Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar ha presentato una prima e molto insolita riforma della Costituzione. La modifica introduce infatti un limite alla durata del mandato del primo ministro.
La riforma, presentata mercoledì dai deputati di Tisza, introdurrebbe un rigido limite di otto anni per l’esercizio della carica di premier.
L’elemento chiave è che il limite verrebbe applicato retroattivamente a tutti i capi di governo dal 1990. In pratica, ciò impedirebbe a Viktor Orbán di tornare nuovamente al potere.
Orbán ha governato l’Ungheria, con alcune interruzioni, per un totale di vent’anni e ha introdotto nel paese un “regime ibrido” che ha ridimensionato molti processi democratici.
Quando i presidenti hanno limiti di mandato, ma i premier no
Magyar aveva parlato dell’intenzione di introdurre questa modifica costituzionale subito dopo la vittoria elettorale. Già allora l’idea aveva attirato attenzione, poiché metteva in luce quello che alcuni critici considerano un difetto sistemico delle democrazie contemporanee.
In queste, è comune che il limite di mandato riguardi il presidente della Repubblica. Questo precedente fu stabilito da George Washington quando gli Stati Uniti ottennero l’indipendenza e introdussero la democrazia presidenziale.
Washington rifiutò di governare per un terzo mandato per evitare di dare l’impressione che il presidente stesse diventando un sovrano a vita simile a un re o a un dittatore. La sua decisione divenne una consuetudine non scritta e fu formalmente inserita nella legge statunitense soltanto nel 1951.
Nei paesi con democrazia parlamentare, ai quali appartiene la maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea, però, la più alta autorità esecutiva non è il capo dello Stato bensì il primo ministro. È quest’ultimo ad avere, nella pratica, il maggiore potere politico.
Il capo dello Stato svolge prevalentemente una funzione rappresentativa e non esercita neppure lontanamente la stessa influenza sul funzionamento del Paese di quella detenuta dal premier.
Alcuni esperti giuridici, tuttavia, criticano la proposta ungherese per la sua retroattività e per una formulazione considerata problematica.
“È scritta malissimo”, ha dichiarato riguardo alla riforma Tamás Lattmann dell’associazione internazionale dei partiti liberali Liberal International. Ritiene che, pur potendo apparire politicamente attraente, dal punto di vista giuridico la riforma non abbia senso.
Secondo Lattmann, la proposta non affronta numerose questioni fondamentali. Non chiarisce, ad esempio, cosa accadrebbe se il presidente nominasse un candidato che ha già superato il limite oppure se un premier in carica oltrepassasse il limite durante il proprio mandato.
La riforma viene criticata anche dal pubblicista ed ex giornalista András Hont, secondo il quale un limite di mandato in un sistema parlamentare non ha molto senso.
Aggiunge che il vero potere politico dipende da chi controlla la formazione delle liste elettorali parlamentari del partito. Se dunque un politico che non può più essere primo ministro rimane comunque leader del partito, continua a detenere nelle proprie mani il destino politico dei parlamentari, ma anche del governo.
A questo proposito, ha citato l’esempio del partito polacco PiS, dove Jarosław Kaczyński non era più primo ministro ma, nonostante ciò, era lui a dirigere di fatto il Paese.
Nonostante le critiche, l’approvazione della riforma appare praticamente certa, poiché il partito Tisza dispone di una supermaggioranza in Parlamento.
Il presidente Tamás Sulyok può temporaneamente bloccare la legislazione rinviandola al Parlamento. Tuttavia, se i deputati la approvassero nuovamente senza modifiche, dovrà essere promulgata.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo pubblicato da euBrief disponibile qui.

