Il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto il 23 giugno 2026 un accordo provvisorio sulla proposta di regolamento per istituire un portale digitale unico per le dichiarazioni di distacco dei lavoratori. La misura, prima del suo genere in ambito lavorativo europeo, consentirà alle imprese di adempiere agli obblighi dichiarativi verso le autorità nazionali attraverso un’unica interfaccia multilingue, anziché navigare i ventisette sistemi nazionali attualmente in vigore. L’intesa è stata annunciata dal Consiglio dell’UE con un comunicato stampa pubblicato nella serata del 23 giugno.
Secondo le stime dell’Autorità europea del lavoro (ELA), ogni anno nell’Unione europea vengono effettuati circa 3,6 milioni di distacchi transnazionali — un numero che è quasi triplicato rispetto a quindici anni fa. Un lavoratore distaccato è un dipendente inviato temporaneamente dal proprio datore di lavoro a prestare servizi in un altro Stato membro. I settori più coinvolti sono l’edilizia, quello manifatturiero e quello della logistica, mentre i principali paesi di destinazione sono Germania e Francia. Ogni azienda che intende distaccare personale all’estero è oggi tenuta a presentare una dichiarazione preventiva alle autorità del paese ospitante: operazione che, in una realtà formata da ventisette sistemi burocratici separati — con moduli, lingue e requisiti informativi diversi — rappresenta uno degli ostacoli più importarti alla libera circolazione dei servizi nel mercato unico.
L’accordo raggiunto cerca proprio di contrastare questa frammentazione. La Commissione europea stima che il sistema unico consentirà una riduzione del 73% dei tempi dedicati alle dichiarazioni e un taglio del 58% dei costi amministrativi per i prestatori di servizi partecipanti — percentuale che salirebbe all’81% qualora tutti e ventisette gli Stati membri vi aderissero.
Dal cantiere del mercato unico alla roadmap One Europe, One Market
L’accordo giunge alla fine di un iter legislativo avviato nel novembre 2024, quando la Commissione europea presentò la proposta di regolamento COM/2024/531. Fin dall’inizio l’iniziativa si collocava nella logica della semplificazione del mercato unico: il portale avrebbe collegato il sistema di dichiarazione all’IMI — il sistema di informazione del mercato interno già usato per la cooperazione amministrativa tra gli Stati — con un costo stimato di tre milioni di euro nei primi cinque anni. In Consiglio, i lavori tecnici si sono svolti nel gruppo Competitività e Crescita nel corso del 2025; la presidenza polacca ha proposto un terzo testo di compromesso nell’aprile 2025, e la posizione generale del Consiglio è stata adottata il 22 maggio 2025. Al Parlamento europeo il fascicolo è stato assegnato congiuntamente alle commissioni per l’Occupazione e gli Affari sociali (EMPL) e per il Mercato interno (IMCO), con i relatori Johan Danielsson (S&D, Svezia) e Andreas Schwab (PPE, Germania); le due commissioni hanno votato il testo l’8 settembre 2025 e i negoziati informali tra le istituzioni si sono conclusi proprio il 23 giugno 2026.
L’accordo ha anche una valenza politica precisa: è il primo risultato concreto della roadmap “One Europe, One Market“, firmata il 24 aprile 2026 da Parlamento europeo, Consiglio e Commissione, che si era fissata come obiettivo l’accordo su questa misura entro giugno 2026. La roadmap — con scadenza per il raggiungimento di tutti i suoi obiettivi entro fine 2027 — ha come perno il completamento di un mercato unico più integrato, anche attraverso la rimozione dei dieci ostacoli normativi più onerosi per imprese e cittadini.
Come funzionerà il nuovo sistema
Il regolamento approvato in via provvisoria prevede che la Commissione crei e gestisca un’interfaccia pubblica multilingue attraverso cui le aziende potranno presentare le dichiarazioni di distacco. La partecipazione degli Stati membri è volontaria: i paesi che decidono di aderire possono scegliere di usare il portale europeo in sostituzione dei propri sistemi nazionali, ma — una volta optato per l’adesione — non potranno imporre ai prestatori di servizi dichiarazioni aggiuntive attraverso altri canali.
Il cuore operativo è il modulo standard: l’accordo affida alla Commissione il compito di adottare un formulario online unificato con un insieme comune di informazioni obbligatorie concordato dai co-legislatori. Gli Stati membri che lo utilizzano non potranno richiedere dati supplementari, anche se potranno decidere di non esigere tutte le informazioni previste dal modulo. Cinque anni dopo l’entrata in vigore del regolamento, la Commissione dovrà condurre una valutazione per verificare se i requisiti informativi restano adeguati.
