Il primo ministro britannico Keir Starmer ha superato uno dei passaggi parlamentari più delicati della sua leadership, respingendo il tentativo delle opposizioni di costringerlo a un’inchiesta formale sulla controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti. La mozione è stata bocciata con una maggioranza di 112 voti.
Determinante la tenuta del Partito Laburista, i cui whips sono riusciti a contenere il dissenso interno: 335 deputati hanno votato contro la mozione, a fronte dei 223 dell’opposizione. Solo quindici laburisti hanno rotto la disciplina di partito sostenendo l’iniziativa della leader conservatrice Kemi Badenoch. Novantadue parlamentari non hanno partecipato al voto; tra questi anche Nigel Farage, ufficialmente impegnato nella campagna elettorale.
Il risultato, tuttavia, non chiude le tensioni. Diversi membri laburisti hanno criticato il governo per aver imposto ai propri deputati di opporsi alla mozione; alcuni hanno suggerito che il primo ministro avrebbe dovuto deferire se stesso al Comitato per i Privilegi per “chiarire il proprio nome” e mettere fine alle polemiche sulla nomina di Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti. Altri si sono chiesti perché fosse stato loro ordinato di opporsi, osservando che il partito rischia di essere accusato di aver organizzato un “insabbiamento”.
Nel presentare la mozione, la leader conservatrice Badenoch ha definito il dibattito come una scelta tra “il primato del Parlamento o quello del partito – tra trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole che sostengono la nostra democrazia”. Secondo Badenoch, il voto avrebbe mostrato se i deputati intendono sostenere un controllo effettivo e mantenere gli standard promessi agli elettori, oppure privilegiare il partito rispetto ai principi. Ha inoltre avvertito che chi avesse seguito le indicazioni dei laburisti “se ne sarebbe pentito”, accusando Starmer di aver minacciato i propri deputati prospettando la perdita del seggio in caso di mancato allineamento.
Sulla stessa linea Ed Davey, leader dei Liberal Democratici, che ha accusato Starmer di sottrarsi al controllo parlamentare, definendo “codardo” l’uso della disciplina di partito per evitare un’indagine. Anche tra i Lib Dem, tuttavia, si sono registrate numerose astensioni.
A favore della mozione si sono schierati, insieme ai conservatori, i Verdi, lo Scottish National Party, il Democratic Unionist Party, Plaid Cymru, Reform e nove indipendenti, delineando un fronte eterogeneo ma insufficiente a scalfire la maggioranza.
In precedenza, la Commissione Affari Esteri dei Comuni aveva ascoltato l’ex capo di gabinetto di Starmer, Morgan McSweeney, e l’ex sottosegretario permanente del Foreign Office, Philip Barton.
McSweeney ha confermato di aver consigliato al primo ministro la nomina di Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, ammettendo che si è trattato di un grave errore di valutazione e che il consiglio fornito era sbagliato. Interrogato su chi avesse proposto per primo Mandelson, ha indicato lo stesso Mandelson.
Ha inoltre dichiarato di aver avuto preoccupazioni, già all’epoca, sui contatti di Mandelson con Jeffrey Epstein e di averle espresse direttamente all’interessato, senza però poter condividere le email con la Commissione perché ormai oggetto di indagini di polizia. Le rivelazioni di Bloomberg del settembre 2025, che portarono alla rimozione di Mandelson, sono state per lui “come un coltello nell’anima”, aggiungendo che quanto emerso era “di gran lunga peggiore” di quanto immaginato. McSweeney ha anche affermato di non essere a conoscenza del fatto che Mandelson non avesse superato i controlli di sicurezza.
Anche la testimonianza dell’ex alto funzionario del Foreign Office, Sir Philip Barton, ha sollevato interrogativi. Barton ha affermato di non essere stato consultato e di aver appreso della nomina solo a decisione già presa. Ha sottolineato che non è prassi annunciare incarichi così sensibili prima del completamento delle verifiche di sicurezza e ha evidenziato pressioni dal Numero 10 di Downing Street per accelerare il processo, con l’obiettivo di insediare Mandelson prima dell’inaugurazione del presidente Donald Trump nel gennaio 2025.
Barton ha aggiunto di essere a conoscenza dei contatti tra Mandelson ed Epstein e che questi “avrebbero potuto diventare un problema politico in futuro”. Ha inoltre sottolineato una “mancanza di curiosità” nei confronti di Mandelson e un disinteresse di Number 10 per il processo di verifica.
Un altro sviluppo, passato relativamente inosservato, riguarda il Comitato per l’Intelligence e la Sicurezza del Parlamento britannico, composto da membri di entrambe le Camere e responsabile della supervisione dei servizi di intelligence.
Il Comitato ha annunciato di aver esaminato i documenti legati al cosiddetto “Humble Address” presentato dai conservatori per ottenere la pubblicazione di carte, email e verifiche relative alla nomina di Mandelson. Ha inoltre stabilito che, in caso di richieste governative di oscuramento dei documenti, si terrà un’udienza specifica (Contested Redaction Hearing), al termine della quale il governo dovrà pubblicare i documenti secondo le decisioni del Comitato.
La bocciatura della mozione conservatrice – che mirava a deferire Starmer allo stesso Comitato che aveva contribuito alla caduta di Boris Johnson – rappresenta naturalmente un esito favorevole per il primo ministro. Le audizioni parlamentari non si sono trasformate nel disastro che si temeva, e Starmer può tirare un sospiro di sollievo.
Ora la Camera dei Comuni entra in pausa in vista delle elezioni locali del 7 maggio, il cosiddetto “May Day Recess”. Un nome che richiama il segnale internazionale di emergenza usato da marinai e piloti: Starmer spera che non si riveli un presagio di nuove difficoltà.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale di EUAlive disponibile qui.

