Nonostante l’obiettivo dichiarato di affrancarsi dall’energia russa, nei primi sei mesi del 2026 l’Unione europea ha aumentato gli acquisti di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dal progetto russo Yamal LNG, situato nell’artico. A rivelarlo è un rapporto pubblicato dall’organizzazione ambientalista e di monitoraggio delle sanzioni Urgewald, secondo cui gli Stati membri hanno importato quasi la totalità delle spedizioni annue partite da Yamal, garantendo a Mosca introiti stimati in circa 5,96 miliardi di euro.

Secondo i dati della società di analisi Kpler, utilizzati da Urgewald, tra gennaio e giugno i porti europei hanno ricevuto 136 delle 140 spedizioni di GNL provenienti da Yamal, per un totale di 9,97 milioni di tonnellate. Si tratta di un incremento del 16% rispetto allo stesso periodo del 2025. Le principali destinazioni sono state Francia, Belgio e Spagna, che ospitano alcuni dei più importanti terminali europei di rigassificazione.

Il gas naturale liquefatto (GNL) è gas metano raffreddato fino a circa -162 °C, temperatura alla quale passa allo stato liquido. Questo processo riduce il suo volume di circa 600 volte, rendendo possibile il trasporto via mare attraverso navi metaniere, contrariamente a quanto accade con il gas trasportato tramite gasdotti. Una volta giunto a destinazione, il combustibile viene riportato allo stato gassoso nei terminali di rigassificazione, impianti che consentono l’immissione del gas nelle reti nazionali di distribuzione.

Uno dei principali poli di esportazione del GNL della Russia è proprio il progetto Yamal LNG, situato nella penisola di Yamal, nell’Artico russo, che contribuisce a oltre il 60% delle esportazioni di gas liquefatto da Mosca.

L’eliminazione del gas russo nell’Unione europea rientra nel piano REPowerEU, presentato dalla Commissione nel maggio 2022 in risposta all’invasione russa in Ucraina. La strategia si fonda su tre pilastri: ridurre i consumi energetici attraverso misure di efficienza, accelerare la diffusione delle energie rinnovabili e diversificare le fonti di approvvigionamento di gas, petrolio e altre materie prime energetiche.

L’obiettivo iniziale era quello di porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi “ben prima del 2030”, facendo leva su nuovi fornitori internazionali, acquisti congiunti di gas e investimenti nelle infrastrutture energetiche europee. L’aumento delle importazioni appare quindi in controtendenza rispetto alla traiettoria delineata da Bruxelles.

Dopo la pubblicazione della roadmap REPowerEU nel 2025, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato nel gennaio 2026 il regolamento che rende giuridicamente vincolante l’eliminazione graduale del gas russo, sia trasportato via gasdotto sia sotto forma di GNL. Il calendario prevede uno stop progressivo ai contratti esistenti e il divieto delle importazioni di GNL russo nell’ambito dei contratti di lungo periodo a partire dal 1° gennaio 2027.

L’obiettivo dell’Unione è quello di eliminare definitivamente la dipendenza energetica da Mosca e conseguentemente mettere in difficoltà il bilancio federale russo, di cui l’esportazione di combustibili fossili è una delle principali fonti di finanziamento, oltre a rafforzare la sicurezza energetica europea.

Nel linguaggio delle politiche europee, questa strategia viene spesso definita phase-out, ovvero un’uscita graduale da una determinata fonte di approvvigionamento. Diversamente da un embargo immediato, il phase-out prevede un periodo di transizione per consentire agli Stati membri e alle imprese energetiche di individuare fornitori alternativi senza compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti.

Nel rapporto, Urgewald sottolinea come, mentre l’Europa aumentava gli acquisti, soltanto quattro spedizioni di Yamal LNG siano state destinate alla Cina durante il primo semestre del 2026.

Il caso evidenzia una delle principali contraddizioni della politica energetica europea. Da un lato Bruxelles accelera verso l’indipendenza energetica dalla Russia e rafforza il proprio regime sanzionatorio; dall’altro, fino all’entrata in vigore del divieto nel 2027, il GNL russo continua a rappresentare una componente significativa del mix energetico di alcuni Stati membri, dimostrando quanto sia complesso conciliare sicurezza energetica, competitività economica e obiettivi politici.

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