Sul piano tecnologico, l’accordo provvisorio introduce nell’interfaccia pubblica nuove funzionalità rispetto alla proposta iniziale: i prestatori di servizi potranno caricare direttamente i documenti relativi al distacco — sostituendo le procedure nazionali preesistenti per la loro trasmissione — e il sistema includerà strumenti per la validazione tecnica dei dati, la comunicazione diretta tra autorità competenti e prestatori di servizi, e l’accesso dei lavoratori distaccati a estratti elettronici delle proprie dichiarazioni, nel rispetto delle norme sulla protezione dei dati personali.
Il campo di applicazione segue la direttiva sui lavoratori distaccati (96/71/CE): il portale copre i lavoratori inviati da un’impresa stabilita in un paese dell’UE a operare in un altro Stato membro su base temporanea, nell’ambito di una prestazione di servizi, di un trasferimento infragruppo o di un’agenzia interinale. Gli Stati membri potranno inoltre estendere l’uso del portale alle dichiarazioni presentate da prestatori di servizi di paesi terzi.
“L’Europa rimuove le barriere inutili”: le parole della presidenza
A commentare l’accordo è stato Michael Damianos, ministro cipriota dell’Energia, del Commercio e dell’Industria, che ha presieduto il Consiglio a nome della presidenza di turno. Secondo quanto riportato nel comunicato stampa del Consiglio dell’UE, Damianos ha definito l’accordo “un passo significativo verso un mercato unico più integrato e competitivo” e “uno dei primi fascicoli legislativi provvisoriamente concordati con il Parlamento europeo nell’ambito della roadmap ‘One Europe, One Market'”. Con le nuove norme, ha aggiunto, “l’Europa rimuove barriere inutili, sfrutta le potenzialità degli strumenti digitali e crea un quadro più semplice e trasparente per i servizi transfrontalieri, a vantaggio di imprese, lavoratori e amministrazioni”.
L’accordo provvisorio fotografa una linea di frattura che ha attraversato tutto l’iter legislativo. Da un lato, BusinessEurope, la principale organizzazione datoriale europea, aveva sostenuto con forza la proposta fin dalla sua presentazione nel novembre 2024, chiedendone l’adozione senza ulteriori modifiche e incoraggiando il maggior numero possibile di paesi ad aderire al sistema unico. Il portale, secondo BusinessEurope, non solo abbatterebbe i costi burocratici per le imprese, ma migliorerebbe anche la cooperazione tra Stati membri, contribuendo al contempo alla tutela dei diritti dei lavoratori distaccati.
Ben più critica è stata la risposta della Confederazione europea dei sindacati. In una posizione adottata il 4-5 marzo 2025, l’ETUC — l’European Trade Union Confederation (o Confederazione europea dei sindacati) — ha definito il testo “inaccettabile nella sua forma attuale”, sostenendo che l’intera fase preparatoria si è concentrata sulla riduzione dei costi per le imprese distaccanti piuttosto che sul rafforzamento della tutela dei lavoratori. La questione principale, secondo i sindacati europei, è il rischio che la semplificazione dichiarativa apra spazi al dumping sociale: senza requisiti informativi sufficientemente dettagliati — relativi alla retribuzione applicabile, al contratto collettivo di riferimento, alle catene di subappalto e alla situazione previdenziale del lavoratore — le autorità ispettive e le organizzazioni sindacali dei paesi ospitanti potrebbero perdere strumenti essenziali per verificare che le condizioni di lavoro garantite ai distaccati siano effettivamente quelle previste dalla normativa.
L’ETUC ha anche sollevato obiezioni di metodo: nessuna valutazione d’impatto adeguata sarebbe stata condotta dalla Commissione, le parti sociali non sarebbero state coinvolte tempestivamente nella fase di elaborazione della proposta, e i dati su cui si basano le stime di risparmio — a partire dal costo medio di dichiarazione di 10,78 euro — sarebbero fondati su “dati arbitrari dell’industria”. I sindacati hanno inoltre messo in guardia su un paradosso: la natura volontaria del sistema, pensata come garanzia di flessibilità, potrebbe nel lungo periodo sortire l’effetto opposto. La mancanza di interoperabilità tra il portale europeo e i sistemi dei paesi non aderenti rischia di rendere lo strumento di fatto obbligatorio, senza che questo sia mai stato deciso formalmente.
