L’Islanda si prepara a scegliere il prossimo 29 agosto il futuro dei suoi rapporti con l’Unione europea con un referendum che chiede ai cittadini se il Paese debba riavviare i negoziati di adesione sospesi nel 2013.
Secondo un sondaggio diffuso a pochi giorni dal voto dall’agenzia Maskína, il 51,3 per cento degli islandesi è a favore della ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, mentre il 48,7 per cento è contrario. Come ha evidenziato all’emittente radiofonica Bylgjan l’amministratrice delegata di Maskína, Þóra Ásgeirsdóttir, la differenza rientra nel margine di errore, il che significa che l’esito della consultazione referendaria resta incerto. Rispetto all’ultimo sondaggio del 13 agosto, il divario si è assottigliato: allora il 52,2 per cento era a favore e il 47,8 per cento contrario.
Il governo islandese ha accelerato lo scorso marzo il dibattito pubblico sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, sulla scia dei problemi economici e, soprattutto, delle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dalla guerra in Ucraina e dalle minacce degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.
Il tema di un futuro dell’isola all’interno dell’Unione europea divide da sempre il Paese e il quesito sottoposto agli elettori riguarda unicamente la riapertura dei negoziati con Bruxelles, non l’adesione vera e propria.
L’Islanda aveva presentato domanda di ingresso nell’UE nel 2009, in seguito al collasso del sistema bancario nazionale, aprendo le trattative l’anno successivo e chiudendo 11 dei 33 capitoli negoziali prima della sospensione decisa nel 2013 da un governo di centrodestra. Nel 2015 Reykjavík aveva formalmente comunicato a Bruxelles di non voler più essere considerata Paese candidato.
Da allora, l’Islanda è rimasta strettamente integrata con l’Europa attraverso lo Spazio economico europeo (SEE), l’area Schengen e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA), pur rimanendo al di fuori dell’UE. Il ministro degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir ha affermato che tale allineamento potrebbe consentire di concludere i negoziati in circa 18 mesi. Tuttavia, sebbene l’Islanda sia un membro fondatore della NATO, non possiede un proprio esercito e per decenni si è affidata agli Stati Uniti per la propria protezione.
Nonostante i progressi tecnici, restano nodi politici rilevanti. In particolare, i diritti di pesca — un settore chiave dell’economia islandese — sono sempre stati al centro dei negoziati con Bruxelles. Tuttavia, dopo la Brexit, alcuni analisti ritengono che il tema possa pesare meno rispetto al passato. Il parlamento islandese, l’Althingi, ha approvato la convocazione dell’attuale referendum il 28 maggio, con 34 voti a favore, 8 contrari e 14 astenuti. In caso di vittoria del sì, un secondo referendum sarà comunque necessario per ratificare l’eventuale trattato di adesione.
L’Islanda avrebbe chiesto a Bruxelles di non intervenire nel referendum sull’adesione all’UE
L’Islanda potrebbe entrare nell’UE entro il 2028
Il riaccendersi del dibattito sull’Unione europea in Islanda va di pari passo con un nuovo slancio del processo di allargamento dell’UE. L’ultimo Paese a entrare a far parte dell’Unione è stato la Croazia nel luglio 2013. Secondo diversi analisti e funzionari UE, se i negoziati riprendessero, l’Islanda potrebbe divenire una delle favorite per entrare a far parte dell’Unione, insieme al Montenegro, candidato dal 2010.
Intervenendo nei giorni scorsi in Croazia a una conferenza organizzata dal ministero degli Esteri croato, la commissaria per l’Allargamento Marta Kos ha ricordato che l’Islanda potrebbe essere pronta ad aderire all’UE entro uno o due anni. “Già parte del mercato unico, potrebbe finalizzare i negoziati di adesione entro uno o due anni”, ha dichiarato Kos secondo quanto riporta Euractiv.com.
Sul tema si è espressa anche la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che intervenendo il 26 agosto a Rimini al Meeting per l’Amicizia tra i popoli ha ricordato la scelta “vincente” dell’allargamento sia per i Paesi che sono dentro l’Unione, sia per quelli che devono restare. “Vedremo cosa succederà in Islanda nel weekend, magari se il referendum si fosse tenuto due anni fa il risultato sarebbe stato diverso”, ha osservato Metsola.
Nel corso del 2026 almeno sette figure politiche europee di alto profilo si sono recate in Islanda e la maggior parte si è espressa apertamente a favore della ripresa dei negoziati. Tra queste figurano rappresentanti di Spagna, Austria, Germania e Slovacchia, oltre alla presidente del gruppo liberale al Parlamento europeo, Valérie Hayer. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, in visita a luglio, ha dichiarato ai media islandesi che il Paese non ha “nulla da perdere” da un voto favorevole. Il commissario UE alla Pesca, Costas Kadis, aveva invece suggerito, in occasione di una visita ad aprile, che Bruxelles potrebbe cercare di convincere gli islandesi con concessioni sul dossier della pesca, tradizionalmente il nodo più sensibile del negoziato.
Tuttavia, in questi mesi il governo islandese, guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir, che fa campagna per il sì alla ripresa dei negoziati, ha cercato di evitare ingerenze eccessive nel dibattito referendario. Sia Frostadóttir sia la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir hanno più volte affermato che la decisione spetta esclusivamente agli islandesi.
Intanto, i media islandesi si interrogano sul possibile significato della vittoria del sì e sui passi successivi. La ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir ha dichiarato all’emittente pubblica islandese RÚV che un voto favorevole sarebbe seguito da consultazioni con la Commissione Affari Esteri del Parlamento, da una notifica formale all’UE e dalla creazione di un comitato negoziale, osservando che la ripresa dei colloqui potrebbe richiedere circa un anno e mezzo o due. Un voto contrario significherebbe invece che l’attuale governo non riaprirà i negoziati, mentre il Parlamento discuterebbe se l’Islanda debba ritirare formalmente la sua richiesta di adesione, tuttora valida.

