Nel giorno dell’81° anniversario della Liberazione, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto le Marche, una delle terre più segnate dalla guerra partigiana, per ribadire il significato storico e politico del 25 aprile. Un discorso denso, lontano da ogni “celebrazione di maniera”, che lega memoria, identità nazionale e responsabilità internazionale.
Al centro dell’intervento, l’idea che la Liberazione non sia solo una ricorrenza, ma l’atto fondativo della Repubblica. Una storia “scritta con la vita” da militari, partigiani, civili e religiosi, che dopo l’8 settembre 1943 si trovarono a scegliere tra collaborazione e resistenza. Una scelta che, ha sottolineato il Capo dello Stato, ha definito il profilo morale e politico dell’Italia democratica.
La memoria come fondamento politico
Mattarella ha ricostruito il ruolo delle Marche nel conflitto, tra occupazione nazista, rappresaglie e lotta partigiana. Un territorio segnato da eccidi e distruzioni, ma anche da episodi di resistenza organizzata e da esperienze proto-democratiche come le “zone libere”.
Il presidente ha ricordato figure simboliche della Resistenza, da Enrico Mattei a Sandro Pertini, sottolineando come da quella stagione siano emerse classi dirigenti decisive per la costruzione dell’Italia repubblicana. Un passaggio che rafforza l’idea di continuità tra la lotta antifascista e le istituzioni democratiche.
Nel discorso, spazio anche alla dimensione internazionale della Resistenza, con il contributo di combattenti stranieri e delle truppe alleate, come quelle polacche guidate dal generale Anders. Un richiamo che amplia la memoria nazionale a una storia condivisa europea.
Pace e cooperazione, l’eredità della liberazione
Il cuore politico dell’intervento si concentra però sul presente. Mattarella ha collegato direttamente la memoria della guerra alla necessità di difendere oggi le istituzioni internazionali nate per evitarla, a partire dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e dal progetto di integrazione europea.
In un passaggio netto, il presidente ha messo in guardia contro “velleità antistoriche” che mirano a indebolire questi percorsi, ricordando come la pace non sia un dato acquisito ma un processo da costruire e rafforzare. La lezione della Resistenza, in questa chiave, diventa un impegno contemporaneo: opporsi alla guerra e investire nella cooperazione tra i popoli.
Una festa nazionale, non divisiva
Mattarella ha insistito sul carattere unitario del 25 aprile, definendolo “la festa di tutti gli italiani amanti della libertà”. Un messaggio che arriva in un contesto politico spesso segnato da tensioni sulla memoria della guerra e del fascismo.
La Repubblica, ha ricordato, nasce “contro un occupante e per redimere l’onta dei collaborazionisti”, ma soprattutto come progetto di futuro: ottant’anni di pace, sviluppo e progresso, incarnati nei valori della Costituzione.
In chiusura, il presidente ha richiamato la celebre frase dello scrittore William Faulkner “il passato non è mai morto, non è neanche passato” per ribadire che la memoria non è esercizio retorico ma responsabilità politica.
Un monito che si traduce nell’appello finale: “ora e sempre Resistenza”. Un’espressione che, nel discorso di San Severino Marche, assume un significato che va oltre la storia, proiettandosi sulle sfide del presente e del futuro europeo.

