Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit nessuno vuole più uscire dall’Unione, mentre c’è la fila per entrare. Quello che doveva dare l’avvio alla dissoluzione dell’Unione, si è rivelato un vaccino e la dimostrazione che il nazionalismo non porta da nessuna parte.

Sono passati dieci anni dal referendum sulla Brexit. Un referendum truffaldino sotto vari punti di vista. In primo luogo nell’escludere dall’elettorato i cittadini britanni residenti in altri Paesi dell’UE ed i cittadini europei residenti nel Regno Unito, cioè le persone potenzialmente più colpite dal suo esito. L’opposto della democrazia, che serve a permettere ai cittadini di partecipare alle decisioni che impattano sulla loro vita. In secondo luogo in una campagna elettorale incentrata su menzogne inenarrabili, e con forti interferenze russe, nella speranza che la Brexit potesse aprire la strada alla disgregazione dell’Unione.

La Brexit – come previsto anche dalla Banca centrale britannica – ha portato conseguenze devastanti sul piano economico e politico per il Regno Unito. Sul piano economico i sostenitori della Brexit hanno potuto sostenere che la crisi fosse dovuta alla pandemia, ma poi gli altri Paesi si sono ripresi molto più rapidamente e la verità è venuta a galla. Sul piano politico la proverbiale stabilità degli esecutivi britannici è divenuta un ricordo. Tutti hanno visto che uscire dall’UE è come amputarsi senza ragione una gamba, e senza anestesia. Tanto che oggi i sondaggi mostrano che la maggior parte dei britannici vorrebbe rientrare nell’UE.

E nel resto dell’UE nemmeno i partiti più nazionalisti oggi parlano più di uscita dall’Unione, come facevano dieci anni fa. Non è uscito Orbàn, in 16 anni di governo. Non la Polonia guidata dal PiS. Nè Le Pen e Bardella, nè Salvini e Meloni parlano più di Frexit o Italexit. E lo stesso vale per tutti i partiti nazionalisti in giro per l’Europa.

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Con la pandemia i cittadini hanno capito che l’UE è stata lo strumento per salvare vite – con i vaccini – e rilanciare l’economia, con l’intervento della Banca Centrale Europea e il Next Generation EU, di cui l’Italia è stata il maggior beneficiario.

Chi sta fuori ha preso nota. Oggi i Paesi dei Balcani occidentali – Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del nord, Montenegro, Serbia – Ucraina, Moldavia, Georgia negoziano per entrare. Islanda, Groenlandia e Norvegia stanno pensando di chiedere di aderire. E i negoziati con la Turchia sono formalmente aperti, anche se de facto congelati.

L’Unione Europea continua ad essere una meta ambita e la sua bandiera viene sventolata con orgoglio in tutti quei Paesi. Perché rappresenta i valori fondanti dell’Unione e la promessa di pace, libertà, democrazia e sviluppo. In un mondo dilaniato dalla lotta di potenza tra opposti imperialismi estrattivi, l’UE – nonostante tutti i suoi limiti – rappresenta per molti una terra promessa e un’isola di stabilità. L’UE è effettivamente uno dei maggiori successi politici della storia – come messo in rilievo anche da Benigni nel suo Il sogno. Eppure è un progetto incompleto, rispetto all’obiettivo fissato dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 che diede avvio all’integrazione e per cui il 9 maggio è la Festa dell’Europa: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio mettendo insieme i bacini carbo-siderurgici della Rhur e della Saar per cui Francia e Germania avevano combattuto tre guerre in un secolo doveva garantire la pace ed essere “il primo passo verso la Federazione europea”. Dopo quasi 80 anni è arrivato il momento di compiere i passi mancanti, se vogliamo far fronte alle grandi sfide del XXI secolo.

 

 

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