L’Ungheria si appresta a revocare il proprio veto su due capitoli dei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Unione europea nell’ambito di un accordo articolato in più fasi che scambia una legge ucraina sull’istruzione delle minoranze con la fine di un blocco che Budapest ha utilizzato, in forme diverse, per quasi un decennio.
La disputa è precedente alla guerra su vasta scala. La legge ucraina sull’istruzione del 2017 e quella sulla lingua del 2019 avevano ridotto l’ambito dell’insegnamento nelle lingue delle minoranze e imposto un maggiore uso dell’ucraino nelle classi delle scuole secondarie. Viktor Orbán aveva interpretato il cambiamento come un attacco alla comunità ungherese della Transcarpazia, bloccando i progressi dell’Ucraina verso la NATO e l’Unione europea e trascorrendo anni a dire agli elettori ungheresi che Kyiv era ostile.
La posizione di Kyiv era che le leggi si applicassero a tutte le minoranze, escludessero il russo dalle concessioni richieste da Budapest e rispondessero a un reale calo della conoscenza dell’ucraino in alcune scuole. In seguito, i parametri di riferimento dell’Unione hanno inserito le questioni ancora irrisolte relative alle minoranze nella tabella di marcia per l’adesione dell’Ucraina. Orbán non ha mai chiuso il dossier.
Il governo di Péter Magyar, in carica dalla primavera del 2026 dopo aver sconfitto Fidesz, ha ereditato il veto e poi ampliato la disputa. Durante un vertice dei Carpazi che l’Ungheria aveva inizialmente accettato di ospitare, Magyar ha accusato Kyiv di agire senza il consenso di Budapest e ha fatto saltare un accordo tra Naftogaz e MOL sullo stoccaggio di petrolio che avrebbe garantito entrate all’Ungheria e fornito all’Ucraina maggiore sicurezza negli approvvigionamenti di carburante.
Lo scontro era una risposta alle accuse del partito di Orbán secondo cui il nuovo governo era diventato troppo favorevole all’Ucraina. Kyiv non ha risposto con la stessa durezza. Nel giro di pochi giorni Budapest ha iniziato a cercare un modo per tornare sui propri passi; la svolta è arrivata all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove la ministra degli Esteri ungherese Anita Orbán ha incontrato l’omologo ucraino Andrii Sybiha e le due parti hanno concordato di mantenere riservati i negoziati.
L’accordo si basa su una vecchia promessa, ma introduce un nuovo meccanismo per farla rispettare. L’Ucraina presenta emendamenti alla legge sull’istruzione, già inseriti tra i parametri ufficiali per l’adesione e concordati con le minoranze ungherese, romena e altre. L’Ungheria consente alla presidenza irlandese di chiedere all’Ucraina le proprie posizioni negoziali sui cluster 2 e 3 – rispettivamente su mercato interno e su competitività e crescita inclusiva – cioè il passaggio burocratico che Budapest aveva bloccato con il veto, e permette quindi che i cluster vengano aperti durante il Consiglio del 13 ottobre a Lussemburgo.
Le due parti procedono in parallelo e ciascuna può interrompere il processo se l’altra non mantiene gli impegni. Il Parlamento dovrebbe approvare la legge in un’unica seduta straordinaria il 12 ottobre, con prima lettura e voto finale nella stessa giornata. Il vicepremier ucraino Vsevolod Chentsov ha affermato che l’obiettivo resta quello di aprire tutti i cluster entro la fine dell’anno; secondo i diplomatici coinvolti, prima che possano essere aperti gli ultimi due sarà probabilmente necessario un incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Magyar.
Il testo introduce lo status di “scuola nazionale per le minoranze” quando gli studenti appartenenti a una minoranza linguistica superano il 50%, mantenendo tale status fino a quando la percentuale non scende sotto il 20%, ed esenta gli attuali dirigenti scolastici dall’obbligo di ottenere una nuova certificazione di conoscenza dell’ucraino. I bambini potranno utilizzare la propria lingua durante le pause.
Lo status comprende anche le lingue indigene, tra cui il tataro di Crimea, secondo condizioni più favorevoli. Il russo è escluso. Volodymyr Viatrovych, difensore della legge sulla lingua, ha affermato che i principali rischi sono stati eliminati e che voterà a favore. Mykyta Poturaiev, uno dei coautori, sostiene che i due punti ancora controversi con la parte ungherese siano stati risolti secondo questi termini.
Nulla di tutto ciò ripristina la fiducia. I funzionari ucraini ritengono che l’attuale governo abbia già violato una promessa fatta a giugno di aprire tutti i cluster una volta concordata la tabella di marcia, mentre Magyar continua a competere per il voto di elettori che Orbán ha trascorso sedici anni a convincere che l’Ucraina fosse un avversario.
La struttura dell’accordo presuppone che entrambe le parti possano fare marcia indietro. Se funzionerà, Budapest potrà rivendicare un risultato a favore delle minoranze che Orbán non era mai riuscito a ottenere, mentre Kyiv vedrà aprirsi due cluster in tempo per il vertice del Consiglio europeo del 15 ottobre. Il perdente, se la sequenza degli accordi reggerà, sarà il vecchio veto – e il partito che ha costruito un decennio di politica proprio sul suo mantenimento.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

