Per la leadership politica e l’opinione pubblica turca, Israele porta la principale responsabilità per la guerra con l’Iran, scrive Günter Seufert, ex direttore fondatore del Centre for Applied Turkish Studies presso il German Institute for International and Security Affairs.
Non c’è motivo di dubitare della Turchia quando afferma di aver cercato di prevenire a ogni costo una guerra tra Israele e gli Stati Uniti contro l’Iran. Già durante il bombardamento israeliano di dodici giorni dello scorso giugno, Ankara aveva fatto pressione per una cessazione immediata degli attacchi. Ben prima dell’attuale conflitto, il ministro degli Esteri Hakan Fidan aveva tentato di convincere Washington che un’escalation militare avrebbe finito per danneggiare gli aggressori più di quanto li avrebbe avvantaggiati. Eppure, nonostante le difficoltà del momento, la Turchia potrebbe alla fine trarre beneficio da questa guerra.
Per ora, tuttavia, Ankara paga un prezzo elevato. Come il resto del mondo, il Paese – privo di significative risorse di combustibili fossili – è colpito dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, che alimenta ulteriormente un’inflazione già attorno al 30 per cento. Inoltre, il sistema di difesa aerea statunitense dispiegato sotto l’egida della NATO ha già intercettato tre missili iraniani nel sud del Paese, non lontano da Antalya, cuore dell’industria turistica di massa. Un segnale tutt’altro che rassicurante in vista della prossima stagione.
La preoccupazione maggiore riguarda però il futuro incerto dell’Iran. La Turchia non ha mai creduto alla possibilità di un cambio di regime “controllabile” a Teheran, ipotesi coltivata all’inizio del conflitto a Tel Aviv e Washington e sostenuta anche da alcuni ambienti politici a Bruxelles e Berlino. Ankara ha già visto, con Iraq e Siria, cosa significhi il collasso di Stati confinanti, spesso accelerato da interventi occidentali: fallimento delle istituzioni, ascesa di signori della guerra, radicalizzazione religiosa, flussi di rifugiati e conflitti etnici. In un Paese come l’Iran, dove i persiani rappresentano circa il 60 per cento della popolazione, il rischio di frammentazione è evidente: cosa terrebbe insieme curdi, azeri e baluci in caso di crollo del regime?
In questo quadro, Ankara teme in particolare che un indebolimento del governo centrale iraniano apra spazi politici ai curdi. Dalle proteste del 2022, la repressione nel Kurdistan iraniano si è intensificata, e la regione è rimasta uno dei principali epicentri della mobilitazione, insieme al Belucistan. Nel febbraio 2026, sei partiti curdo-iraniani – dal PJAK, vicino al PKK, fino al socialdemocratico Komalah – hanno avviato una cooperazione più stretta e sono arrivati a un passo dall’essere coinvolti dagli Stati Uniti come forze di terra.
Per ora, i flussi migratori dall’Iran restano limitati, ma una guerra civile cambierebbe rapidamente lo scenario. È improbabile che Ankara ripeta la politica delle frontiere aperte adottata all’inizio del conflitto siriano: dei 560 chilometri di confine con l’Iran, 380 sono già stati fortificati con un muro di cemento, affiancato da trincee e torri di osservazione dotate di tecnologie avanzate. Sono stati persino discussi piani per una zona cuscinetto in territorio iraniano. Resta però una domanda delicata: in caso di crisi, la Turchia respingerebbe anche gli azeri turcofoni, che considera parte della stessa nazione, separata solo da vicende storiche?
Nella gestione della guerra, il presidente Recep Tayyip Erdoğan dimostra ancora una volta la sua abilità tattica. Da un lato, ha espresso condoglianze al popolo iraniano per la morte della guida suprema Ali Khamenei, in linea con il sentimento diffuso nell’opinione pubblica turca. Dall’altro, evita con cura qualsiasi critica al presidente statunitense Donald Trump. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi europei, da Ankara non sono arrivate dichiarazioni che denuncino apertamente la violazione del diritto internazionale.
Per la leadership turca e per gran parte dell’opinione pubblica, la responsabilità principale del conflitto ricade su Israele. Sia la stampa filo-governativa sia quella vicina all’opposizione rilanciano con favore le dichiarazioni di Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center statunitense, secondo cui non esisterebbero prove di un’imminente aggressione iraniana contro gli Stati Uniti. Kent ha anche suggerito che Trump sia stato influenzato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, attirandosi accuse di antisemitismo. Analogamente, viene spesso citato il senatore democratico Chris Van Hollen, secondo cui Netanyahu attendeva da decenni un presidente americano disposto a sostenerlo in un attacco all’Iran – ruolo che Trump avrebbe finito per incarnare.
Quanto più Ankara concentra le critiche su Israele e su Netanyahu, tanto meno emerge il tema del rapporto con Washington. Eppure, dietro le quinte, la fiducia negli Stati Uniti si è fortemente erosa. I danni subiti dagli Stati del Golfo hanno mostrato quanto sia fragile la protezione americana.
Da questa esperienza, la Turchia sembra trarre almeno tre conclusioni. Primo: accelerare lo sviluppo di un proprio sistema di difesa missilistico. Secondo: aprire un dibattito interno sulla possibilità di dotarsi di armi nucleari. Terzo: rafforzare alleanze regionali. In questo quadro, Ankara guarda con interesse al patto di difesa reciproca firmato nel settembre 2025 tra Arabia Saudita e Pakistan, potenza nucleare, e intensifica al contempo la cooperazione militare con gli Stati del Golfo.
Alla fine della guerra, l’Iran uscirà indebolito; gli Stati Uniti avranno perso parte della loro egemonia; Israele potrebbe risultare militarmente vincitore, ma isolato e guardato con sospetto nella regione. In questo scenario, a restare in piedi come attore centrale sarà la Turchia.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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