Il presidente serbo Aleksandar Vučić si è recato ieri a Tbilisi, dove, insieme al primo ministro georgiano Irak’li K’obakhidze, ha avanzato la proposta di creare un nuovo formato di coordinamento tra i Paesi candidati all’Unione europea per discutere una posizione comune nei confronti di Bruxelles.

“Credo sia molto importante discutere tutte le questioni legate al percorso europeo di Serbia e Georgia. Inviterò i Paesi candidati a Belgrado per capire come posizionarci verso Bruxelles, come aiutarci a vicenda e come individuare interessi e priorità comuni”, ha dichiarato Vučić nel corso della conferenza stampa congiunta, presentando l’idea come uno strumento di “consultazione politica” tra aspiranti membri dell’Unione.

Serbia e Georgia figurano oggi tra i dossier più complessi nel quadro dell’allargamento europeo. In entrambi i Paesi si registrano, dalla fine del 2024, continue proteste contro corruzione e violazioni dello Stato di diritto, di cui vengono accusate direttamente le rispettive leadership politiche.

Sul fronte dell’Unione europea, che alcuni manifestanti serbi invocano affinché adotti sanzioni nei confronti del governo, Vučić mantiene una linea comunicativa duplice. A Bruxelles ribadisce l’impegno della Serbia nel percorso di adesione, mentre in patria attacca frequentemente le istituzioni europee attraverso i media, da lui controllati.

Il presidente serbo non sembra realmente interessato alla membership europea del Paese, ma allo stesso tempo pare soffrire la disomogeneità con cui procede il processo di allargamento nei Balcani occidentali. Il Montenegro – ex Repubblica federata – è infatti ormai prossimo all’adesione, mentre Belgrado appare sempre più distante e sempre meno influente nella regione.

Dall’altra parte, K’obakhidze, fa di peggio e si oppone esplicitamente a Bruxelles. In nome di una Georgia indipendente e non più subordinata a alcuna superpotenza, il primo ministro ha implicitamente paragonato l’Unione europea all’Unione Sovietica e ha sospeso il processo di integrazione in risposta alle critiche di Bruxelles sulla legge sugli “agenti stranieri”, di ispirazione russa, e sulle normative restrittive nei confronti della comunità LGBT.

Bruxelles non cede. Continua a sottolineare la necessità di progressi concreti su riforme fondamentali, in particolare sullo Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, la libertà dei media e il miglioramento delle condizioni elettorali. Tanto per la Serbia, quanto per la Georgia, l’Unione europea esprime preoccupazione per l’arretramento democratico e per il deterioramento dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

La proposta di Vučić di creare un coordinamento tra Paesi candidati appare dunque come un tentativo di destabilizzare il percorso di adesione dei vicini balcanici e di Ucraina e Moldova, che solo qualche giorno fa hanno ottenuto l’avvio dei negoziati. L’idea di un confronto tra candidati potrebbe avere l’obiettivo di rafforzare il peso politico di Serbia e Georgia nei confronti di Bruxelles, ma al momento non esiste alcun formato istituzionale ufficiale che raccolga tale proposta, né risposte favorevoli da parte degli altri candidati.

Nel corso dell’incontro, i due leader si sono espressi reciproche lodi e hanno rafforzato le relazioni bilaterali tra Serbia e Georgia. K’obakhidze ha parlato di Vučić come di “un leader eccezionale che si prende cura della sovranità e dell’indipendenza del Paese, lo rafforza e fa del suo meglio per proteggerlo”.

“Nonostante i tentativi di molti di indebolire la Georgia e di limitarne le capacità future, il Paese è riuscito a superare ogni ostacolo e a raggiungere imprese di cui pochi al mondo sono capaci”, ha invece dichiarato Vučić, impostando una narrativa ostile all’Unione europea, dipinta come soggetto esterno interessato a mettere in difficoltà Tbilisi, e valorizzando la linea sovranista del governo K’obakhidze.

Queste affermazioni si inseriscono in una narrativa comune che tende a contrapporre la sovranità nazionale alle condizionalità dell’integrazione europea, in un momento in cui Bruxelles insiste invece sulla natura rigorosamente meritocratica del processo di allargamento. La Commissione europea continua infatti a ribadire che ogni progresso dipende dal rispetto di criteri precisi e di valori definiti all’interno dei Trattati, da cui oggi tanto la Serbia quanto la Georgia sono decisamente lontane.

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