La Commissione europea presenta questo mese la sua proposta di revisione dell’Emissions Trading System (ETS), il sistema di scambio di quote di emissione che copre industria, produzione elettrica, trasporto marittimo e aviazione. Alla vigilia della pubblicazione, il think tank InfluenceMap ha diffuso un’analisi sul lobbying delle aziende europee sulla policy, condotta su un database di oltre 1.000 imprese e 300 associazioni di categoria attive nel biennio 2025-2026.

Secondo i dati raccolti, tra le aziende che si sono espresse direttamente con i decisori pubblici sull’ETS, il 45% ha sostenuto un sistema ambizioso, mentre il 44% ha chiesto una versione meno stringente. La competitività, osserva InfluenceMap, è l’argomento usato da entrambi gli schieramenti per giustificare la propria posizione.

Le imprese favorevoli a un ETS ambizioso, che spaziano dalle utility alla grande distribuzione fino ad alcune aziende dell’industria pesante e dell’energia, sostengono che il sistema garantisce competitività e decarbonizzazione, e che la sua stabilità assicura certezza agli investimenti. L’opposizione proviene invece da segmenti dei settori fossile, siderurgico, del cemento e chimico.

Le tre obiezioni contestate dai dati della Commissione

Il caso più recente citato da InfluenceMap è una lettera congiunta promossa da ArcelorMittal, BASF, thyssenkrupp e voestalpine, che a giugno ha presentato l’ETS come una minaccia per l’intera industria europea. Il think tank ha messo a confronto le tre principali obiezioni della lettera con i dati pubblici disponibili.

La prima riguarda le condizioni abilitanti per la decarbonizzazione industriale: le aziende firmatarie sostengono che manchino infrastrutture adeguate per energia, CO2, idrogeno e cattura del carbonio. InfluenceMap ricorda che l’Unione ha già introdotto strumenti dedicati a questo scopo, tra cui la direttiva sulle rinnovabili e il quadro sugli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal (CISAF), e osserva che le stesse ArcelorMittal, BASF e thyssenkrupp si sono opposte per anni a normative ambiziose su energie rinnovabili e idrogeno verde, tecnologie chiave per la transizione dei rispettivi settori.

La seconda obiezione riguarda il prezzo del carbonio, definito troppo alto dalle aziende firmatarie, che chiedono un intervento per fermarne l’aumento. Secondo i dati della Commissione europea citati da InfluenceMap, le quote gratuite hanno coperto l’85% delle emissioni industriali tra il 2021 e il 2025: il prezzo effettivo pagato dall’industria nel 2025, circa 10 euro per tonnellata di CO2, ha rappresentato quindi solo una frazione ridotta del prezzo medio di mercato, pari a 70 euro per tonnellata. Il think tank aggiunge che l’aumento del prezzo del carbonio genera anche maggiori entrate per l’ETS, in parte reinvestite nell’industria attraverso l’Innovation Fund e il Modernisation Fund.

La terza obiezione riguarda le quote gratuite, che secondo le imprese firmatarie sarebbero insufficienti e richiederebbero una “ricalibrazione” delle metodologie di riferimento. InfluenceMap segnala che la maggior parte dei settori coperti dall’ETS, incluso l’acciaio e il cemento, riceve già quote gratuite sostanziali, che secondo dati BloombergNEF abbassano il prezzo effettivo del carbonio per questi settori sotto i 50 euro per tonnellata. Per alcune aziende, tra cui ArcelorMittal e BASF, le quote assegnate risulterebbero superiori alle emissioni effettive, con la possibilità di rivenderle sul mercato del carbonio.

Le posizioni a confronto

Un gruppo di aziende, tra cui RWE, ha firmato a giugno una lettera congiunta in cui si afferma che “un ETS solido garantisce un prezzo prevedibile della CO2” e che gli investimenti in tecnologie sostenibili come elettrificazione, energie rinnovabili, idrogeno e stoccaggio della CO2 “richiedono una prospettiva di lungo periodo e certezza normativa”.

Eurelectric ha invece ricordato a giugno che l’ETS “ha già dato risultati”, con le emissioni dei settori coperti scese di circa il 50% dal 2005, a fronte di una crescita dell’economia europea di quasi il 30%. In un’altra lettera congiunta di marzo si legge che il sistema “ha guidato miliardi di euro di investimenti da parte dei first mover, ha fornito un segnale di mercato per l’innovazione e può rappresentare il segnale di domanda per le tecnologie pulite europee su scala”.

Posizione diversa emerge da Ecocem, che in una lettera di febbraio ha sostenuto che il mantenimento delle quote gratuite “priverà l’industria delle risorse necessarie per la propria trasformazione ed estenderà la sua dipendenza dai combustibili fossili importati”.

Secondo InfluenceMap, le aziende favorevoli al sistema sottolineano che il mantenimento degli elementi chiave dell’ETS, tra cui la prevista riduzione del tetto alle emissioni e la graduale eliminazione delle quote gratuite, resta necessario per garantire la stabilità e la prevedibilità richieste dagli investimenti industriali nella decarbonizzazione.

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