A poco più di una settimana dalle elezioni israeliane (previste per il 27 ottobre) e dopo l’ennesimo rinvio di quelle palestinesi (previste per settembre 2027), i due movimenti di giovani federalisti israeliani e palestinesi hanno organizzato il loro primo summit pubblico in Palestina. Nei pressi di Gerico, lo scorso 16 ottobre si è svolta un’assemblea pubblica dall’alto valore simbolico. Alla presenza di un centinaio di persone tra membri della società civile, giovani attivisti e diplomatici israeliani, palestinesi ed europei, i due gruppi, nati nel settembre 2025 a Ventotene con il supporto dei Giovani Federalisti Europei (JEF Europe), hanno annunciato le proprie linee politiche e presentato la loro organizzazione congiunta.
Le posizioni politiche comuni sono illustrate nella Federalist Charter, un documento che racchiude un anno di lavoro, dibattiti ed elaborazione e sancisce che il destino dei due Stati non potrà essere sostenibile se non verrà concepito fin dall’inizio in un’ottica di integrazione tra gli stessi, come primo passo verso un’integrazione regionale. In un’epoca in cui le due società vivono un’estrema polarizzazione, alimentata da visioni che perseguono interessi nazionali “dal fiume al mare” in entrambi i sensi, i federalisti provano a entrare nel dibattito pubblico con una soluzione alternativa e, se vogliamo, complementare a quelle esistenti. Come si legge nella Carta, un’entità federale rappresenta l’unica modalità per preservare il diritto dei palestinesi a uno Stato e il diritto alla sicurezza di tutti, concependo lo spazio dal Giordano al Mediterraneo come un’area in grado di accogliere tutti, garantendo pari diritti e il rispetto delle specificità culturali e identitarie.
Partendo dalle esperienze personali di alcuni attivisti e consapevoli che la strada da percorrere è ancora lunga, i giovani federalisti hanno invitato i rappresentanti presenti all’evento a compiere uno sforzo collettivo per un’elaborazione comune, immaginando come una federazione potrebbe risolvere problemi concreti che oggi riguardano entrambe le popolazioni. È così che si è iniziato a discutere di come una federazione potrebbe gestire congiuntamente questioni come Gerusalemme quale capitale, la libertà di movimento, la gestione delle risorse e la sicurezza comune.
Al termine del summit, gli attivisti hanno chiesto ai presenti di votare il tema prioritario su cui concentrarsi nel corso del prossimo anno. Tra quelli proposti è emerso quello della libertà di movimento. Non è un caso: si tratta da sempre di una priorità anche per i federalisti europei. Celebre è l’episodio del 6 agosto 1950, quando circa 300 giovani federalisti europei abbatterono simbolicamente le barriere doganali al confine tra Francia e Germania. La scelta appare particolarmente significativa nel contesto di una Cisgiordania sottoposta a politiche sempre più repressive da parte del governo israeliano, che chiude discrezionalmente i checkpoint, restringe le possibilità per i palestinesi di ottenere permessi per entrare in Israele, prosegue la politica degli insediamenti illegali, minando la continuità territoriale palestinese, e tollera le azioni sempre più aggressive dei coloni israeliani in Cisgiordania.
Questa politica, oltre a rendere sempre più difficile la vita dei palestinesi, punta di fatto a limitare i punti di contatto tra le due società, accentuando la polarizzazione e impedendo il dialogo. Anche per questa ragione, l’assemblea del 16 ottobre assume un valore e un’importanza considerevoli, ponendosi in controtendenza rispetto alle politiche portate avanti dalle classi dirigenti di entrambe le parti.
Tuttavia, il federalismo non è soltanto un programma politico, ma anche un modo di fare attivismo fondato su valori comuni. Per questa ragione, il giorno precedente all’assemblea pubblica, i due gruppi si sono riuniti per eleggere il primo Comitato federale congiunto israelo-palestinese. Il nuovo organo, composto da quattro attivisti israeliani e quattro palestinesi, avrà il compito di proporre una linea politica comune e di occuparsi delle decisioni condivise. Si tratta di passaggi fondamentali per praticare il federalismo e la democrazia anche a livello interno, oltre che per strutturare il lavoro futuro.
Sia sul piano organizzativo sia su quello politico, appare evidente il ruolo cruciale svolto dai federalisti europei. L’inclusione di JEF Europe nel partenariato permanente trilaterale, richiesta da entrambi i movimenti, è stata indicata come una garanzia di mediazione interna, oltre che come un fattore di protezione, legittimazione e sostegno per i due gruppi.
Questo partenariato è stato fondamentale anche per JEF Europe, che ha potuto così elaborare una posizione forte e innovativa sul conflitto, costantemente ripresa nelle proprie attività di advocacy rivolte agli attori europei. Superare il paradigma dogmatico e illusorio secondo cui la sola soluzione possibile sarebbe quella dei due Stati è diventato una necessità per l’Unione europea, la cui politica estera è già indebolita dall’elevata frammentazione delle posizioni sul tema e dai doppi standard, che spesso ne compromettono la legittimità e la credibilità.
In un contesto in cui sembrano avere più peso gli attori illiberali o contrari al sistema multilaterale, Bruxelles può ritrovare un ruolo soltanto attraverso idee innovative e coraggiose, sostenendo gli sforzi della società civile. Questo ruolo deve fondarsi su un programma concreto e sulla consapevolezza che, sul terreno, la soluzione dei due Stati appare ormai sempre più difficile da realizzare e che, senza un’intesa reciproca sulle relazioni future, ottant’anni di conflitto non potranno essere risolti semplicemente creando due Stati nazionali chiusi in sé stessi.
È difficile prevedere come andranno le elezioni, sia in Israele sia in Palestina. I futuri governi si troveranno ad affrontare, tra le altre cose, la ricostruzione di Gaza, l’insostenibilità delle condizioni di vita dei palestinesi in Cisgiordania e i traumi di due popoli duramente provati dagli eventi del 7 ottobre 2023 e dai successivi anni di guerra. Entrambe le società, inoltre, hanno perso fiducia in classi politiche che non sono state in grado di fornire le risposte necessarie per affrontare il trauma e rispondere ai bisogni maturati durante tre anni di conflitto aperto.
Per questa ragione, la presenza di due gruppi di giovani attivisti che, con coraggio, cercano di riportare al centro del dibattito il dialogo e la cooperazione non può che essere una buona notizia. È un segnale di speranza che l’Europa dovrebbe contribuire a sostenere e proteggere.

