Sabato (25 aprile) il Mali ha subito uno degli attacchi coordinati più significativi degli ultimi anni. Combattenti jihadisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM) e separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad hanno lanciato assalti simultanei contro obiettivi militari a Bamako, nella vicina base di Kati (sede del leader della giunta Assimi Goïta) e nelle città settentrionali di Kidal e Gao.

Spari ed esplosioni hanno scosso la Capitale e le aree circostanti. Entro sera, le forze maliane, sostenute da personale del Africa Corps russo, avevano ripreso il controllo di punti chiave a Bamako. Tuttavia, la portata dell’offensiva – capace di colpire il cuore del potere della giunta – evidenzia il deterioramento della sicurezza nonostante anni di supporto militare russo.

Come la Russia ha sostituito la Francia in Mali

La Francia aveva guidato dal 2013 una vasta operazione antiterrorismo in Mali, con le missioni Operation Serval e Operation Barkhane, dispiegando migliaia di soldati contro le insurrezioni jihadiste legate ad al-Qaeda e allo Stato Islamico. I rapporti si sono però deteriorati dopo i colpi di Stato del 2020 e 2021 che hanno portato al potere Goïta.

La giunta ha accusato Parigi di neocolonialismo, espellendo le forze francesi nel 2022 e rivolgendosi alla Russia. I mercenari del Gruppo Wagner – poi riorganizzati nell’Africa Corps – sono arrivati alla fine del 2021, promettendo risultati decisivi contro i jihadisti in cambio di pagamenti e accesso alle risorse. La Francia ha completato il ritiro, ponendo fine a una presenza decennale.

Mosca si è proposta come nuovo partner di sicurezza, contribuendo alla riconquista di Kidal nel 2023. Le forze Wagner, o Africa Corps, che contano fino a circa 2.500 uomini, hanno fornito supporto operativo, addestramento e protezione di siti strategici, insieme alla consegna di equipaggiamenti pesanti.

Risultati contrastanti e crescenti difficoltà

Nonostante alcuni successi iniziali, la cooperazione mostra limiti evidenti:

  • Il progressivo ritiro della Wagner e la transizione all’Africa Corps nel 2025 hanno ridotto il ritmo operativo;
  • Le forze russe hanno subito perdite e imboscate, mentre l’attività jihadista è aumentata in diverse aree;
  • Persistono accuse di violazioni dei diritti umani e ampie porzioni di territorio restano contese.

Gli attacchi del 25 aprile confermano queste criticità, mostrando la capacità degli insorti di penetrare profondamente nelle zone controllate dal governo.

La reazione prudente dell’Unione europea

Il Servizio europeo per l’Azione esterna (SEAE) ha diffuso domenica una breve dichiarazione di condanna degli attacchi terroristici, esprimendo cordoglio alle vittime e ribadendo l’impegno dell’Unione europea nella lotta al terrorismo nel Sahel.

La risposta è apparsa particolarmente cauta: nessun riferimento al ruolo della giunta, alla presenza russa o ai cambiamenti strategici in corso. Un atteggiamento diverso rispetto alle critiche più esplicite del passato, che riflette la ridotta capacità d’influenza europea dopo il ritiro francese e il riavvicinamento del Mali a Mosca.

Il Mali resta parte dell’Alleanza degli Stati del Sahel insieme a Burkina Faso e Niger, un blocco che ha preso le distanze dai partner occidentali e dall’ECOWAS. Sebbene la Russia abbia colmato parte del vuoto lasciato da Francia e missioni ONU come la MINUSMA, la giunta continua ad affrontare pressioni jihadiste, tensioni interne e crisi umanitarie.

Alcuni analisti parlano di un crescente “pentimento dell’acquirente” tra le giunte del Sahel rispetto alla dipendenza dal supporto russo.

Un equilibrio regionale sempre più fragile

La situazione in Mali riflette la complessa geopolitica del Sahel: il rapido passaggio dall’influenza francese a quella russa non ha prodotto la stabilità promessa, lasciando il Paese esposto a nuove offensive.

L’intensificarsi delle operazioni jihadiste – in particolare quelle legate a JNIM, affiliato ad al-Qaeda – alimenta timori più ampi: Mali, Niger, Burkina Faso e il nord della Nigeria rischiano un’ulteriore espansione del controllo jihadista.

In parallelo, anche il Sudan rappresenta un potenziale punto critico nella regione, già segnato da una grave instabilità e da dinamiche che alcuni osservatori ritengono sempre più favorevoli alla penetrazione di gruppi islamisti.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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