Si riaccendono le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina a seguito delle accuse lanciate dal presidente statunitense Donald Trump, secondo cui Pechino avrebbe acquisito illegalmente i dati di 220 milioni di elettori durante le elezioni del 2020.  Come sottolineano i media americani, l’affermazione di Trump contraddice le indagini che non hanno riscontrato prove di interferenze significative nelle elezioni del 2020. Tuttavia, le dichiarazioni del presidente americano, che a novembre dovrà affrontare la prova delle elezion di medio termine che vedono sfavorito il Partito Repubblicano, hanno riacceso le tensioni con Pechino che apparivano ridimensionate dopo la visita di Trump dello scorso maggio in Cina.

In una dichiarazione rilasciata giovedì alla CNN, un portavoce dell’ambasciata cinese negli Stati Uniti a Washington ha affermato: “La Cina ha sempre aderito al principio di non ingerenza negli affari interni di altri Paesi. Le elezioni statunitensi sono una questione interna degli Stati Uniti. I loro risultati sono determinati dai voti del popolo americano”.

“La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali statunitensi”, si legge nella dichiarazione.

Pechino ha ripetutamente negato le precedenti accuse di interferenze elettorali e ingerenza politica da parte di diversi paesi occidentali, tra cui Australia, Canada e Regno Unito, oltre agli Stati Uniti.

Addestramenti militari segreti di Cina e Russia: allarme nell’UE

Una serie di accuse senza prove

Parlando giovedì 17 luglio in un discorso in prima serata alla nazione, Trump ha ribadito con forza le sue accuse di frode e interferenze elettorali, affermazioni che aveva già utilizzato in precedenza per contestare la sconfitta alle elezioni del 2020 vinte dal candidato del Partito democratico, Joe Biden.

Secondo quanto riporta la CNN, le sue rinnovate accuse contraddicono precedenti verifiche e revisioni. Tra queste anche la valutazione effettuata dall’allora procuratore generale di Trump, William Barr, che non aveva riscontrato prove significative di frode elettorale nelle elezioni del 2020.

“L’America è tornata e sta andando davvero bene, ma abbiamo ancora una sfida importante che deve essere affrontata con urgenza, perché nessun Paese può essere grande senza elezioni giuste e oneste”, ha affermato il tycoon durante il suo discorso, annunciando l’intenzione di rendere pubblici documenti classificati che dimostrerebbero come la Cina avesse acquisito illegalmente i dati di 220 milioni di elettori statunitensi, inclusi, a suo dire, nomi, indirizzi, numeri di telefono, preferenze politiche e altri dati utilizzati per la registrazione al voto.

“Nel corso di diversi anni, a partire dal ciclo elettorale del 2020, la Repubblica Popolare Cinese ha perpetrato quella che si ritiene essere la più grande violazione di dati elettorali della storia”, ha poi sottolineato il presidente degli Stati Uniti. Per Trump, i dati di intelligence rivelerebbero “sconvolgenti vulnerabilità” nell'”infrastruttura elettorale” del Paese.

Gli Stati Uniti lanciano una campagna contro la CPI, Rubio: “Smantelleremo la minaccia alla nostra sovranità”

Per i democratici Trump semina confusione

Nel suo discorso, Trump ha affrontato solo marginalmente la ripresa delle ostilità con l’Iran che hanno riportato alla chiusura dello Stretto di Hormuz e accresciuto nuovamente il rischio di un’escalation di carattere regionale.

I democratici hanno avvertito che Trump starebbe cercando di seminare confusione tramite la diffusione di false informazioni con l’obiettivo di gettare le basi per contestare i risultati delle elezioni di medio termine. Mark Warner, senatore democratico della Virginia e vicepresidente della commissione intelligence del Senato, ha affermato di aver dedicato anni a rafforzare le difese del Paese contro le interferenze straniere nelle elezioni statunitensi.

