L’Unione europea ha erogato all’Italia altri 12,8 miliardi di euro, segnando il nono pagamento nell’ambito del Meccanismo per la ripresa e la resilienza (Pnrr). Secondo quanto riferisce la Commissione europea, l’erogazione fa seguito alla nona richiesta di pagamento presentata dall’Italia il 30 dicembre 2025 e approvata dalla Commissione il 29 aprile 2026.

A seguito dell’approvazione da parte del Consiglio di procedere con questo versamento, la Commissione ha adottato una decisione di pagamento e ha sbloccato i fondi.

L’Italia è il Paese che ha ottenuto più fondi nell’ambito del Recovery and Resilience Facility con finanziamento complessivo pari a 194,4 miliardi di euro (71,8 miliardi di euro in sovvenzioni e 122,6 miliardi di euro in prestiti).

La Commissione ricorda in una nota che, come per tutti gli Stati membri, i pagamenti all’Italia nell’ambito del PNRR sono basati sui risultati e subordinati alla corretta attuazione del suo piano di ripresa e resilienza. Con questo nono pagamento, l’Italia raggiunge l’85% dei fondi stanziati per il proprio piano di ripresa e resilienza.

L’erogazione della nona tranche è stata accolta dal governo come una conferma della tenuta del percorso italiano sul PNRR. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rivendicato il dato politico del pagamento, sostenendo che con l’approvazione della nona rata, legata al conseguimento di 50 obiettivi, l’Italia consolida il proprio “primato europeo” nell’attuazione del Piano per risorse ricevute e risultati raggiunti.

Secondo Meloni, i 416 traguardi e obiettivi conseguiti finora dimostrano che il PNRR ha consentito di passare “da una logica di spesa a una cultura delle riforme e degli investimenti strutturali”, una linea che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe orientare anche le politiche di sviluppo dopo il 2026.

Sulla stessa linea il ministro per gli Affari europei, il PNRR e le Politiche di coesione, Tommaso Foti, che ha definito “eloquenti” i numeri ufficiali del Piano: 416 obiettivi raggiunti, 166 miliardi di euro assicurati all’Italia, oltre 655 mila progetti finanziati, più di 541 mila interventi conclusi e circa 100 mila ancora in fase di esecuzione o completamento.

Per Foti, l’approvazione della penultima rata conferma non solo l’avanzamento finanziario del PNRR, ma anche il miglioramento della capacità amministrativa italiana, grazie alla nuova governance, alla collaborazione tra istituzioni e agli strumenti di supporto introdotti per le amministrazioni in ritardo.

Anche Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle riforme, ha parlato di un “risultato importante”, sottolineando che con la nona rata l’Italia raggiunge l’85% delle risorse previste dal Piano. Fitto ha evidenziato il carattere strategico degli interventi finanziati, che riguardano settori centrali come pubblica amministrazione, giustizia, lavoro, istruzione, ricerca, sanità, energia, mobilità sostenibile e competitività.

La nona rata certifica il rispetto formale di milestone e target, ma non coincide automaticamente con l’avanzamento materiale della spesa o con il completamento delle opere. La stessa logica del Recovery Fund è infatti basata sul conseguimento di milestone e target concordati con Bruxelles, non sull’avanzamento lineare della spesa in ogni singolo progetto.

Nella relazione sullo stato di attuazione del PNRR al secondo semestre 2025, approvata il 27 maggio 2026, la Corte dei conti ha confermato l’avanzamento del Piano ma ha anche indicato con chiarezza il principale punto debole dell’attuazione italiana: lo scarto tra il rispetto formale delle scadenze concordate con Bruxelles e la realizzazione effettiva degli investimenti sul territorio.

La magistratura contabile riconosce che il PNRR ha registrato “significativi avanzamenti”, soprattutto sul versante delle riforme e delle milestone, ma segnala che il quadro resta più fragile quando si passa ai target quantitativi, alla spesa effettiva e, soprattutto, alle opere pubbliche.

L’Italia continua da un lato a superare le verifiche europee necessarie per ottenere le rate, ma non ha ancora recuperato tutti i ritardi accumulati nella fase esecutiva. Secondo la Corte, il completamento delle milestone procede a un ritmo più elevato rispetto ai target: le prime, legate spesso ad adempimenti normativi, amministrativi o procedurali, risultano molto più avanzate degli obiettivi quantitativi, che misurano invece risultati concreti, servizi attivati, infrastrutture completate o beneficiari raggiunti. Lo stesso squilibrio emerge nel confronto tra riforme e investimenti: le riforme avanzano più rapidamente, mentre gli investimenti restano più esposti ai tempi lunghi della progettazione, delle gare, dei cantieri e della capacità amministrativa dei soggetti attuatori.

Il punto più delicato riguarda le opere pubbliche. La Corte dei conti osserva che il Piano continua ad avanzare, ma senza riuscire a recuperare pienamente i ritardi già maturati. In altre parole, non si registra necessariamente un nuovo peggioramento del quadro, ma nemmeno quella accelerazione sufficiente a neutralizzare gli slittamenti accumulati nei mesi precedenti.

Secondo le prime stime delle amministrazioni, circa 24,2 miliardi di euro di spesa, relativi a 66 misure, sarebbero destinati a spostarsi oltre il 2026. Un elemento che non blocca automaticamente i pagamenti europei, ma ridimensiona la lettura puramente positiva dell’85% delle risorse ormai assicurate all’Italia.

La criticità è particolarmente evidente per gli enti territoriali, che hanno un ruolo decisivo nell’attuazione concreta di una parte consistente del Piano. Alla metà di febbraio 2026 risultavano conclusi oltre 51 mila progetti, ma più di 70 mila erano ancora in corso e assorbivano la quota finanziaria più rilevante.

[a cura di Simone Cantarini]

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