Cinque attiviste italiane sono state fermate ieri dalla polizia israeliana ed interrogate nella stazione di polizia di Kiryat Arba, nella colonia israeliana alla periferia di Hebron. Stavano partecipando a un’azione per proteggere gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive dalle aggressioni dei coloni. Dovrebbero essere rimpatriate oggi.
Secondo quanto riporta ANSA, le autorità israeliane avrebbero comunicato all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e al consolato a Gerusalemme il trasferimento delle cinque attiviste presso l’Autorità israeliana per l’immigrazione previsto per oggi, per poi essere espulse dal Paese. Non appena presa notizia del sequestro, la Farnesina si è immediatamente attivata per chiederne il rilascio, e per mettersi in contatto con le donne, dato che i loro cellulari erano stati sequestrati dalla polizia israeliana.
Le cinque sono accusate di aver violato la legge ed essersi nascoste dietro la raccolta delle olive, essendo entrate senza coordinamento in una zona militare chiusa ed avendo rifiutato gli ordini dell’Idf. Insieme a loro c’erano anche altri 6 attivisti stranieri ed un palestinese. In un nota la polizia israeliana commenta: “alcuni di loro sono coinvolti nella promozione del terrorismo, l’esaltazione di attentatori e in attività di organizzazioni ostili a Israele”.
Mercoledì (21 ottobre) la polizia ha lanciato un’operazione su vasta scala, arrestando 90 attivisti, fra i quali il candidato al Congresso degli Stati Uniti, il democratico Brad Lander, successivamente rilasciato insieme ad altri connazionali. Nella retata sono stati coinvolti anche due italiani: Alberto e Manuel Tartarotti, rispettivamente padre e figlio, entrambi di Bolzano che si erano recati in Cisgiordania per portare aiuti umanitari e supportare nella raccolta dei campi. I due sono stati espulsi dal Paese con il divieto di rientrare in Israele per dieci anni.
Mentre si avvicinano le prossime elezioni in Israele la violenza dei coloni e della polizia verso i palestinesi si intensifica sempre di più, specialmente adesso durante il periodo della raccolta delle olive, una risorsa fondamentale per l’economia palestinese, ormai ridotta al lastrico. Nella totale impunità i coloni aggrediscono le famiglie palestinesi, bruciano e distruggono gli alberi di olive e uccidono il bestiame, talvolta sotto gli occhi delle forze di polizia israeliane.
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Dall’agenzia di stampa ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese, Wafa News Agency. Il 23 ottobre alle ore 10:41 a Ramallah: “Coloni israeliani hanno incendiato decine di ulivi nel villaggio di Burqa, a est di Ramallah, le squadre della protezione civile e gli abitanti del luogo non sono riusciti a raggiungere l’area a causa delle restrizioni imposte dalle forze di occupazione israeliane e della massiccia presenza di coloni”. Ore 11:09, Ramallah: “Coloni israeliani hanno aggredito alcuni palestinesi impegnati nella raccolta delle olive nella cittadina di Sinjil, a nord di Ramallah, spezzando i rami di diversi alberi da frutto”. Ore 13:44, Nablus: “Le forze di occupazione israeliane hanno impedito venerdì agli abitanti del villaggio di Lubban al-Sharqiya, a sud di Nablus, di raccogliere le olive nei terreni situati alla periferia del villaggio”. Ore 15:08, Betlemme: “Le forze di occupazione israeliane hanno impedito ai proprietari terrieri palestinesi e agli attivisti internazionali di solidarietà di raccogliere le olive sui terreni appartenenti alla famiglia al-Qassas, adiacenti alla colonia israeliana di Elazar, a sud di Betlemme”.
Alle quali si aggiungono ulteriori incursioni e attacchi in diverse località della Cisgiordania occupata. Sempre secondo quanto riportato oggi dall’agenzia Wafa, ad Hebron, le forze israeliane hanno demolito un edificio residenziale di tre appartamenti, ciascuno di 200 metri quadrati, isolando l’area e bloccando le principali vie di accesso alla città. A Khirbet Srouj, a ovest di Jenin, hanno intimato a diverse famiglie palestinesi di evacuare entro una settimana abitazioni e strutture destinate all’allevamento, minacciando il loro sostentamento e il rischio di sfollamento. Nel villaggio di Burin, a sud di Nablus, coloni israeliani hanno tentato di incendiare un’abitazione palestinese, mentre le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni contro i residenti. A Dura, nei pressi di Hebron, un palestinese è stato ferito gravemente al torace da colpi d’arma da fuoco sparati dai militari israeliani.