“Questa sera, gli americani hanno sentito il presidente ripetere ancora una volta affermazioni sulle nostre elezioni che sono state oggetto di indagine per anni e ripetutamente respinte dalla comunità dell’intelligence, dall’FBI, dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, dal Dipartimento di Giustizia, da funzionari elettorali statali bipartisan, da verifiche, riconteggi e dai tribunali”, ha dichiarato Warner. “I fatti non sono cambiati”.

Ha poi aggiunto: “La Cina è un serio concorrente strategico e cerca indubbiamente di promuovere i propri interessi a spese dell’America. Lo stesso vale per la Russia e l’Iran. Dovremmo affrontare queste minacce con i fatti, non distorcerli per fini politici”.

La Cina è sempre più popolare anche fra gli alleati USA

Le accuse contro Pechino lanciate da Trump giungono in un momento di ascesa sul piano politico della Cina che viene sempre più percepita come un’ancora di stabilità di fronte ai tentativi statunitensi di smantellare il sistema multilaterale.

Secondo un recente sondaggio dell’istituto di ricerca statunitense indipendente, Pew Research Center, la Cina è ormai vista più favorevolmente degli Stati Uniti nella maggioranza dei 36 Paesi e territori analizzati. Il sondaggio, condotto su 42.151 adulti tra l’8 febbraio e il 13 maggio 2026, registra un’inversione rispetto agli anni precedenti: l’immagine di Pechino è migliorata, mentre quella di Washington ha continuato a deteriorarsi durante il secondo mandato di Donald Trump. In base ai dati raccolti dall’indagine, gli Stati Uniti conservano un vantaggio sulla Cina soltanto in sei Paesi, tra cui India, Giappone, Filippine e Corea del Sud.

Il cambiamento è particolarmente evidente tra gli alleati tradizionali degli Stati Uniti. In Canada il giudizio favorevole su Washington è sceso dal 57 per cento del 2023 al 33 per cento, mentre quello sulla Cina è salito dal 14 al 44 per cento. Anche Francia, Germania e Regno Unito si sono spostati verso Pechino o hanno sostanzialmente azzerato il precedente vantaggio americano. Il Washington Post rileva che nei Paesi comparabili con l’indagine precedente il sorpasso si è prodotto in appena un anno e che alcuni giudizi sugli Stati Uniti sono ormai vicini ai minimi storici.

Il dato riguarda anche i leader: in molti Paesi la fiducia in Xi Jinping supera quella accordata a Trump, sebbene entrambi raccolgano valutazioni prevalentemente negative. Nei Paesi europei esaminati (Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia) Xi precede Trump spesso di oltre dieci punti, Italia compresa. Il risultato non equivale però a un’adesione al modello politico cinese: gli Stati Uniti continuano a essere giudicati più rispettosi delle libertà personali. Anche questo vantaggio si sta tuttavia restringendo, soprattutto perché è crollata la percezione delle garanzie offerte dal governo americano. In Italia, come in Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, la quota di chi ritiene che Washington rispetti le libertà dei cittadini è diminuita di almeno 25 punti dal 2021.

La stampa statunitense collega il deterioramento dell’immagine americana alla politica “America First”, ai dazi imposti anche agli alleati, alle minacce rivolte a Canada e Groenlandia, alla riduzione degli aiuti internazionali e agli interventi militari degli Stati Uniti.

Le interviste sono state raccolte anche durante la guerra contro l’Iran e il Pew ha osservato che, in diversi Paesi, i giudizi su Washington erano più negativi tra le persone intervistate nelle fasi più avanzate del conflitto. La Cina beneficia inoltre della percezione di essere un interlocutore più prevedibile e meno incline a interferire negli affari interni degli altri Stati. Nei 17 Paesi a medio reddito considerati, una mediana del 75 per cento ritiene che gli Stati Uniti interferiscano negli affari altrui, contro il 45 per cento attribuito alla Cina. In Pakistan, per esempio, l’84 per cento considera Pechino un partner affidabile, contro il 36 per cento che esprime lo stesso giudizio sugli USA.

, , , , , , , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *