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E così stiamo per entrare nel 2024. Con la spensieratezza di chi viaggia col vento in poppa, tanto da potersi permettere di ratificare un nuovo Patto di Stabilità e Crescita che ci penalizza (ma solo dalla prossima legislatura) e da negare la ratifica del MES, che intendeva semplicemente rafforzare la capacità dell’eurozona di resistere collegialmente in caso di crisi bancarie.
Sia chiaro, la riforma del Patto di Stabilità e Crescita è migliorativa rispetto al testo del vecchio Patto, sospeso nel 2020. Per onestà, occorre dire che ci voleva poco ad essere migliorativo rispetto ad un testo varato nel 1997, per assicurare che nessun Paese potesse mettere a repentaglio con scelte di bilancio nazionali scellerate il progetto di moneta unica che ancora doveva nascere.
Ma l’Europa è cresciuta. O almeno dovrebbe esserlo. Rispetto a quando è stato scritto il Patto abbiamo una moneta unica, un sistema di governance economica (perverso ed inefficiente, ma) che costringe a prendere atto delle straordinarie interdipendenze che caratterizzano le nostre economie, e che dovrebbero essere gestite da autorità sovranazionali, non da autorità nazionali vincolate da regole stringenti e indicatori spesso incomprensibili.
Ci sarebbe bisogno, lo afferma da anni l’ex presidente della BCE Mario Draghi, di una forma statuale d’Europa. Magari anche solo federale e decentrata, ma in grado di imporre le sue scelte sovrane e strategiche collegiali, non frammentate in 27 risibili e spesso incoerenti scelte di governi legati all’ottenimento di un consenso occasionale su base nazionale.
Col nuovo Patto, se qualcuno pensava ancora che avesse un senso, sia per il mezzo miliardo dei propri cittadini sia per gli equilibri mondiali, un’Europa capace di investimenti strategici collettivi in settori chiave dell’industria, dell’agricoltura, dell’innovazione tecnologica e digitale, nella ricerca, nelle reti infrastrutturali, nella sicurezza, etc… beh: si metta l’animo in pace e si prepari a trasferirsi altrove, a meno di non specializzarsi nella gestione dei servizi connessi al turismo culturale, unica risorsa non sostituibile sulla quale l’Europa è destinata a rimanere internazionalmente competitiva.
Perché il nuovo Patto rafforza i poteri discrezionali delle istituzioni europee, un buon segno; ma si appella ancora a regole fiscali vincolanti senza consentire davvero, se non in forma indiretta, di finanziare quei beni pubblici europei sul bilancio europeo che consentirebbero all’Europa di rafforzarsi davvero come attore globale. Se in Europa siamo tutti contenti di questa deriva, abbiamo fatto benissimo a concepire il Patto di Stabilità e Crescita 2.0 così come è uscito dal recente accordo. Che, come al solito, è il risultato di compromessi derivanti da scelte collettive assunte all’unanimità, non di una visione strategica unitaria di cosa serve all’Europa per sostenere il peso di una competizione internazionale con attori economicamente e politicamente (ma anche militarmente) estremamente agguerriti.
E rischia di ampliare i divari, consentendo ancora una volta spazi di manovra fiscale espansivi ai soli Paesi con minor debito pubblico, dimenticando che le interdipendenze economiche sfortunatamente finiscono per penalizzare l’Europa nel suo complesso, così come è avvenuto con l’errata politica dell’austerità dal 2010. Senza prefigurare alcun meccanismo non dico redistributivo (sia mai!) ma di crescita collegiale. Magari per finanziare, indipendentemente dai bilanci nazionali coi loro problemi di debito pubblico accumulati in decenni di storie politiche ed economiche nazionali, una comune politica di sicurezza e difesa e le grandi transizioni che abbiamo di fronte: quella digitale, con il crescente dominio dell’intelligenza artificiale; e quella verde, con la necessità di azioni di mitigazione e prevenzione dei cambiamenti climatici e di finanziamento d’investimenti in rinnovabili.
Sulla vicenda MES, affrontata sulla nostra testata fino alla nausea, vale la pena ricordare solo che la riforma prevedeva di fatto un’unica importante modifica dello statuto: la possibilità di fungere da fondo di garanzia per le risoluzioni bancarie. Ci ritroviamo insomma con una società posseduta dai governi dell’eurozona, il MES, con un capitale smisurato di oltre 700 miliardi di euro, destinata a rimanere inattiva, anche in caso di crisi bancarie. La maggioranza di governo avrà fatto sicuramente i suoi conti per una scelta così inutilmente penalizzante.
Speriamo solo non sia stata dettata dalla necessità di mantenere un legame con una base elettorale alla quale per anni è stato detto che il MES era Satana in persona, semplicemente perché aveva consentito alla Grecia di essere riammessa ai mercati internazionali del credito chiedendo in contropartita misure gravi di austerità (ma che sarebbero state analoghe e forse peggiori se fosse intervenuto il solo Fondo Monetario Internazionale). E che invece sia dettata da una ben più ampia e ponderata strategia di lungo periodo sulla natura del MES, che effettivamente andrebbe ripensato.
Magari nella direzione di diventare un vero e proprio Fondo Monetario Europeo, un safety net finanziario regionale nel quadro di una riforma complessiva del Fondo Monetario Internazionale che evolva verso un sistema multipolare di supervisione macroeconomica e risoluzione delle crisi. O verso uno strumento al servizio della crescita, che richiederebbe tuttavia una revisione del suo attuale statuto.
Non so perché mi viene a mente una vignetta, nella quale Charlie Brown gioca a scacchi con Snoopy. Snoopy pare meditare su una mossa e Charlie Brown si chiede cosa possa avere in mente, considerandolo estremamente intelligente e subdolo. Ma Snoopy, semplicemente, non ricorda se sta giocando con i bianchi o con i neri…

