I ministri degli Esteri dell’Unione europea – riuniti oggi (12 ottobre) in Consiglio – hanno approvato 1.569 nuove misure restrittive contro soggetti legati al complesso militare-industriale russo, nello specifico 826 società e 743 amministratori delegati. Secondo l’alta rappresentante Kaja Kallas, oltre la metà delle nuove designazioni è collegata alla produzione di missili balistici.
Si tratta del più grande ampliamento mai effettuato in un’unica volta delle liste europee di sanzioni contro la Russia, che, partendo da circa 3.000 soggetti, arrivano ora a contarne quasi 4.600. Il nuovo pacchetto prende di mira un’ampia gamma di operatori industriali russi, dai cantieri navali alle aziende aeronautiche, passando per produttori di componenti elettronici, strutture specializzate nella riparazione di veicoli corazzati e imprese del settore aerospaziale.
Questi – secondo quanto si legge nel comunicato stampa del Consiglio – rappresentano il “nucleo” dell’industria militare russa, generando un fatturato annuo di almeno 20 miliardi di euro e impiegando oltre 250.000 persone.
La decisione era stata anticipata il 21 settembre dal Kyiv Independent, che aveva riferito dei preparativi per quella che si preannunciava come la più grande estensione delle sanzioni europee contro la macchina bellica russa.
“Questa è la più grande espansione della nostra lista di sanzioni da quando la Russia ha iniziato la sua guerra”, ha dichiarato l’alta rappresentante Kaja Kallas, che ha specificato come più della metà delle nuove designazioni sia direttamente collegata alla catena produttiva dei missili balistici. “Stiamo rendendo significativamente più difficile, più lento e più costoso per la Russia produrre le armi che utilizza per uccidere gli ucraini”, ha aggiunto.
Le nuove designazioni sembrano essere state individuate sulla base di criteri relativamente ampi. Tra questi figurano la ricezione di sussidi da parte del governo russo e l’inclusione, da parte delle stesse autorità russe, delle aziende nella struttura del complesso militare-industriale nazionale.
Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni appartenenti alle entità interessate e detenuti all’interno dell’Unione, oltre al divieto per operatori europei di effettuare transazioni con i soggetti designati. Non è tuttavia chiaro se tutte le entità colpite abbiano effettivamente avuto rapporti commerciali con Paesi membri dell’Unione o possiedano beni all’interno del territorio europeo.
L’efficacia delle misure, però, non si limita necessariamente ai rapporti diretti tra imprese russe e soggetti europei. Un alto funzionario europeo ha infatti infatti sottolineato al Kyiv Independent che l’impatto delle sanzioni sulla capacità delle aziende operanti o anche solo interessate a operare con Paesi terzi non dovrebbe essere sottovalutato.
Evidentemente, è soprattutto in questo ambito che Bruxelles punta a rafforzare la pressione economica sulla Russia. Secondo il funzionario europeo, alcuni Paesi del Sud-est asiatico sarebbero riluttanti a intrattenere rapporti commerciali con imprese russe sanzionate, per evitare di compromettere le proprie relazioni economiche e politiche con l’Unione europea.
Il meccanismo va quindi oltre il semplice congelamento degli asset presenti sul territorio europeo. L’inserimento nelle liste sanzionatorie può infatti aumentare i rischi associati a una collaborazione con le aziende colpite, rendendo più difficile per queste ultime accedere a mercati, servizi finanziari, tecnologie e componenti provenienti dall’Europa.
La decisione di Bruxelles evidenzia un approccio sempre più distante da quello adottato da Washington, arrivando il giorno dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di allentare le restrizioni alla Russia in cambio di un nuovo accesso al diesel di Mosca.
Seppur mostri tutta la coerenza del blocco europeo, intenzionato a sostenere l’Ucraina nel difendersi dall’aggressione russa fino a quando sarà necessario, la divergenza con gli Stati Uniti solleva tuttavia interrogativi sulla futura tenuta del fronte occidentale. Non disponendo di una politica estera unica ed essendo in vista di numerose importanti elezioni nazionali che potrebbero modificare la maggioranza politica nelle istituzioni europee intergovernative, l’Unione potrebbe subire la leva statunitense, con il rischio di rendere vano ogni sforzo compiuto finora in favore di Kyiv.
Per ora, Bruxelles continua a considerare le restrizioni economiche uno strumento centrale per indebolire la macchina bellica russa e limita progressivamente i margini di interazione con le imprese collegate al complesso militare-industriale. D’altra parte, Washington sembra adottare un approccio più pragmatico e selettivo, disposto a ricalibrare le misure quando queste rischiano di produrre conseguenze indesiderate sui mercati o sugli interessi statunitensi, e chissà che questa linea, alla lunga, non possa diventare anche quella europea.