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Intanto, continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Oggi, due palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un attacco aereo nei pressi del quartiere di al-Nasr, nella parte occidentale di Gaza City. Un secondo bombardamento ha colpito l’area vicina al Thai Restaurant, provocando ulteriori feriti. Secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità sanitarie, dal 7 ottobre 2023 il bilancio delle vittime nella Striscia è salito a 74.498 morti e 175.616 feriti.
La fine dello Stato di Palestina
Il piano di Netanyahu è chiaro: dividere la Palestina, o quel che resta, a metà.
Il 19 ottobre scorso è scaduto il termine per presentare le offerte per la costruzione delle prime 1.234 unità abitative su un totale pianificato di 3.401 nell’insediamento E1. Il nuovo progetto coloniale verrebbe realizzato fra la parte nord di Gerusalemme est e l’insediamento di Ma’ale Adumim, creando così una continuità territoriale fra la capitale e la colonia nella sua periferia. Questa è solo una parte del progetto E1. Ma le implicazioni sono decisamente più gravi. Se, infatti, venisse portato a compimento l’insediamento E1, significherebbe la fine della possibilità di uno Stato palestinese, poiché andrebbe a separare la parte settentrionale della Cisgiordania da quella meridionale, isolando così Gerusalemme Est.
La commissione di gara non valuterà le candidature prima delle elezioni del 27 ottobre, che saranno fondamentali nel determinare le sorti dello Stato palestinese.
Con un territorio già profondamente frammentato dall’occupazione israeliana, la Cisgiordania continua a perdere ulteriori porzioni di terra. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana Peace Now, tra il 2024 e il 2025 oltre 2.400 ettari, circa 24 chilometri quadrati di territorio sono stati dichiarati “terre dello Stato” israeliano. Nello stesso periodo, l’espansione coloniale ha portato alla costruzione di 86 nuovi avamposti, di cui 60 fattorie agricole, e all’apertura di 116 chilometri di strade non autorizzate, che contribuiscono a frammentare ulteriormente il territorio palestinese. Una situazione che si aggiunge al controllo israeliano già esercitato sul 60% della Cisgiordania, corrispondente alla cosiddetta Area C. Nella Striscia di Gaza, invece, nell’aprile 2026, il 53% del territorio, circa 193 chilometri quadrati, era sotto controllo militare israeliano, lasciando alla popolazione palestinese il restante 47%.
L’Ue condanna e non agisce
Anche oggi, 23 ottobre, i portavoce della Commissione europea sono tornati a condannare il progetto E1, sottolineando che la sua realizzazione “non avviene dal niente”, ma in un contesto di “crescente instabilità in Cisgiordania e aumento della violenza dei coloni”. Bruxelles ha ribadito che “gli insediamenti in Cisgiordania sono illegali secondo il diritto internazionale” e ha chiesto al governo israeliano di “ritirare i bandi di gara e tutti i progetti di espansione degli insediamenti”.
La Commissione ha inoltre riaffermato il proprio sostegno a una pace duratura basata sulla soluzione dei due Stati, Israele e Palestina. Riferendosi alle recenti violenze, i portavoce hanno ribadito la condanna europea di “tutti gli atti di terrorismo e di violenza contro i civili”, sottolineando, pur riconoscendo le preoccupazioni israeliane in materia di sicurezza, l’importanza di garantire la libertà di movimento all’interno della Cisgiordania.
Resta, tuttavia, in vigore l’accordo di associazione tra l’Unione europea e Israele, nonostante le ripetute denunce di violazioni dei diritti umani da parte delle autorità israeliane. L’articolo 2 dell’accordo stabilisce infatti che il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici costituisce un elemento essenziale delle relazioni tra le parti, prevedendo dunque una base giuridica per l’adozione di misure, fino alla sospensione dell’intesa.
Di fronte allo stallo delle istituzioni europee, e in particolare del Consiglio, a mobilitarsi sono stati i cittadini. L’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) “Justice for Palestine”, lanciata il 13 gennaio 2026 per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele, ha superato in tempi record la soglia del milione di firme, necessaria per sottoporre formalmente la richiesta all’esame della Commissione europea. “Più di un milione di firme ufficialmente validate per la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele”, ha annunciato Manon Aubry, presidente del gruppo The Left al Parlamento europeo, rilanciando la mobilitazione prevista per il prossimo 12 novembre a Bruxelles. “Porteremo questa richiesta davanti alla Commissione europea durante un grande raduno. Giustizia per la Palestina!”, ha dichiarato l’eurodeputata.