Ventisette Paesi, una scelta: il rischio del sistema a due velocità
Il punto più delicato dell’accordo è la sua natura volontaria. Il regolamento non impone agli Stati membri di aderire al portale unico: ogni paese può continuare a usare i propri sistemi nazionali di dichiarazione. Questo significa che, almeno nella fase iniziale, le aziende che operano in più paesi si troveranno comunque a gestire un sistema ibrido: un portale europeo per i paesi aderenti e portali nazionali come il SIPSI francese o il Meldloket olandese per gli altri. L’effettiva riduzione degli oneri amministrativi dipenderà pertanto in misura determinante dal numero di Stati che decideranno di optare per il sistema europeo.
C’è poi una questione di contenuto. Il regolamento stabilisce che il modulo standard comune non potrà essere integrato da richieste informative aggiuntive da parte degli Stati aderenti: una scelta coerente con la logica della semplificazione, ma che potrebbe creare tensioni con i sistemi di controllo nazionali più esigenti. Paesi come Germania, Francia o Belgio — tra i principali destinatari di lavoratori distaccati in Europa e tradizionalmente più attenti ai fenomeni di abuso — avranno meno margine per richiedere i dati che i propri ispettorati del lavoro considerano indispensabili per controlli efficaci. È esattamente questo il terreno su cui si concentreranno le pressioni nella fase di attuazione.
Semplificazione o deregolamentazione? La partita vera si gioca sull’attuazione
Perché l’accordo è arrivato ora? La risposta ha due visioni. Sul piano politico, l’intesa è il primo risultato visibile della roadmap “One Europe, One Market” e arriva con la scadenza fissata a giugno 2026 rispettata alla lettera: una dimostrazione di efficienza istituzionale che serve a Commissione, Consiglio e Parlamento per accreditarsi come capaci di produrre risultati concreti. Sul piano economico, la pressione delle imprese per ridurre i costi di gestione delle pratiche transfrontaliere è cresciuta in parallelo all’espansione del fenomeno del distacco: con milioni di operazioni l’anno, anche guadagni marginali di efficienza amministrativa si traducono in risparmi significativi a livello aggregato.
Chi guadagna nell’immediato sono le aziende che distaccano lavoratori con regolarità, in particolare quelle che operano in più paesi europei contemporaneamente: per loro, la prospettiva di un modulo unico e di uno sportello digitale centralizzato è una semplificazione concreta. Chi rischia di perdere qualcosa — non nell’accordo in sé, ma nelle sue possibili conseguenze applicative — sono i lavoratori distaccati nei settori più esposti agli abusi, come l’edilizia, la logistica e la manifattura, qualora la riduzione dei requisiti dichiarativi si traduca in una minore capacità degli ispettorati nazionali di effettuare controlli mirati. La clausola di revisione quinquennale del modulo standard sarà, in questo senso, un momento di verifica cruciale.
Sullo sfondo si staglia una partita più ampia: l’e-declaration si inserisce in un pacchetto di misure sulla mobilità equa che la Commissione europea sta preparando per il 2026, il cosiddetto pacchetto per una mobilità equa (Fair Mobility Package). L’insieme comprende il Passaporto europeo della previdenza sociale — un documento digitale che integra il certificato A1 di previdenza sociale nella nuova identità digitale europea — e un potenziamento dei poteri dell’Autorità europea del lavoro in materia di accesso ai dati e supporto agli Stati nei controlli transfrontalieri. L’e-declaration non è quindi una misura isolata, ma il primo mattone di un’architettura digitale del lavoro transfrontaliero che nei prossimi anni cambierà in modo sostanziale il modo in cui le aziende europee gestiscono la mobilità dei propri dipendenti.
Cosa succede ora
L’accordo provvisorio del 23 giugno dovrà ora essere formalmente approvato da entrambe le istituzioni prima di poter essere definitivamente adottato. Il Consiglio e il Parlamento europeo procederanno alla revisione giuridico-linguistica del testo concordato e alla sua adozione formale, presumibilmente entro la fine del 2026. Una volta in vigore, trattandosi di un regolamento direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, la Commissione avrà il compito di sviluppare il modulo standard unico tramite un atto di esecuzione.
Nei prossimi mesi sarà cruciale monitorare quanti Stati membri decideranno di aderire al portale europeo e in quali tempi, quando l’interfaccia pubblica diventerà operativa — secondo le previsioni precedenti all’accordo già entro la fine del 2026 — e l’eventuale impatto sulla proposta della Commissione di rafforzare i poteri dell’Autorità europea del lavoro nell’ambito del pacchetto per una mobilità equa, atteso per il terzo trimestre 2026. Il vero test sarà vedere se il sistema riuscirà a ridurre davvero gli oneri burocratici senza indebolire la capacità degli Stati di tutelare i lavoratori: un equilibrio che l’accordo ha cercato di trovare sulla carta, ma che solo l’attuazione concreta potrà verificare.
Articolo scritto da Marco Boi

