gestione delle frontiere senza trasformare la protezione internazionale in una concessione subordinata alle esigenze di controllo.

Le questioni sollevate nel confronto con Zan riguardano aspetti diversi di una stessa scelta politica. Il permanere del criterio del primo ingresso, la flessibilità della solidarietà tra Stati, l’esternalizzazione delle procedure e il ricorso a criteri statistici per accelerare l’esame delle domande mostrano quanto sia complesso conciliare responsabilità condivisa, efficienza amministrativa e tutela individuale.

EUAMI students visit the Council of the EU in Brussels, ahead of their own mock negotiation

Per Zan, la risposta non può essere un ulteriore irrigidimento delle frontiere, ma una cooperazione europea capace di investire risorse e responsabilità nella gestione del fenomeno migratorio. “Senza risorse adeguate, una gestione intelligente della migrazione e nel pieno rispetto dei diritti fondamentali non è possibile”, conclude. È su questo terreno che si misurerà la capacità del Patto di produrre un cambiamento reale. Non soltanto nella rapidità delle procedure o nella riduzione degli arrivi, ma nella possibilità di garantire che, dietro ogni domanda di protezione, continui a essere riconosciuta una persona, con una storia, dei diritti e, quando si tratta di un minore, un bisogno di tutela che non può essere sacrificato alle statistiche.

Il confronto si è svolto il 4 novembre durante l’evento online “Nuovo patto migrazione e asilo, quale futuro per la politica migratoria europea?”, organizzato nell’ambito del progetto Jean Monnet European Values and Migration (EUAMI), cofinanziato dall’Unione Europea e coordinato dall’Università di Padova. All’incontro hanno partecipato Alessandro Zan, eurodeputato del Partito Democratico (S&D), e Anna Dal Ben, ricercatrice dell’Università di Padova. L’evento è stato moderato da Sara Bertolli, giornalista di Focus Europe Italia. 

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